Storia di una castrazione

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Ho scelto questa immagine delle campagne di Gonnesa, perché una volta qualcuno me l’ha rubata e, quando io l’ho scoperta su FB, lui mi ha risposto: “Quest’immagine è di tutti i Sardi. Questa è la Sardegna!”

Pochi alberi piegati dal vento e dalla salsedine e tante pecore.

Ho iniziato a leggere il libro di Fiorenzo Caterini, “Colpi di scure e sensi di colpa” quasi due mesi fa. L’ho appena finito. È la cronaca della distruzione delle foreste sarde.

Mi sono inventato di tutto per interrompere la lettura: “È ripetitivo. È lento. Non è originale, visto che cita sempre altre fonti.”

Mi sono messo a fare altre cose: ho scritto perfino un romanzo, nel mentre.

Ma la verità di queste interruzioni e rimandi è che leggere questo libro ti fa male, ti procura una sofferenza fisica.

Mi immagino che sia come scoprire di essere dei figli illegittimi e adottati da estranei.

Fa male fisicamente scoprire che la Sardegna che amiamo, i suoi paesaggi, i suoi mestieri più “tipici”, il nostro modo di intendere l’essere Sardi, non siano altro che il risultato di una violenza subita e talmente dolorosa da essere rimossa. La Sardegna che amiamo è il cadavere della Sardegna che è stata: siamo diventati quasi dei necrofili.

Abbiamo comiciato ad amare i resti di una terra così bella, che non riusciamo nemmeno ad immaginarcela.

Ci hanno lasciato gli avanzi di quella terra e ci siamo identificati con questi.

Fa molto male scoprire che la nostra identità è, in tutti i modi possibili, un’identità coloniale.

La Sardegna, isola verde, è esistita davvero e noi abbiamo sempre pensato che anche quello fosse un mito.

Quello che più mi interessa, a questo punto, non è tanto scoprire la violenza che la nostra terra ha subito, già terribile di per sé.

È la violenza culturale che noi Sardi abbiamo subito che mi fa star male.

Se vi chiedessi quale scrittore abbia rappresentato meglio la Sardegna, penso che la maggior parte risponderebbe: Grazia Deledda.

Avete mai letto qualcosa nell’opera di Deledda che parli della distruzione delle foreste sarde?

Eppure lei è cresciuta in quegli anni.

E Grazia Deledda è il modello dell’intellettuale sardo di successo.

Deledda ci parla di una Sardegna arcaica e incontaminata, mentre la natura e la società sarde vengono violentate e in gran parte distrutte sotto i suoi occhi.

La distruzione delle foreste è andata di pari passo con la monocultura dell’allevamento ovino: le banane della Sardegna,  ho definito le pecore in una delle rarissime polemiche con ZF Pintore.

Fiorenzo Caterini dimostra in poche parole come una Sardegna coperta di foreste non potesse ospitare tutte quelle pecore.

La base ecologica dell’economia di sussistenza di cui vivevano i Sardi fino a quel punto è stata distrutta, sotto gli occhi indifferenti di Grazia Deledda, per far posto alla produzione industriale del pecorino romano, destinato al mercato internazionale.

Il Sardo = pastore è un prodotto del colonialismo, quanto il minatore di Iglesias.

Il mondo naturale e sociale dei Sardi è stato depredato e distrutto senza che la scrittrice nuorese sentisse il bisogno di denunciare lo scempio.

Solo pochi tra gli intellettuali sardi, tra cui Gramsci e Giuseppe Dessì, non hanno seguito il suo esempio.

La distruzione dell’intero mondo–o quasi–dei nostri antenati recenti–i miei bisnonni–è stata rimossa dalla cultura e dalla memoria dei Sardi.

E noi abbiamo imparato a identificarci con delle pietraie sterili e a credere che la Sardegna sia sempre stata così e possa soltanto essere così: arida, sterile, ingrata, incapace di nutrirci.

Fa male fisicamente scoprire quanto siamo stati ingannati, imbrogliati, truffati per generazioni dai “nostri” intellettuali.

Pensate voi stessi, gli aneddoti non vi mancherenno, a tutte le volte che la maestra, o il prete o il giornale o il vostro amico studiato vi hanno ripetuto che la Sardegna era intrinsecamente troppo povera per farcela da sola.

E poi leggetevi il libro di Fiorenzo e passate attraverso la purificazione che vi darà il dolore di leggerlo.

 

P.S. Il caso ha voluto che Michela Murgia mi pizzicasse su un punto: Grazia Deledda ha scritto della distruzione dei boschi sardi in almeno due opere: “Il nostro padrone”, romanzo del 1910, scritto a distruzione avvenuta, di cui, non a caso,  non conoscevo l’esistenza visto che è uno dei meno conosciuti. Tra l’altro, Deledda non è che dica molto. e certamente, con tutta la buona volontà, non si può che lo sfruttamente coloniale della natura e degli abitanti della Sardegna sia stato uno dei temi della scrittrice nuorese   (http://www.michelamurgia.com/cultura/libri/423-il-nostro-padrone); e “Colpi di scure”, racconto (http://www.intratext.com/IXT/ITA0849/_PAR.HTM)

18 Comments to “Storia di una castrazione”

  1. “Vi abbondano inoltre tutti i frutti della terra, in particolare cereali, vini, olive, arance e limoni, ma soprattutto vi è un’infinità di bestiame, specie bestie a corna, e quindi una quantità di formaggi, di lane, di pelli, di cui l’isola si serve per proprio uso e di cui fornisce anche una parte delle coste d’Italia […] Su queste montagne così come sulle colline e nelle pianure, vi si cacciano animali d’ogni sorta, sia uccelli che mammiferi; ve ne sono di razze comuni ma anche singolari e straordinari: si trovano dei cervi così ben striati da non distinguersi dalle tigri, non fosse per le corna. Dunque la caccia di ogni sorta di selvaggina è tanto abituale e la si pratica in così tanti luoghi che l’alimento più comune dei pastori e degli stessi paesani sono le pernici, i cervi, i cinghiali che in Sardegna sono di una grandezza straordinaria […] È così fertile sotto ogni aspetto nelle zone coltivate che non si trovano altrove frutti migliori di quelli prodotti dagli alberi e dalla terra di quest’isola, sia in qualità che in quantità. La natura delle acque che irrorano le campagne contribuisce a questa fertilità, poiché esse sono purissime. Ma oltre al bene che procurano a chi ne usufruisce, esse sono fonte di piacere per chi le guarda, così ben suddivise in fiumi, ruscelli e fontane che formano l’ornamento di quest’isola nelle campagne e nelle città. […] Le montagne racchiudono minerali; vi sono miniere d’oro, argento, ferro, piombo, zolfo. Su queste montagne così come sulle colline e nelle pianure, vi si cacciano animali d’ogni sorta, sia uccelli che mammiferi; ve ne sono di razze comuni ma anche singolari e straordinari: si trovano dei cervi così ben striati da non distinguersi dalle tigri, non fosse per le corna. Dunque la caccia di ogni sorta di selvaggina è tanto abituale e la si pratica in così tanti luoghi che l’alimento più comune dei pastori e degli stessi paesani sono le pernici, i cervi, i cinghiali che in Sardegna sono di una grandezza straordinaria […] Per tornare al clima dell’isola, si deve aggiungere che non soltanto trasmette con la sua benigna influenza, piacere ed abbondanza dovunque, ma che è sanissimo e favorevole ad ogni forma di vita; in tutto l’universo non si trovano cavalli più belli, docili, migliori e vivaci di quelli della Sardegna; l’unico loro difetto è di non essere abbastanza grandi”. Vincenzo Bacallar Sanna, La Sardegna Paraninfa della Pace e un piano segreto per la sovranità 1712-1714 (Descrizione geografica del Regno di Sardegna). http://tramasdeamistade.org/htdocs/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=343:un-piano-segreto-per-la-sovranita-1712-1714&catid=80:giovanni-masala&Itemid=9

  2. Curioso, ho provato a rileggere l’intero intervento e a sostituire “Sardegna” con “Sicilia”: guarda caso, non sembra esserci molta differenza (a parte Deledda, Gramsci e Dessì da sostituire con chi volete). E la stessa sensazione (la sofferenza fisica di cui sopra) la prova il sottoscritto quando legge di incendi dolosi che mandano in fumo (!) ettari ed ettari di preziose riserve naturali siciliane ogni anno per far largo a pale eoliche, forestali e deserto, di case abusive ed ecomostri sparsi in ogni angolo dell’Isola e che da soli superano il numero di costruzioni di intere province italiane, di 1637 km di coste che stanno sparendo sotto distese di cemento e di anacronistici poli industriali, di immensi sistemi di dune costiere rasi al suolo dall’ignoranza umana, di un’isola che è stata totalmente stuprata della sua bellezza naturale ma che continuiamo a definire la più bella del mondo perché “i Greci, gli Arabi, i Normanni” e la solita routine. E pensare che ho sempre detto “meno male che c’è la Sardegna, con le sue immacolate coste sabbiose, con il suo verde, col suo aspetto selvaggio che noi abbiamo distrutto con la scusa dei 5 milioni di abitanti”. Ma tanto c’è il turismo che ci salverà, quello stesso turismo che – insieme a molte altre cose – ci ha resi necrofili, museofili e rincoglioniti.

  3. Il pecorino romano non nasce dalle chiudende, ma con l’avvio del protezionismo italiano (cioè proprio quando la Sardegna perde il proprio mercato internazionale), che è una fase successiva e più articolata: http://www.sanatzione.eu/2014/01/chiudende-pastori-fusione-perfetta-e-statalismo-alle-origini-della-dipendenza/

  4. Caro Bolognesi, stimandola per quanto ho letto di lei (e sentito, una volta) quel che ho pensato subito all’annuncio di questo post non è stato proprio un “che idiota, nemmeno tre giorni dopo aver strombazzato che si prende una pausa, rieccolo già qui”. Non è stato proprio questo, il pensiero, ma certo mi hanno accompagnato alla lettura un bel po’ di sorpresa e qualche riserva tenuta in sospeso.
    Perciò ora sono qui a ringraziarla di questo pezzo, che ha fatto senz’altro bene a ritenere necessario, in barba a qualsiasi coerenza con la “decisione” di lunedì.
    Recensione vivida e utilissima, un passo da compiere per promuovere il cambiamento della percezione collettiva della normalità, un passo degno di quelli che dovrebbero essere i nostri intellettuali.

  5. Bacalar non depet aer bidu mai unu porcabru sardu! o puru no nd’at bidu àteros. Sos porcabros sardos sunt prus minores de cussos continentales, e faghiant prus pagu porcheddos, non comente cussos de como😦.

  6. Non per fare l ‘avvocato difensore della Deledda,ma oltre che non essere stata un antropologa, o soggetto politico dedito a occuparsi di problemi sociali,ma una semplice scrittrice di romanzi,è molto probabile che prima di andare a Roma, a 18 anni, da dove non è più tornata,non abbia neanche assistito allo scempio delle foreste, che è iniziato nelle pianure in particolare del sud della Sardegna,e che ha interessato meno i territori del nuorese,che molto probabilmente quando ci viveva la Deledda erano ancora illesi.Per il resto concordo assolutamente,sopratutto col fatto che la pastorizia sia la tipica monocoltura della popolazione sottomessa,come il cotone in molte altre zone di questo pianeta,imposto dagli invasori per propria convenienza e che ha sempre implicato la devastazione ambientale delle terre dei sottomessi.

  7. E’ tutto un pianto sul latte versato. Bacalar faceva la sua campagna per l’indipendenza. In campagna (elettorale) si possono confondere le tigri con i cervi e poco importa, oppure prendere is frumigraxus sardi per cinghiali del Caucaso e non ci si fa caso.

    “Hic Rhodus hic salta”, senza andare a rompere le balle a Deledda o a sventolare “santini”. Cazzo, l’unico che ha detto cose giuste è uno straniero, pur sempre isolano. Anche fra le righe bisogna leggere: a rovinare, e a continuare a farlo, la Sardegna e la Sicilia sono stati i Sardi, da questa parte, e i Siciliani dalla loro. Chi è venuto e viene da fuori fa i cazzi propri, peggio per chi glieli lascia fare, anzi li aiuta a farli.

  8. Elio, ti do resone. Sos litos chi nd’ant segadu sos piemontesos sunt de prus de chentu annos a como, sos àrbures fiant istados torra mannos si fiat istadu petzi cussu. Sunt sos fogos sos chi ant fatu su dannu. Custu però est pòtidu capitare ca ” su tagliu” de sos àrbures mannos at lassadu logu a sa malesa “sottobosco” chi est meda prus fatzile a leare fogu. Berbeghes, bacas e crabas, ant fatu sa parte issoro. Ma como sas cosas sunt cambiende. Sos pastores si nde sunt andende dae sas arturas e sos litos sunt creschende, e meda puru.

  9. Oltre ai racconti, spesso enfatizzati, sulle bellezze della Sardegna dell’ottocento, esistono anche numerosi reportage fotografici. Bene, per quel che si vede non sembra di scorgere delle foreste rigogliose di alberi secolari, meravigliosi frutteti e campi curatissimi. Sembrano paesaggi abbastanza spogli, si intuisce anche una grande miseria a vedere l’aspetto macilento di persone e abitazioni.
    La solita mitologia sui bei tempi andati, le solite recriminazioni. Cosa racconterà il Bolognesu che ci sarà fra cent’anni degli scempi compiuti OGGI dal quel corpo estraneo alla propria terra che sono i sardi?

  10. Non ho precisato “primi dell’ottocento”. Le prime immagini fotografiche sono del 1854 del francese Delessert.
    Guardi che rigogliosa steppa

    Qui invece un emblema dello splendido benessere dell’isola prima di essere distrutta dai cattivoni Savoia

    • Nel 1854 la distruzione dei boschi era già cominciata da decenni. E poi una o due fotografie cosa dimostrano? Si legga il libro, invece di accusare gli altri di ingenuità, senza sapere di cosa sta parlando.

  11. Ho letto i racconti dei viaggiatori dell’ottocento, c’è qualcosa anche del secolo precedente. L’opinione che l’isola fosse ricoperta di boschi non è univoca, è probabile che non fosse differente a come appare oggi, con zone di striminziti boschi, pascoli e soprattutto molte pietraie.

  12. Le consiglio di leggere il libro: da quanto è documentato si fa fatica a leggerlo

  13. Intanto auguri di buone feste al padrone di casa e a chi legge.
    Tendo ad apprezzare chi si assume il ruolo di mantenere i piedi per terra, a volte lo faccio io, a volte si è più nel giusto, altre ci si può sbagliare. Resta quindi più che opportuna la raccomandazione di parlare dopo aver letto il libro.
    Perciò ancora non potrei parlare, perché il libro (oltre ad averlo regalato) l’ho appena iniziato a sfogliare. Per ora posso dire che, come non dubitavo, il presente scritto di Roberto ne impreziosirebbe gli apparati. E voglio dire che mi ha subito deluso non trovarvi alcuna immagine, alcuna cartina, alcuna pianta indicativa del prima e del dopo (a proposito delle obiezioni di Momo), a maggior ragione considerando che l’editrice Delfino può vantare meravigliose carte tematiche della Sardegna. L’avrei scritto, più opportunamente, nel sito della casa editrice, ma ho scoperto che non ce n’è modo.
    Peccato, perché in genere, lo sappiamo, dice più un’immagine che pagine e pagine di sudate parole (che toccherà sudare a leggere, con i nostri tempi).

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