Si può essere Sardi senza conoscere il sardo?

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Una lettrice ha commentato così  il mio post di ieri, su Sardegnablogger: “Roberto Bolognesi…scusa, ma che vuol dire che non si è Sardi se non si conosce il dialetto…? Scherziamo?! La conoscenza del dialetto è un arricchimento culturale, ma non può diventare conditio sine qua non della Sardita’. In una regione in cui spesso sento persone con ruoli di responsabilità sociale e politica parlare a malapena l’italiano, vedo, personalmente, ben altri problemi…”

La forza di queste obiezioni è tutta nel loro essere “senso comune”, una visione del problema condivisa da molta gente.

Anche il fatto che la lettrice chiami il sardo “dialetto” è molto interessante–permette di attribuirlo a una certa fazione politica–ma mi sembra inutile far ripartire da qui la discussione, visto che la questione è già stata risolta da una legge regionale e da una legge dello stato.

Allora: SI PUÒ ESSERE SARDI SENZA CONOSCERE IL SARDO (SASSARESE, GALLURESE, ALGHERESE, TABARKIN)?

La lettrice pensa di sì e sappiamo che quest’idea in Sardegna è maggioritaria.

Ma allora bisogna chiedersi in cosa consista la “sardità”.

Si può essere Sardi ognuno per conto suo?

Si può essere Sardi senza essere comunità?

Si può essere Sardi senza condividere una serie di comportamenti che ci identificano come tali ai nostri occhi e a quelli degli altri?

Come ho scritto nel libro, esiste una concezione “anagrafica” dell’identità sarda: quella espressa dalla lettrice e maggioritaria tra i Sardi.

Secondo questa concezione, l’identità non comporta assolutamente nulla, è una parola vuota che esprime un sentire individuale non meglio identificato.

Essere sardo, allora, non implicherebbe assolutamente nulla e i Sardi non sarebbero una comunità, ma una massa informe di individui.

Diciamo pure che questa visione della sardità ci ha portato molto vicini a diventarlo, massa informe, e l’astensione del 50% degli elettori, oltre all’adesione di un quarto degli elettori al liberismo  “a scabeciu” di Cappellacci sono lì a dimostrarci l’estensione del fenomeno.

Quella sarda, per la maggior parte dei Sardi, è diventata una “non-identità”, definita negativamente da ciò che non si è e da ciò che non si fa: si è Sardi perché non si è nati in Italia e perché non si parla correttamente l’italiano, come la lettrice riconosce.

Ecco allora che solo un quarto dei Sardi dimostra di aderire politicamente a uno di quegli schieramenti che–chi più, chi meno–li riconoscono come comunità: di interessi, di simboli, di affetti, di prospettive, condivisi.

Una delle tante cose intelligenti che ha detto Silvano Tagliagambe durante la presentazione del mio libro a Cagliari è che, visto che il sardo (con le altre lingue sarde) è diventato lingua della solidarietà, dell’amicizia, della confidenza, l’uso del sardo con gli sconosciuti diventa un modo per costruire “comunità”, per rompere l’abisso di individualismo, in cui l’ideologia neoliberale ci ha fatto precipitare in questi ultimi trenta anni.

Tornando allora all’obiezione della lettrice: “scusa, ma che vuol dire che non si è Sardi se non si conosce il dialetto…? Scherziamo?!”

Rifiutarsi di imparare il sardo–perché di un rifiuto si tratta, altro che balle!–significa rifiutarsi di appartenere alla comunità dei Sardi, significa rifiutare di condividere quella pratica linguistica che ci identifica immediatamente come Sardi.

Significa rifiutare il concetto che i Sardi possano/debbano essere comunità.

Chi rifiuta il sardo lo fa in nome del proprio individualismo o della propria adesione a un’altra comunità, quella italiana: tutto il resto sono balle.

A torto, i diritti linguistici vengono presentati come diritti individuali–e non mi piace molto neanche tutto quel sottolineare i vantaggi cognitivi individuali del bilinguismo–perché solo in casi estremi si parla da soli.

Normalmente si parla per interagire socialmente.

La lingua è un fenomeno fondamentalmente sociale, ancorato sì alla competenza individuale di ciascun parlante, ma perfettamente inutile al di fuori di un interazione sociale.

Ecco perché chi mi risponde in italiano, quando io mi rivolgo a lei/lui in sardo sta commettendo una violenza nei miei confronti:  sta negando i miei diritti linguistici, i quali non consistono soltanto nel poter liberamente parlare in sardo, ma anche nel diritto a ricevere una risposta in sardo.

Ma la borghesia compradora di Sardegna ha deciso che parlare in sardo in pubblico è volgare.

Ha deciso che la sardità è una questione individuale, privata, che al sardo va negata la funzione primaria di qualunque lingua: quella della socializzazione.

La classe dirigente sarda ha deciso di stigmatizzare quelle pratiche–fondamentalmente linguistiche–che ci permettono di assumere un’identità sarda e di aderire alla comunità dei Sardi.

Come si sia arrivato a questo, l’ho scritto nel mio libro.

Così come ho scritto della vacuità del concetto di identità proposto dalla lettrice e vastamente condiviso in Sardegna.

Sarebbe bello se Silvano Tagliagambe volesse ripetere le sue argomentazioni sull’identità come prodotto relazionale, magari in questo blog.

Quanto all’ultima considerazione della mia lettrice: “In una regione in cui spesso sento persone con ruoli di responsabilità sociale e politica parlare a malapena l’italiano, vedo, personalmente, ben altri problemi…”

La lettrice dice due cose che condivido: “(i) L’italianizzazione linguistica della Sardegna è fallita. Evidentemente l’obiettivo vero era soltanto quello di desardizzarla; (ii) i problemi sottostanti alla questione linguistica sono ben altri, come ha già riconosciuto, tanto tempo fa, un ghilarzese di nome Nino: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale (Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3)”

21 Responses to “Si può essere Sardi senza conoscere il sardo?”

  1. Caro Roberto Bolognesi, non so se ho frainteso il senso del tuo post ma io vorrei risponderti come segue : io sono nato nei Paesi Bassi da padre sardo e madre olandese. Ho 46 anni e oltre all’italiano che però non ho mai studiato, parlo altre 5 lingue. Sono anche fiero di potermi considerare Sardo anche se non parlo il “Sardo” perché la mia conoscenza linguistica ha contribuito al fatto che riesco a capire bene gran parte delle “lingue” parlate nel isola. Nel tuo post dici di avere il diritto non solo di parlare il sardo ma anche di avere una risposta dal tuo interlocutore in sardo. Allora ho anch’io diritto di non ascoltarti sapendo che non posso risponderti nella tua lingua. Io viaggio in lungo e in largo nel mondo e da nessuna parte mai qualcuno mi ha mai detto “io ti parlo nella mia lingua e tu mi devi rispondere nella mia lingua” anzi nella maggior parte dei casi capendo la difficoltà che avrei avuto, non essendo un genio che parla tutte le lingue del mondo, la gente mi aiuta come può a gesti, con disegni ecc. per darmi una mano a spiegare o rispondere. Mio padre in Olanda è stato presidente del Circolo Sardo “Su Nuraghe” dove settimanalmente assistevo a delle liti tra frequentatori e dirigenti del circolo per la stessa questione “linguistica” perché ognuno diceva che quello da lui parlato era il “vero” Sardo e voleva che fosse la più importante. Secondo me è proprio qui dove si vede che la Sardegna non è unita ma una divisione di aree linguistiche tenute insieme dal mare che ci circonda, dove ognuno si crede meglio dell’altro e dove una vera unità sarda a queste condizioni non ci potrà essere. In Sardegna abbiamo cultura, bellezze naturali, tradizioni bellissime e uniche, cioè abbiamo le carte abbastanza in regola per avere un’identità Sarda omogenea basta accettare le differenze che ci sono tra Galluresi, Sassaresi, Logudoresi, Campidanesi e così via a livello regionale senza però pretendere di perdere o negare le proprie origini e abitudini a livello locale. Invece divisi come siamo, diamo troppo facilmente una mano a chi dipinge la Sardegna con i vari stereotipi che non sto qui a elencare ma che son tutt’altro che accattivanti.
    Scusandomi per i vari errori grammaticali.

  2. Direi che hai frainteso parecchio: ovviamewnte non mi aspetto che un turista olandese mi risponda in sardo. Dire che tu sei sardo mi sembra un’esagerazione. Sarebbe meglio che dicessi che ti senti legato alla Sardegna, come dice mia figlia che pure la Sardegna la visita ogni anno. Se foste Sardi anche voi, allora, effettivamente, essere Sardi non vorrebbe dire proprio nulla, se non–forse–esserlo geneticamente: ma per voi solo in parte. E chi sarebbe che non accetta le differenze linguistiche dei Sassaresi ecc.? Guarda che io nell’articolo parlo di “lingue sarde”. Naturalmente parlare di “logudorese” e “campidanese” come se fossero lingue diverse è una stommiteit. Leggiti il mio libro, quando vieni in Sardegna.

    • OK accetto le tue critiche, anche se continuo a non essere del tutto d’accordo con te, visto che passi velato sopra alcuni dei temi che ho menzionato. Sono cosciente che ho ancora tanto da imparare che riguarda la nostra bellissima isola, dove non sono nato ma dove da sempre, da quando ero bambino, ho detto di voler stare e dove oggi peraltro risiedo e non faccio solo il turista. Io non solo mi sento ma ritengo di essere sardo molto più di tanti sardi proprio perché voglio il bene di questa terra e non la distruggo né con parole né con i fatti come purtroppo fanno tanti altri “bravi” sardi doc. E ci sono anche tanti se non troppi “sardi” doc che, come avevo già scritto, vedono come importante solo quello che si trova nel loro diretto raggio d’azione.

      Aneddoto 1)
      Una volta sono andato con degli amici sardi e “continentali” a Orgosolo nella giornata di S.Efisio. Non era la prima volta che andavo a Orgosolo ma quel giorno c’era un aria particolare, pesante, minacciosa. In effetti mentre stavamo percorrendo la via principale, per ben due volte una macchina con a bordo dei ragazzi ci ha stretto verso il muro di una casa, quasi investendoci e irridendoci. Siamo entrati in un bar dove gente del posto appena siamo entrati ha pagato e se n’è andata, sembrava una scena tratta da un film di mafiosi. Omertà! Indifferenza! Ho chiesto alla proprietaria del bar cosa succedeva, mi ha detto che i “vecchi” erano andati a sfilare a Cagliari per S. Efisio e così il paese è rimasto in balia di questi giovani rabbiosi, che si sentivano liberi di poter fare quello che volevano, giovani che per me erano solo dei teppistelli alla ricerca della provocazione. Usciti dal bar, abbiamo fatto ancora qualche passo, quando un commerciante ci è venuto incontro chiedendo se eravamo turisti, gli ho risposto che eravamo di Valledoria accompagnati da degli amici “continentali” e che volevamo visitare e far conoscere la loro bella cittadina. L’unica cosa che ci ha detto, che poi era una minaccia velata, era che ci ha dato le indicazioni come andare a Valledoria nel modo più veloce. Siamo partiti e all’uscita del paese c’era la stessa auto che ci aveva sfiorata in precedenza che ci seguiva fino a quasi arrivare a Nuoro accelerando e fingendo di tamponarci.

      Aneddoto 2)
      Alla fine degli anni ’80 ho anche fatto la guida turistica e in un’occasione sono andato in giro per il Nord Italia e l’Austria per 10 giorni con un gruppo di ragazzi di Desulo. Ogni sera verso l’ora di cena, a quel tempo non c’erano ancora i cellulari, uno del gruppo era incaricato di chiamare a casa per vedere se, dove e ai danni di chi c’era stato un attentato dinamitardo in paese.

      Se ti riferisci a questo per le cose di cui andare fieri ed essere orgogliosi di essere Sardi, sono d’accordo con te, NON voglio essere Sardo, perché io e tanti altri non siamo così e queste cose della Sardegna non piacciono.

      Cordiali saluti,

      Sandro

    • Però decidiamoci. Da una parte Bolognesi dice che la lingua è probabilmente ciò che forma l’identità, ciò che rappresenta l’essere sardi, o almeno l’elemento forse più importante. Dopo si dice che se una persona non è nata in Sardegna, ma capisce la lingua (in questo caso, il sardo diventa Lingua Ereditaria) allora è assurdo che si auto-definisca sardo. Allora l’elemento essenziale non è la lingua, o si? La competenza del lettore italo-olandese è recettiva (ma in molti casi, quando questi parlanti si trovano di fronte alla necessità di produrre, il lettore/ascoltatore ha grosse sorprese), non diversa forse da quella esclusivamente produttiva della generazione nata negli primo ventennio del novecento (e anche quella successiva, in molti casi). Allora, se “la componente forse fondamentale della […] identità” è próprio quella, forse non è così scontato che il nostro olandese non sia sardo, o no? Anche perché dice di capire bene la maggioranza delle varianti. Certo, non l’ha mai studiato, come non l’hanno studiato la stragrande maggioranza dei sardi.
      Oppure vogliamo dire che, al di là del sardo, esistono molti altri aspetti culturali, compreso il mare, che non è una parola, ma un concetto, che definiscono l’essere sardi?

      • Se volevi riuscire a non dire nulla con molte parole, ci sei riuscito perfettamente

      • Mi scuso se non mi sono fatto capire e ci riprovo.

        Lei dice in un articolo anteriore che la lingua è la componente fondamentale dell’identità di una persona, nello specifico dei sardi. Si chiede anche se si possa essere sardi senza parlarne la lingua.
        In un commento a un altro articolo, un italo-olandese dice di capire bene le diverse varianti di sardo, essendo suo padre sardo, e di sentirsi sardo. Ma lei reputa questo un’esagerazione, perché se così fosse essere sardi avrebbe solo un significato genetico.
        Ora, è vero che noi non sappiamo molto di quell’angolo d’Olanda, ma vi sono nel mondi molti posti in cui gli emigrati italiani hanno fondato città che ancora oggi sono italiane, in cui si parlano le varie lingue regionali, in cui le tradizioni regionali sono vive e vengono mantenute quasi inalterate da circa un secolo. Il fatto che poi la lingua si parli quotidianamente ne mantiene la funzione sociale/comunicativa.
        Per esempio:

        http://www.raixevenete.com/comunita-veneta-nel-rio-grande-do-sul-brasile/

        http://www.revistas.usp.br/italianistica/article/viewFile/87918/90812

        Ora, in base a questo, mi chiedo se questo lettore non possa forse essere considerato sardo, se lui si sente sardo. O se possa esserlo più o meno di una persona nata in Sardegna che non parla il sardo.

      • Allora, adesso ho capito bene. Sentirsi qualcosa sarebbe la stessa cosa dell’essere identificabile come quella cosa? Mettiamo che io mi senta cinese e tenore. Questo mi renderebbe un tenore cinese?

      • è ovvio che no, ma se lei si sente d’esserlo, e non est maccu, qualcosa dietro ci sarà. Comunque, qui non si tratta semplicemente di sentirsi, evidentemente, visto che si parla anche di capire la lingua e non solo, anche di capirne diverse varietà. “Se lui, non solo lo parla, ma ci si identifica.

  3. Perdonami, Sandro: non hai assolutamente capito il discorso di Roberto. Ma niente niente…😦

    • Chiedo scusa Roberto e Marco, non perché non ho capito il discorso di Roberto ma perché sono andato a finire al di fuori del discorso di Roberto. Mi scuso per il mio sfogo che con il discorso di Roberto non c’entrava niente. Ma io, che mi credevo, o meglio, volevo credere Sardo ho capito che non lo sarò mai agli effetti che dice Roberto e va bene così. E’ difficile accettarlo ma me ne farò una ragione e chissà alla fine è stato proprio il discorso di Roberto ad aprirmi gli occhi. Visto che ho “pisciato fuori dal vaso” puoi eliminare i post non attenenti al tuo discorso originale.

  4. Approfittu de custu post e de custa discussioni po intendi itta pensara fustei de una chistioni.
    Mancai mi poriri aggiudai.
    Tengju unu problema, una mancia de sburrai:
    m’intendu Sardu ma seu nasciru in Italia! Ia a bolli nai ca Seu Radicalmenti Sardu!
    Seu cresciu in Sardinnia, ma custa chistioni anagrafica e unu certu, a bortas non mera cuau, atteggiamentu
    ‘puritano’ de is original natives, mi portara unu pagu de disagiu. Senza de nai ca mamma mia esti fintzas italiana.
    Seu nasciru in Italia cumenti merasa de is aterus avedalis mius in bidda, fillus de emigraus chi anti tentu
    sa fortuna de torrai facci is annus ’80.
    In prusu a pustis de sa Laurea in Casteddu appu depiu fai sa valigia po andai in continenti a traballai,
    e immoi, passausu 8 annus, seu timendi ca calincunu virus mi faccia sbisuriai cussa naturali “sardità”
    ca intendu aintru.
    aggiudat mi a mi liberai de custa curpa.

    Cun stima po su traballu chi fairi a pitzus de sa limba. Alessandro.

    • Salve a tutti, seu de accordiu cun su prof. Bolognesi e immoi si nau poita:
      sa chistioni de essi sardu, essende sa Sardinnia oi una regioni e non una natzioni, at fattu cresci nosu sardus cun d-un idea strana de su chi bolit nai diaderus fai parti de una comunidade; non nau immoi totus is mias ideas politicas, ma nosu sardus teneus sa particolaridadi de essi orgoglios e fieros de sa nostra storia e de sa nostra identidade ma in s interis seus prontus a si ponni aillargus candu calincunu puntat su didu po nai: ses sardu.
      s esempiu de su Senn.Sandru candu contat de su che ddi est sutzediu ad orgosolo fai cumprendi beni custa strana faina.
      po mei is de orgosolo fiant no sardus, no italianos ma scimprus!! Podeus nosu arrexonai a s imbressi e nai tando ca deu no m intendu italianu e no ddu bollu essi poita cussus scimpriaus funt italianus!!
      a nosu sardus ant imparau a tennere bregungia de sa nostra identidade, e aici est abarrau in nosu un idea chi assimbillat a su natzionalismu ma senza de is ainas chi serbint po fraifai diadrrus una natzioni.
      torrendi a su contu si puo esser sardi senza conoscere il sardo, deu tando fatzu un atera pregonta: si puo essere italiani senza conoscere l italiano?

  5. Certamente si, sono nata in Sardegna da genitori sardi e emigrata a 8 anni in continente per motivi di lavoro, li’ ho vissuto per 37 anni, non parlo il sardo e conosco poche parole del dialetto, ma in quei 37 anni, in qui non ho voluto mettere radici, non e’ passato un solo giorno che io non pensassi e desiderassi di essere nella mia terra; ascoltavo le ballate sarde, leggevo le poesie e i libri di Grazia Deledda che mi riportavano alla mente i posti, i profumi, le usanze di un posto cosi’ unico e magico come la mia terra, mi emozionavo e a volte piangevo per l’emozione e per la malinconia. Io sono sarda nel cuore, nelle viscere e nelle emozioni, mi sento molto piu’ sarda di tanti miei coetanei che non si sono mossi dalla Sardegna, ma che della Sardegna non frega niente perche’ la deturpano, sporcandola buttando immondizia di ogni genere in ogni angolo di questa meravigliosa isola. Quindi, non basta conoscere o parlare il sardo per fare di te un sardo.

  6. Robertu, segundu mei s’artìculu tuu tenit unus cantu de faddinas! as scritu chi is chi nant “dialetto” faint parti de una “fazione politica”, e custa est una faddina manna manna, acetotu sa cosa chi as contau de Silvano Tagliagambe, chi at fatu unu murigu de fueddus po ci fai intrai “l’ideologia neoliberale” (chi segundu mei no at cumprèndiu ni mancu ita est). Comuncas deu mi seu arròsciu de biri custus amesturus intru de lìngua sarda e polìtica, po ita sa lìngua sarda no est una ideologia, e no podit essi impreada comenti de una bandera polìtica, sa lìngua sarda est una lìngua po totu is sardus, est sa lìngua de is chi dda bolint fueddai!!! e no est sceti sa lìngua de is chi bolint s’indipendèntzia de sa Sardinnia… is chi acàpiant sa lìngua sarda a una parti polìtica (e no m’importat cali siat, mancai siat sa mia etotu) funt faendi unu dannu mannu mannu a sa lìngua insoru!

  7. Ti du nau in sardu..(E speru chi mi cumprendas)………a mei jei mi paris unu pagu paranoicu……

  8. Mi pare che l’analisi di Roberto sia un’ottima analisi. Sono però in disaccordo sulla definizione del concetto di sardità. Michela Murgia nel suo viaggio in Catalogna, interrogata sulla questione linguistica, rispose con degli agomenti che mi fecero riflettere. Dopo aver detto che il sardo merita dignità e che il bilinguismo è un obiettivo, argomentò un’interessante analisi relativa alla questione identitaria. Disse -vado a memoria- che l’identità nazionale e dunque culturale della Sardegna, prescinde dalla questione linguistica. I confini della Sardegna sono geografici, a differenza di quelli catalani, e dunque definiti. L’identità sarda è dunque indipendente, prescinde dalla lingua parlata, perche geografica: basta su un medesimo destino storico e culturale. Credo che il concetto espresso dalla Murgia abbia la sua ragionevolezza, spacie quando si parla di nazionalità. La catalogna si considera una nazione ma il territorio catalano era una parte solamente del Regno Aragonese, il Regno comprendeva l’attuale Comunità Valenziana e le Isole Baleari(che parlano una variante del catalano). La sua rivendicazione identitaria è dunque legata strettamente alla lingua, perfino alla standardizzazione e alla definizione dei confini politici regionali attuali e non a quelli storici: sei un vero catalano se parli catalano. Nel caso della Sardegna la quastione dell’identità può prescindere dalla quastione linguistica perchè rafforzata dai confini geografici che hanno determinato le vicende storiche e i mutamenti culturali, responsabili della forgiatura del suo carattere e dell’identità collettiva sarda (nazionale o regionale che la si voglia definire). Ma credo anche, che per quanto la sardità -l’essere sardi o meglio il entirsi sardi, come il nostro amico Sandro- prescinda dalla lingua; chi tale si sente debba sentire il dovere ed il desiderio di conoscere, imparare, difendere e legittimare la lingua della propria terra. Direi che è sardo chi tale si sente, chi ama la Sardegna e la rispetta. Se è sardo amerà la lingua della Sardegna, la vorrà imparare, impiegare, difendere e tramandare, come una ricchezza di cui essere orgogliosi. Lo farà che sia la lingua con cui è stato cresciuto o la lingua con cui sono crsciuti i suoi vicini di casa, gli amici di famiglia o il compagno di scuola. La sardità è incompleta senza la lingua, ma il sentimento di apparteneza rimane in ogni caso legittimo, come legittimo è il sentirsi parte di un passato e di un destino comune, di una comunità. L’identità collettiva della Sardegna è stata volutamente violata nel corso dell’ultimo secolo, per assimilare un territorio anomalo alla ‘normalità’ della cultura nazionale italiana; generando la schizofrenia identitaria che affligge oggi la moggior parte dei sardi e che lei, Roberto, ben descrive: la dimostrazione ce la fornisce l’ispiratrice del suo post. La lingua è un elemento di riconciliazione, uno strumento politico e culturale di ridefinizione dell’identità collettiva sarda, che non si riduce ormai più alla lingua, ma con essa trova la sua migliore espressione simbolica. La Sardegna di oggi è bilingue, spesso madrelingua italiana; non si può tornare indietro, sarebbe prfino stupido. Sarebbe pure vile aspettare il cadavere della lingua sarda passare. Rimane l’unica soluzione sensata, frutto del ragionamento di chiunque abbia a cuore la varietà delle culture, che sia sardo o meno. La soluzione è accettare la realtà sarda odierna: consentire che vi sia un impiego equilibrato di entrambi i registri linguistici, normalizzando e ufficializzando la situazione di fatto; con tolleranza e buonsenso. Che mai si dimentichi che una lignua nasce per unire.

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