Archive for March, 2014

March 23, 2014

Intervento di Silvano Tagliagambe su dispersione scolastica e bilinguismo

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http://www.vitobiolchini.it/2014/03/23/questione-linguistica-e-dispersione-scolastica-cosa-fara-la-giunta-pigliaru-di-silvano-tagliagambe/

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March 17, 2014

Quel demonio di Tagliagambe ci parla di Sardegna, ma ci parla anche di lingua e ci parla anche di LSC

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Interrompo i miei ozii linguistici–di limba non si vive, io no almeno, ma certamente non si vive di sola limba!–perché Silvano Tagliagambe, da par suo, mi ha di nuovo tirato per i capelli.

Presento due sue riflessioni che sembrano scritte apposta per noi, partigiani della limba, in questi giorni in cui la cosa più ottimistica che si possa dire su questa nuova giunta regionale è che l’italofono Pigliaru non ci ha deluso. Niente aveva promesso e niente ci offre.

Ma Tagliagambe ci ricorda che la rivitalizzazione delle lingue dei Sardi non può essere affidata alle istituzioni. L’elezione dell’italofono Pigliaru e questa junta, espressione dell’università italiana di Sardegna, sono soltanto il frutto della passività nostra, ma è più giusto dire vostra. Chi ci impedisce di usare il sardo in tutte le occasioni che vogliamo? Se facessimo sentire il sardo per strada, gli italofoni si ritirerebbero nelle loro tane dorate: “I valori, soprattutto quelli fondanti, quelli che sono alla base delle virtù civiche, e che per questo sono i presupposti indispensabili per la formazione di una comunità salda e duratura, non possono essere il prodotto delle nostre istituzioni, perché le devono precedere. Se le istituzioni si creano i propri fini e valori, se questi ultimi vengono, di conseguenza istituzionalizzati, il processo di deterioramento che prima o poi finisce con l’investire le istituzioni, specie in periodi di crisi sociale ed economica come l’attuale, si estende anche ai valori e alle finalità, lasciando l’uomo privo di riferimenti e di appigli. Il mondo perde così la sua dimensione umana per trovarsi preda dell’inesorabilità dei fatti e della fatalità, che caratterizzavano le società primitive. Vengono in questo modo meno la logica dello sforzo e dell’impegno personale, anche attraverso la ribellione, la fiducia in un futuro che sia aperto alla speranza. E se si perde anche quest’ultima non rimane altro.”

E che dire della “lingua comune”?

Non sembrano scritte, le parole seguenti, per i nostri amici, ex-amici e nemici che hanno confuso quello che era un punto di partenza (la LSC) con il traguardo finalmente raggiunto?

“Una società che affida tutte le sue speranze e la propria volontà di riscatto alle istituzioni finisce con l’istituzionalizzare i propri valori, i propri desideri, i propri sogni, le proprie aspirazioni. Una volta che anche questa dimensione sia stata istituzionalizzata in processi programmati e meccanizzati si smarriscono inevitabilmente il senso del possibile, la voglia del cambiamento, lo slancio dinamico e propulsivo che ispira e alimenta le grandi trasformazioni sociali. I membri della società finiscono così col credere che il vivere bene consista nell’avere istituzioni che definiscano i valori e i fini di cui essi stessi e la loro società ritengono d’avere bisogno. Seguendo questa via il degrado delle istituzioni, il loro invecchiamento e la loro crescente inadeguatezza in condizioni profondamente mutate finiscono, inesorabilmente, per produrre anche il consumo e il declino dei valori legati a esse e da esse stesse generati e legittimati. Si ha così una corruzione dell’immagine che l’uomo si fa di se stesso, che provoca una regressione della sua coscienza individuale e una mutazione di quella collettiva, in seguito alla quale l’uomo medesimo viene visto come un essere dipendente non più dalla natura e dalle altre persone, ma dalle istituzioni. ” (http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/2314)

Ecco: queste cose dovevo dirle.

E dopo aver ringraziato Tagliagambe, me ne torno ai miei ozii.

March 7, 2014

Si può essere Sardi senza conoscere il sardo?

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Una lettrice ha commentato così  il mio post di ieri, su Sardegnablogger: “Roberto Bolognesi…scusa, ma che vuol dire che non si è Sardi se non si conosce il dialetto…? Scherziamo?! La conoscenza del dialetto è un arricchimento culturale, ma non può diventare conditio sine qua non della Sardita’. In una regione in cui spesso sento persone con ruoli di responsabilità sociale e politica parlare a malapena l’italiano, vedo, personalmente, ben altri problemi…”

La forza di queste obiezioni è tutta nel loro essere “senso comune”, una visione del problema condivisa da molta gente.

Anche il fatto che la lettrice chiami il sardo “dialetto” è molto interessante–permette di attribuirlo a una certa fazione politica–ma mi sembra inutile far ripartire da qui la discussione, visto che la questione è già stata risolta da una legge regionale e da una legge dello stato.

Allora: SI PUÒ ESSERE SARDI SENZA CONOSCERE IL SARDO (SASSARESE, GALLURESE, ALGHERESE, TABARKIN)?

La lettrice pensa di sì e sappiamo che quest’idea in Sardegna è maggioritaria.

Ma allora bisogna chiedersi in cosa consista la “sardità”.

Si può essere Sardi ognuno per conto suo?

Si può essere Sardi senza essere comunità?

Si può essere Sardi senza condividere una serie di comportamenti che ci identificano come tali ai nostri occhi e a quelli degli altri?

Come ho scritto nel libro, esiste una concezione “anagrafica” dell’identità sarda: quella espressa dalla lettrice e maggioritaria tra i Sardi.

Secondo questa concezione, l’identità non comporta assolutamente nulla, è una parola vuota che esprime un sentire individuale non meglio identificato.

Essere sardo, allora, non implicherebbe assolutamente nulla e i Sardi non sarebbero una comunità, ma una massa informe di individui.

Diciamo pure che questa visione della sardità ci ha portato molto vicini a diventarlo, massa informe, e l’astensione del 50% degli elettori, oltre all’adesione di un quarto degli elettori al liberismo  “a scabeciu” di Cappellacci sono lì a dimostrarci l’estensione del fenomeno.

Quella sarda, per la maggior parte dei Sardi, è diventata una “non-identità”, definita negativamente da ciò che non si è e da ciò che non si fa: si è Sardi perché non si è nati in Italia e perché non si parla correttamente l’italiano, come la lettrice riconosce.

Ecco allora che solo un quarto dei Sardi dimostra di aderire politicamente a uno di quegli schieramenti che–chi più, chi meno–li riconoscono come comunità: di interessi, di simboli, di affetti, di prospettive, condivisi.

Una delle tante cose intelligenti che ha detto Silvano Tagliagambe durante la presentazione del mio libro a Cagliari è che, visto che il sardo (con le altre lingue sarde) è diventato lingua della solidarietà, dell’amicizia, della confidenza, l’uso del sardo con gli sconosciuti diventa un modo per costruire “comunità”, per rompere l’abisso di individualismo, in cui l’ideologia neoliberale ci ha fatto precipitare in questi ultimi trenta anni.

Tornando allora all’obiezione della lettrice: “scusa, ma che vuol dire che non si è Sardi se non si conosce il dialetto…? Scherziamo?!”

Rifiutarsi di imparare il sardo–perché di un rifiuto si tratta, altro che balle!–significa rifiutarsi di appartenere alla comunità dei Sardi, significa rifiutare di condividere quella pratica linguistica che ci identifica immediatamente come Sardi.

Significa rifiutare il concetto che i Sardi possano/debbano essere comunità.

Chi rifiuta il sardo lo fa in nome del proprio individualismo o della propria adesione a un’altra comunità, quella italiana: tutto il resto sono balle.

A torto, i diritti linguistici vengono presentati come diritti individuali–e non mi piace molto neanche tutto quel sottolineare i vantaggi cognitivi individuali del bilinguismo–perché solo in casi estremi si parla da soli.

Normalmente si parla per interagire socialmente.

La lingua è un fenomeno fondamentalmente sociale, ancorato sì alla competenza individuale di ciascun parlante, ma perfettamente inutile al di fuori di un interazione sociale.

Ecco perché chi mi risponde in italiano, quando io mi rivolgo a lei/lui in sardo sta commettendo una violenza nei miei confronti:  sta negando i miei diritti linguistici, i quali non consistono soltanto nel poter liberamente parlare in sardo, ma anche nel diritto a ricevere una risposta in sardo.

Ma la borghesia compradora di Sardegna ha deciso che parlare in sardo in pubblico è volgare.

Ha deciso che la sardità è una questione individuale, privata, che al sardo va negata la funzione primaria di qualunque lingua: quella della socializzazione.

La classe dirigente sarda ha deciso di stigmatizzare quelle pratiche–fondamentalmente linguistiche–che ci permettono di assumere un’identità sarda e di aderire alla comunità dei Sardi.

Come si sia arrivato a questo, l’ho scritto nel mio libro.

Così come ho scritto della vacuità del concetto di identità proposto dalla lettrice e vastamente condiviso in Sardegna.

Sarebbe bello se Silvano Tagliagambe volesse ripetere le sue argomentazioni sull’identità come prodotto relazionale, magari in questo blog.

Quanto all’ultima considerazione della mia lettrice: “In una regione in cui spesso sento persone con ruoli di responsabilità sociale e politica parlare a malapena l’italiano, vedo, personalmente, ben altri problemi…”

La lettrice dice due cose che condivido: “(i) L’italianizzazione linguistica della Sardegna è fallita. Evidentemente l’obiettivo vero era soltanto quello di desardizzarla; (ii) i problemi sottostanti alla questione linguistica sono ben altri, come ha già riconosciuto, tanto tempo fa, un ghilarzese di nome Nino: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale (Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3)”

March 4, 2014

Ma la cultura sarda a chi appartiene?

Questa volta all’aereoporto di Alghero ho avuto una bella sorpresa.

Una gigantografia del nuraghe di Santu Antine domina nella sala d’aspetto, sponsorizzata dal Comune di Torralba.

Chissà forse anche a Torralba leggono il mio blog: https://bolognesu.wordpress.com/2012/07/25/per-chi-votero-alle-prossime-elezioni/

Oddìo, non è esattamente quello che io ho proposto, ma è già molto.

La fotografia del nuraghe è molto bella, ma manca tutto il resto.

E il resto non è poco.

Il resto è niente di meno che il collocare Santu Antine nel contesto della cultura mondiale.

Sarebbe bastato dire che il nostro nuraghe è dieci volte più grande e molto più bello del famosissimo monumento megalitico di Stonehenge.

Tutto vero, ma al comune di Torralba non se la sono sentita di fare una campagna così aggressiva.

Cosa molto comprensibile, del resto: come può l’amministrazione comunale di una bidda del Logudoro pensare di sfidare uno dei miti della cultura anglosassone, anche se questo è quello che è: un cerchio megalitico di poco più antico dei nuraghi, ma di dimensioni e di pretese estetiche molto più modeste.

Avrebbe potuto farlo la Regione, se il nostro Ugo M.–a proposito c’è qualcuno che se ne ricorda ancora?–non fosse stato così occupato a progettare campi di golf.

Ma non solo Ugo: tutti i nostri governanti soffrono di ecofobia e si guardano bene dal pensare di valorizzare la cultura sarda.

Vedremo cosa farà il neoeletto economo che ha tanta paura di imparare il sardo che gli è venuta pure la erre moscia.

Ma a Torralba sono giustamente fieri del loro monumento e ora cercano di promuovere il turismo culturale–quello che porterebbe molta più gente degli amichetti di Ugo che giocano a golf–e magari riusciranno in questo modo a far lavorare un po’ di più le loro guide turistiche.

Eppure non è giusto.

Santu Antine, se giustamente valorizzato, farebbe guadagnare quattrini a molta più gente che non le guide turistiche di Torralba.

Lo stesso aereoporto di Alghero–e anche gli altri–hanno tutto da guadagnare dalla crescita del turismo culturale.

Perché deve essere il comune di Torralba a pagare la pubblicità del nostro nuraghe?

Cosa aspettano i nostri nuovi governanti democratici e sovranisti per costituire un consorzio per la valorizzazione turistica del nostro patrimonio culturale?

Un tale consorzio disporrebbe dei mezzi per finanziare una campagna pubblicitaria aggressiva e assertiva, quella che occorre per far partire il turismo culturale in Sardegna.

Vedremo.

Diamogli il tempo.

Tanto, normalmente, la gente con la erre moscia non muore di fame.

E peggio per chi non ce l’ha moscia.

 

 

March 3, 2014

Il salumiere vegetariano

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Nel lontanissimo 2005 ho scritto questo pezzo: La salumiera vegetariana

Immaginate di essere il nuovo gestore di un supermercato alla ricerca di  personale adatto alla sua clientela un po’ speciale.

Al colloquio per il posto di responsabile del reparto salumeria si presenta una signora che dichiara di essere vegetariana e di avere, come unica esperienza, quella di cassiera di un ristorante vegetariano.
Voi l’assumereste una salumiera vegetariana? Immaginiamoci la scena:
Cliente: “Vorrei due etti di prosciutto”
Salumiera: “Si lei vorrebbe il prosciutto, ma io le do un chilo di zucchine! Va bene?”
Cliente: “No guardi, io le zucchine le ho già comprate al mercato, ché costano meno. Ho proprio voglia di zucchine ripiene e infatti ho comprato la carne macinata dal macellaio…
Salumiera: “E ha fatto male! Non ha pensato alla mucca pazza? Dia retta a me, la carne la butti via! Si mangi pure le zucchine che ha già comprato. Io adesso le do anche due scatole di fagioli e lei si fa una bella pasta e fagioli. Lo sa che anche i fagioli contengono tante proteine?”
Cliente: “Ma quale mucca pazza!? Questo è vitellone gallurese: il mio macellaio è di Tempio! E poi lei pensa che io compri il prosciutto per via delle proteine? Se fosse per quello mangerei uova, no? Il prosciutto mi piace e anche tanto e lei me lo da! Va bene?”
Salumiera: “Io prosciutto non gliene do: pensi a quei poveri maiali allevati in batteria! Non vorrà finanziare la bioindustria?”
Cliente: “Su questo posso anche darle ragione. Allora mi dia del prosciutto di Villagrande Strisaili, ché quello è di maiale di monte, “assirbonau”.”
Salumiera: “No, io prosciutto non gliene do proprio e sa perché? Perché io sono vegetariana! Io non ho mai mangiato carne in vita mia. I miei genitori mi hanno allevato da vegetariana, e io carne non ne vendo!”
Cliente: “Mi chiami il direttore.”

Assurdo? Non più assurdo del fatto che l’assessore alla cultura della Regione Autonoma della Sardegna non conosca il sardo. Il sardo è riconosciuto dalla legge regionale 26/97 come lingua avente pari dignità dell’italiano, ma l’assessore Pilia, che gestisce la politica linguistica e culturale della regione, non lo conosce. Il sardo è il veicolo principale della cultura sarda e lo strumento di espressione più importante dell’ identità dei sardi, ma l’assessore non lo ha mai imparato. Perché? In un’ intervista l’Assessore ha dichiarato di non aver imparato il sardo perché i genitori venivano da due zone diverse della Sardegna e quindi comunicavano in italiano.
Questa ragione spiega al massimo perché l’Assessore non ha imparato il sardo in famiglia, come prima lingua. Ma perché non l’ha imparato altrimenti? Le lingue si imparano quando le si vuole imparare. Quando esiste l’interesse per la cultura di cui queste lingue sono il veicolo.
Io, per esempio, sono cresciuto in una situazione ancora più “impossibile” rispetto all’apprendimento del sardo. Sono figlio di un Ferrarese (di Fertilia) e di una donna di Villanova Monteleone e per di più sono cresciuto a Iglesias, dove il sardo era in crisi già negli anni ’50. A casa ho appreso l’Italiano Regionale di Sardegna e anche tra bambini comunicavamo quasi solo in “italiano” (IRS). Il sardo l’ho appreso da adulto, quando mi sono reso conto che altrimenti sarei rimasto un ignorante. Proprio così: io penso che un sardo che non conosca il sardo sia un ignorante, esattamente come un italiano che non conosca l’italiano.
Ho fatto ai miei tempi quello che tanti giovani stanno facendo oggi: mi seu postu e apu imparau!
Non è mia intenzione dare giudizi moralistici. Chi non ha appreso il sardo non l’ha fatto per motivi che sono stati analizzati varie volte. Ne ha parlato per primo il Porru, nella sua grammatica, e ne hanno parlato negli anni ’70 Michelangelo Pira e Antonio Sanna. In anni più recenti (1995) è apparso il rapporto dell’Unione Europea sulle lingue minoritarie di Europa, chiamato “Euromosaico”. In questo rapporto il rifiuto del sardo viene attribuito al rifiuto di una cultura ritenuta economicamente e socialmente non competitiva. Dietro il rifiuto del sardo c’è un trauma che è stato sintetizzato molto bene dal mio amico pastore/scrittore Nanni Falconi: “Su sardu fit sa limba de su famene!”
Mi sembra lecito sospettare che, anche nel caso dell’Assessore Pilia, dietro il rifiuto di apprendere il sardo ci sia il rifiuto della cultura sarda.
Oltretutto, questo rifiuto è più forte nelle donne.
Sono decenni che molti intellettuali sardi stanno lavorando per strappare il sardo alla condizione subordinata descritta dal rapporto Euromosaico. Molti risultati sono stati raggiunti e non è un caso che alla fine sia anche giunto il riconoscimento ufficiale del sardo come lingua minoritaria, con la legge 482/99.
L’Assessore Pilia è rimasta fuori da questi sviluppi, per il semplice motivo che, non conoscendo il sardo, non è in grado di seguirli. Faccio un esempio concreto: da alcuni anni la Condaghes ha messo in piedi la collana Paberiles, interamente dedicata alla prosa in sardo, costituita sia da traduzioni di classici della letteratura mondiale che da opere originali in sardo. Nel giro di pochi anni la letteratura sarda ha così raggiunto livelli che, senza trionfalismi, si possono definire più che dignitosi.
Ma è anche vero quello che affermo? Chiunque conosca il sardo è in grado di giudicare da sé il valore di opere come “Basilisa” di Franco Carlini o “Su Cuadorzu” di Nanni Falconi, tanto per citarne un paio.
L’Assessore invece non è in grado di giudicare. Che senso ha allora parlare, come fa lei, di “sostegno all’editoria d’eccellenza”, se non si sa nemmeno valutare quello che viene pubblicato in Sardegna?
Il pericolo che tutto si riduca, come al solito, al sostegno alla “editoria di sua eccellenza” è estremamente concreto. Come si dice: “A pensare male si commette peccato, ma…”
E allora, con quest’assessore “vegetariano”, non è un caso che siano arrivati i tagli alla cultura sarda, mentre non si toccano i contributi all’ Ente Lirico e ai festival jazz. E anche la battuta infelice che l’Assessore ha pronunciato a Sorgono “Anche il jazz è cultura sarda” acquista dopo queste considerazioni un altro significato.
Sto scrivendo queste righe a casa mia, ad Amsterdam, e nel mentre ascolto la  musica di Miles Davis. Mi creda Assessore Pilia, questa che ascolto non è musica sarda, non è cultura sarda. Si informi, finalmente.

La salumiera è indubbiamente vegetariana, ma sarà inutile chiamare il direttore del supermercato. Renato Soru non è uno sprovveduto e per di più di supermercati se ne intende.
Ho sentito che in Sardegna gira già la canzoncina, sulla falsa riga di quella di Mina:
“Renato, Renato, Renato, ma mi sai dire per chi ho votato?”

Ecco, questa volta è addirittura il direttore del salumificio a essere vegetariano.

Francesco Pigliaru non ha mai sentito la necessità di imparare il sardo.

Questo la dice lunga sul suo legame con la realtà sarda.

Così anche questa volta penso male e commetto peccato.

L’altra volta–per fortuna nostra–non ci ho azzeccato e Renato Soru, dopo le prime delusioni, è stato il presidente che più ha fatto per il sardo.

Vedremo, ma Pigliaru non mi ispira nessuna fiducia.

Ah, tra l’altro, quando Elisabetta Pilia e io ci siamo incontrati, lei si è presentata così: “Piacere, sono la “vegetariana”!

Vedremo se Pigliaru sarà capace di altrettanta autoironia.

Intanto gli rinnovo l’invito a comprarsi il mio libro: quei 20 euro li può anche spendere.

Così capirà finalmente da dove proviene la sua castrazione linguistica.