Se Wagner, invece, si fosse innamorato a Iglesias

tutsi-nuoresi

Tutto è cominciato con lui, Max Leopold.

«Il sardo si deve considerare una lingua per il fatto stesso che la lingua sarda non è confondibile con nessun’altra. [Esso] è un parlare arcaico e con proprie spiccate caratteristiche, che si rivelano in un vocabolario molto originale e in una morfologia e sintassi assai differenti da quella dei dialetti italiani». (La lingua sarda. Storia Spirito Forma, Bern, 1951)

Così abbiamo cominciato tutti, più o meno.

Per la prima volta, qualcuno ci ha detto che il sardo era una lingua! E ci siamo innamorati.

Ma, ragionando da Italiani, quali eravamo culturalmente, subito ci siamo chiesti: “Quale è il sardo vero?”

Nelle università italiane di Sardegna, e dai giornali sardignoli, avete anche imparato che, come ripete anche la sociolinguista francese Emmanuelle Andre (1997:37), esemplificando il modo in cui il luogo comune sull’influenza sulla fonologia del sardo da parte delle lingue dominanti viene riprodotto in lavori che si limitano a consultare le fonti standard sulla storia linguistica del sardo: «In effetti, le dominazioni di Pisa e di Genova provocano la pluralizzazione delle varietà del sardo. Si distinguono essenzialmente il “logudorese-nuorese” al centro dell’isola e il campidanese al sud. Quest’ultimo ha subito un’evoluzione fonetica, morfologica e lessicale, che tende a differenziare le une varietà dalle altre seguendo l’influenza linguistica alla quale è stata sottoposta. Così, il sud è stato condizionato fortemente da Pisa». Le affermazioni di Andre si basano su Blasco Ferrer (1984), il quale a sua volta si rifà a Wagner (1932).

Il sardo nostro, di noi, gente di cabu de jossu è burdo.

Questo ci hanno insegnato e questo abbiamo imparato.

Ma per quanto riguarda lo studioso tedesco bisogna dire che egli aveva concepito questa visione della variazione linguistica nell’area sarda ben prima di avere l’opportunità di studiare a fondo il problema.

Quello che non sapevate è che per Max Leopold Wagner, il concetto di “purezza della lingua” era strettamente connesso a quello di “purezza della razza”: «Il Sardo dei monti è un tipo del tutto diverso dal suo fratello della pianura. Mentre questo è di statura piccola, colorito pallido, carattere servile e tradisce chiaramente l’impronta spagnola, il Sardo delle montagne è alto, il sangue gli si gonfia e ribolle nelle vene. È attaccato alla sua vita libera e indomita a contatto con la natura selvaggia. Egli disprezza il Sardo del Meridione, il “Maureddu”, come nel Nuorese vengono chiamati gli abitanti della pianura. È fuori di dubbio che in queste montagne l’antica razza sarda si sia conservata molto più pura che nella pianura, continuamente sommersa dai nuovi invasori. Anche la lingua è la più bella e la più pura; è un dialetto armonioso e virile, con bei resti latini antichi ed una sintassi arcaica, quello che sopravvive in questi monti con sfumature varianti da un villaggio all’altro.»

Ecco perché ho messo la fotografia degli altissimi Wa-Tutsi con il titolo “Gruppo di Nuoresi”.

Così Santu Max vedeva i Nuoresi .

Chi ancora credesse alle fesserie razziste di Santu Max, può anche leggersi questo libro: http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=5075&id=296882&ni=45&c1=monografie+-+saggi&mtd=79&xctl=1&o=2&n=49&urlrif

Scusate, ma è scritto sulla base delle conoscenze attuali della linguistica, la quale–scandalosamente!–non si è fermata a Wagner.

Allora, il fatto che Wagner abbia, da un lato, riconosciuto il sardo come lingua e, dall’altro, abbia indicato il sardo delle pianure come burdo, ha fatto frullare la testa a molta gente.

Uno di quelli che non si è mai ripreso dal razzismo wagneriano è Diego Corraine.

Il sogno di Corraine è quello di passare alla storia come l’uomo che ha realizzato la visione wagneriana del sardo.

Le walkirie spazzano le pianure linguistiche della Sardegna, sterminando i Sardi burdi e la loro lingua burda.

Solo i veri Sardi soppravviveranno!

Ci ha provato con la LSU, ma gli è andata male.

Eppure era riuscito a far inserire questo: « Sa norma istandard unificada deliberada dae sa cumissione cheret mediare intro de sas variedades tzentru-orientales, prus cunservativas e sas meridionales de s’ìsula, prus innovativas, e est rapresentativa de sas variedades prus a curtzu a sas orìzines istòricu-evolutivas de sa limba sarda, prus pagu esposta a interferèntzias esternas, meda documentadas in testos literàrios, e in foras de sa Sardinna prus insinnadas e rapresentadas in sas sedes universitàrias e in su mundu sientìficu. »

Il razzismo wagneriano eletto a programma della politica linguistica della RAS.

Ma Diego il walkirio ha fatto un buco nell’acqua.

Ci ha riprovato con la LSC–varietà di mesania –, cercando di svuotarla –con la complicità del Servizio Lingua Sarda della RAS–della sua funzione di mediazione tra le diverse varietà del sardo e di ridurla a LSU–ma gli è andata male anche questa volta.

I “Sardi Burdi” di Wagner e Corraine non ci stanno a questa merda di linguistica razzista.

Purtroppo per Wagner e le sue walkirie i “Sardi Burdi” sono la maggior parte dei Sardi.

Bisogna trovare una soluzione che vada bene anche a loro.

E hanno voglia i Napoleones de sa limba a incazzarsi e a lanciare anatemi anonimi.

Purtroppo per loro, non hanno abbastanza baionette per imporre la loro standardizzazione giacobina alla maggioranza de Sardi, anche se sono “burdi”.

5 Comments to “Se Wagner, invece, si fosse innamorato a Iglesias”

  1. Non entro (per incapacità) nel merito tecnico. Mi limito, da Sardo, ad osservare SCANDALIZZATO quanto riportato supra in merito al contenuto che inizia con “Sa norma istandard unificada deliberada …” e grido: CHE VERGOGNA!
    E, questi mammalucchi, hanno la pretesa di dirci quale debba essere SA LIMBA NOSTRA, essendo essi degli INCAPACI A PARLARLA? Quella nutrita sequenza di imbecilli italianismi sono la base su cui essi discutono?
    QUESTI NON SONO SARDI! Questi sono marziani che hanno a lungo soggiornato in Continente!
    De imbolare tottu a su muntonarzu!
    mikkelj

  2. Salude su professore.
    A mie puru tziu Corraine m’at iscaddau. L’apo lettu in internet e bidu comente iscriet in facebook. E -a dolu mannu- pius d’una borta nde soe torrau a gana mala, cando propiu no mi nd’at fattu ascu… Comente narat Micheli Tzoroddu, Corraine iscriet in italianu. Un’italianu malaidu, burdu, e surdu cun tottu sos faeddos sardos, male ca peus cun sos “suos”, e peroe nos cheret intregare a malaboza unu ossu ‘e péssiche chei ch’esseret péssiche maduru!

    Leggo invece molto bene, quantomeno abbastanza agevolmente, il suo sardo campidanese, professore. Non ho dubbi che lei per scrivere in sardo si sia dato un impegno incomparabile rispetto alla semplice “Uizzazione” delle O che fa generalmente Corraine. Ciò risulta evidente malgrado che per molti termini tecnici le giunga comprensibilmente obbligato l’uso del termine italiano.
    Corraine quindi scrive -ma sono anch’io sicuro che non parla- quello stesso “sardo” che utilizzano in documenti della “Provintzia de Nugoro” (che secondo me dovrebbe essere Provintza o Prointza, o direttamente Provincia), della “Comunidade Montana de su Nugoresu” (e non “de su ‘e Nugoro” come sarebbe giusto poiché d’uso secolare e diffuso), quel sardo che non è sardo in nulla, se non in qualche parola recuperata qua e là. Sintassi italiana, graficismo sardo, anzi, sardizzante.

    Ho scritto la duplice premessa poiché volevo chiarire il mio pensiero da sardo “logudorese-nuorese” su ciò che in LSC leggo nei siti web, in documenti pubblici, in documenti distribuiti persino da chi politicamente vorrebbe rivalutare e far rivivere il sardo nella comunità isolana (i per altro pur apprezzabili indipendentisti di ProGres). Segnalo che non ho competenze specifiche per giudicare un lavoro di linguistica, ho passione per la lingua sarda, leggo, m’informo, ma non ho titoli se non nel mio parlar sardo e nelle mie letture.
    In linea di principio concordo con chi auspica l’ampliamento dei segni grafici adottati nella LSC/LSU o quello che è.
    Non solo la x campidanese, ma anche l’ancora viva th centrale e persino la j sono scomparse dall’alfabeto proposto.
    Senza theta non posso, per es., distinguere thiu (zio paterno/materno) da tziu (signore a cui mi rivolgo, senza legami parentali, con il “fostè/bostè”). Potrei leggere thudda sulle varianti tzudda o tudda, poiché così sono abituato a fare leggendo i poeti sardi, ma io non faccio testo.
    La jota è addirittura tradizionalmente usata in tutte le varianti (o almeno mi sembra), dal Campidano alla Gallura, ed ha una funzione molto utile e chiara per evitare la scansione/sillabazione di tutte le vocali, altra abitudine tradizionale (anche se non è corretto vorrei qui chiamarlo lo “iato sardo”). Inoltre la j si scambia spesso di ruolo con la gi, come in jana/giàna judu/giùdu, juchere/giuchere…
    Quindi concordo con la necessità di emendare la LSC in senso più democratico per quanto concerne le pronunzie; concordo con l’indispensabile e indifferibile coinvolgimento delle comunità locali (famiglie e anziani, associazioni…) nell’insegnamento scolastico del sardo, riconsegnando in tal modo vitalità al linguaggio nell’uso immediato del medesimo accompagnato dallo studio delle grammatiche sarde e delle varie forme lessicali esemplificative e aggiungendovi magari forme di gemellaggio tra paesi con dialetti di varianti diverse.

    Come dicevo leggo e ho sempre avuto passione per la lingua sarda, a cominciare dai testi del Pittau e del Wagner, e attraverso il web ho pian piano scoperto le nuove tendenze in tale campo, passando infine, recentemente, per il suo pdf “Il Sardo tra isolamento e contatto: una rianalisi…”, e per il suo blog.
    Tralasciando le polemiche che vi ho trovato, vorrei proporle qualche quesito storico in merito ai suoi interessanti studi.

    Come la gran parte dei sardi ho sempre considerato Wagner un grandissimo personaggio che ha impresso una svolta alla nostra cultura, un personaggio alla stessa stregua del Lilliu nell’ambito archeologico.
    Penso che i suoi lunghi vagabondaggi attraverso l’isola, il suo approccio storico e filologico non sia da buttare nel cestino.
    Conservo, per quanto mi compete (quindi da lettore), un buon giudizio su di lui, benché mi renda perfettamente conto che il suo lavoro sia da collocare nell’aura del big bang linguistico sardo. La sua formazione ottocentesca ne ha indubitabilmente segnato il cammino, comprensibilmente, ma non lo definirei un “razzista” (tra l’altro fu ricercato in Italia dalle SS).
    Quando esprime quel giudizio sui “montagnini”, credo lo faccia in modo sentimentale, per niente scientifico, visto il suo interesse alla ricerca del latino più “puro” e l’accoglienza riservatagli in ogni abitato dei più vari centri montani dell’isola (quand’ero più giovane, a Oliena sentivo i padri di alcuni amici che lo ricordavano ancora con affetto e con qualche punta di orgoglio).
    La Lingua Sarda e La Sardegna Rustica, sono stati per la mia curiosità una pietra miliare linguistica e storico-culturale nelle mie letture sulla nostra cultura isolana. Ci pensarono poi gli scritti di Pittau a farmi capire che Wagner aveva qua e là ecceduto con la filologia pura e che, avendo lavorato agli inizi del secolo scorso, andava letto, diciamo così, come gli psicanalisti e i saggisti moderni leggerebbero Freud, o come i moderni archeologi leggono il primo Lilliu (ed egli stesso, oggi, si sarebbe letto diversamente, come già aveva iniziato a fare).

    Avrei alcune domande da porle. Mi limito tuttavia a farne una, per ora, visto che a questo punto mi sono dilungato un po’ troppo (spero senza dar noia). La domanda concerne l’approccio storico adottato nei suoi studi riguardo all’influsso delle dominazioni e dei contatti esterni sulla lingua sarda.

    Quando lei scrive che -riassumo- “La dominazione pisana non ha influito sulle modificazioni, segnalate dal Wagner, del sardo meridionale, poiché documenti cagliaritani appena posteriori all’anno Mille già registravano le odierne differenze tra il campidanese e il logudorese”.
    E qui ci segnala che la dominazione pisana ebbe corso per una sessantina d’anni a partire dalla metà circa del secolo 1200.
    La domanda è la seguente.
    Se è vero, come par vero, che la dominazione effettiva dei pisani su Cagliari, sul basso Campidano e sulla zona mineraria del Sulcis-Iglesiente ha avuto corso da circa la metà del XIII secolo, non crede che i contatti e gli scambi fossero già iniziati alcuni secoli prima? Del resto mi par di ricordare che furono proprio i pisani, in un’alleanza con Genova, a respingere definitivamente i saraceni dall’isola.
    Intendo dire: se Pisa e Genova lottarono per liberare la Sardegna dalle incursioni saracene, forse avevano in precedenza già avuto modo di coltivare i loro interessi in Sardegna, ben prima dell’anno Mille: secondo lei non possono aver influito in tal modo, mediante gli scambi commerciali, culturali e le innovazioni tecnologiche, sulla lingua ben prima del periodo di dominazione da lei correttamente segnalato?

    La saluto cordialmente

    • Stavo pensando tutto il giorno a questa storia della palatalizzazione e di come è stata usata dagli ignoranti come Wagner per rincoglionire i Sardi. Se non domani, sarà dopodomani, ma la scriverò. Non sono a casa e non ho il materiale che mi serve. Vedrà🙂

  3. Ripasserò qui senz’altro. Grazie per l’attenzione🙂

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