Il salumiere vegetariano

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Nel lontanissimo 2005 ho scritto questo pezzo: La salumiera vegetariana

Immaginate di essere il nuovo gestore di un supermercato alla ricerca di  personale adatto alla sua clientela un po’ speciale.

Al colloquio per il posto di responsabile del reparto salumeria si presenta una signora che dichiara di essere vegetariana e di avere, come unica esperienza, quella di cassiera di un ristorante vegetariano.
Voi l’assumereste una salumiera vegetariana? Immaginiamoci la scena:
Cliente: “Vorrei due etti di prosciutto”
Salumiera: “Si lei vorrebbe il prosciutto, ma io le do un chilo di zucchine! Va bene?”
Cliente: “No guardi, io le zucchine le ho già comprate al mercato, ché costano meno. Ho proprio voglia di zucchine ripiene e infatti ho comprato la carne macinata dal macellaio…
Salumiera: “E ha fatto male! Non ha pensato alla mucca pazza? Dia retta a me, la carne la butti via! Si mangi pure le zucchine che ha già comprato. Io adesso le do anche due scatole di fagioli e lei si fa una bella pasta e fagioli. Lo sa che anche i fagioli contengono tante proteine?”
Cliente: “Ma quale mucca pazza!? Questo è vitellone gallurese: il mio macellaio è di Tempio! E poi lei pensa che io compri il prosciutto per via delle proteine? Se fosse per quello mangerei uova, no? Il prosciutto mi piace e anche tanto e lei me lo da! Va bene?”
Salumiera: “Io prosciutto non gliene do: pensi a quei poveri maiali allevati in batteria! Non vorrà finanziare la bioindustria?”
Cliente: “Su questo posso anche darle ragione. Allora mi dia del prosciutto di Villagrande Strisaili, ché quello è di maiale di monte, “assirbonau”.”
Salumiera: “No, io prosciutto non gliene do proprio e sa perché? Perché io sono vegetariana! Io non ho mai mangiato carne in vita mia. I miei genitori mi hanno allevato da vegetariana, e io carne non ne vendo!”
Cliente: “Mi chiami il direttore.”

Assurdo? Non più assurdo del fatto che l’assessore alla cultura della Regione Autonoma della Sardegna non conosca il sardo. Il sardo è riconosciuto dalla legge regionale 26/97 come lingua avente pari dignità dell’italiano, ma l’assessore Pilia, che gestisce la politica linguistica e culturale della regione, non lo conosce. Il sardo è il veicolo principale della cultura sarda e lo strumento di espressione più importante dell’ identità dei sardi, ma l’assessore non lo ha mai imparato. Perché? In un’ intervista l’Assessore ha dichiarato di non aver imparato il sardo perché i genitori venivano da due zone diverse della Sardegna e quindi comunicavano in italiano.
Questa ragione spiega al massimo perché l’Assessore non ha imparato il sardo in famiglia, come prima lingua. Ma perché non l’ha imparato altrimenti? Le lingue si imparano quando le si vuole imparare. Quando esiste l’interesse per la cultura di cui queste lingue sono il veicolo.
Io, per esempio, sono cresciuto in una situazione ancora più “impossibile” rispetto all’apprendimento del sardo. Sono figlio di un Ferrarese (di Fertilia) e di una donna di Villanova Monteleone e per di più sono cresciuto a Iglesias, dove il sardo era in crisi già negli anni ’50. A casa ho appreso l’Italiano Regionale di Sardegna e anche tra bambini comunicavamo quasi solo in “italiano” (IRS). Il sardo l’ho appreso da adulto, quando mi sono reso conto che altrimenti sarei rimasto un ignorante. Proprio così: io penso che un sardo che non conosca il sardo sia un ignorante, esattamente come un italiano che non conosca l’italiano.
Ho fatto ai miei tempi quello che tanti giovani stanno facendo oggi: mi seu postu e apu imparau!
Non è mia intenzione dare giudizi moralistici. Chi non ha appreso il sardo non l’ha fatto per motivi che sono stati analizzati varie volte. Ne ha parlato per primo il Porru, nella sua grammatica, e ne hanno parlato negli anni ’70 Michelangelo Pira e Antonio Sanna. In anni più recenti (1995) è apparso il rapporto dell’Unione Europea sulle lingue minoritarie di Europa, chiamato “Euromosaico”. In questo rapporto il rifiuto del sardo viene attribuito al rifiuto di una cultura ritenuta economicamente e socialmente non competitiva. Dietro il rifiuto del sardo c’è un trauma che è stato sintetizzato molto bene dal mio amico pastore/scrittore Nanni Falconi: “Su sardu fit sa limba de su famene!”
Mi sembra lecito sospettare che, anche nel caso dell’Assessore Pilia, dietro il rifiuto di apprendere il sardo ci sia il rifiuto della cultura sarda.
Oltretutto, questo rifiuto è più forte nelle donne.
Sono decenni che molti intellettuali sardi stanno lavorando per strappare il sardo alla condizione subordinata descritta dal rapporto Euromosaico. Molti risultati sono stati raggiunti e non è un caso che alla fine sia anche giunto il riconoscimento ufficiale del sardo come lingua minoritaria, con la legge 482/99.
L’Assessore Pilia è rimasta fuori da questi sviluppi, per il semplice motivo che, non conoscendo il sardo, non è in grado di seguirli. Faccio un esempio concreto: da alcuni anni la Condaghes ha messo in piedi la collana Paberiles, interamente dedicata alla prosa in sardo, costituita sia da traduzioni di classici della letteratura mondiale che da opere originali in sardo. Nel giro di pochi anni la letteratura sarda ha così raggiunto livelli che, senza trionfalismi, si possono definire più che dignitosi.
Ma è anche vero quello che affermo? Chiunque conosca il sardo è in grado di giudicare da sé il valore di opere come “Basilisa” di Franco Carlini o “Su Cuadorzu” di Nanni Falconi, tanto per citarne un paio.
L’Assessore invece non è in grado di giudicare. Che senso ha allora parlare, come fa lei, di “sostegno all’editoria d’eccellenza”, se non si sa nemmeno valutare quello che viene pubblicato in Sardegna?
Il pericolo che tutto si riduca, come al solito, al sostegno alla “editoria di sua eccellenza” è estremamente concreto. Come si dice: “A pensare male si commette peccato, ma…”
E allora, con quest’assessore “vegetariano”, non è un caso che siano arrivati i tagli alla cultura sarda, mentre non si toccano i contributi all’ Ente Lirico e ai festival jazz. E anche la battuta infelice che l’Assessore ha pronunciato a Sorgono “Anche il jazz è cultura sarda” acquista dopo queste considerazioni un altro significato.
Sto scrivendo queste righe a casa mia, ad Amsterdam, e nel mentre ascolto la  musica di Miles Davis. Mi creda Assessore Pilia, questa che ascolto non è musica sarda, non è cultura sarda. Si informi, finalmente.

La salumiera è indubbiamente vegetariana, ma sarà inutile chiamare il direttore del supermercato. Renato Soru non è uno sprovveduto e per di più di supermercati se ne intende.
Ho sentito che in Sardegna gira già la canzoncina, sulla falsa riga di quella di Mina:
“Renato, Renato, Renato, ma mi sai dire per chi ho votato?”

Ecco, questa volta è addirittura il direttore del salumificio a essere vegetariano.

Francesco Pigliaru non ha mai sentito la necessità di imparare il sardo.

Questo la dice lunga sul suo legame con la realtà sarda.

Così anche questa volta penso male e commetto peccato.

L’altra volta–per fortuna nostra–non ci ho azzeccato e Renato Soru, dopo le prime delusioni, è stato il presidente che più ha fatto per il sardo.

Vedremo, ma Pigliaru non mi ispira nessuna fiducia.

Ah, tra l’altro, quando Elisabetta Pilia e io ci siamo incontrati, lei si è presentata così: “Piacere, sono la “vegetariana”!

Vedremo se Pigliaru sarà capace di altrettanta autoironia.

Intanto gli rinnovo l’invito a comprarsi il mio libro: quei 20 euro li può anche spendere.

Così capirà finalmente da dove proviene la sua castrazione linguistica.

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