La palatalizzazione e la colonizzazione culturale dei Sardi

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Il blog è tornato in un paio di settimane agli antichi fasti ed è arrivato il momento di affrontare un argomento che nelle prossime settimane potrebbe diventare un hot item, un argomento scottante: la palatalizzazione delle velari davanti alle vocali frontali I e E.

Detto così fa ridere: come può un argomento così tecnico appassionare qualcuno al di fuori del gruppo ristretto dei fonetisti?

Se pensate così è perché non avete idea del castello incredibile di miti e leggende che su questo fenomeno è stato costruito.

Metà della visione “orientalista”–come direbbe Pepe Corongiu–della Sardegna è stata costruita attorno a questa banale coincidenza.

Le cose che dirò in questo post, poi, le ho già quasi tutte dette nel mio libro Sardegna fra tante lingue (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=5075&id=296882&ni=45&c1=monografie+-+saggi&mtd=79&xctl=1&o=2&n=49&urlrif), ma conoscendo i Sardi so che moltissimi, anche tra i miei lettori, non l’hanno letto.

E allora, visto che in Sardegna la cultura viene diffusa gratis e solo l’ignoranza viene lautamente retribuita, ripeto cose già dette.

Perché diventerà importante questa benedetta “palatalizzazione”?

Perché avantieri ho fatto la scandalosa proposta di utilizzare la varietà del sardo della capitale dei Sardi–cosa normalissima–come standard della lingua: Sa fortza de sa logica e de is numerus: su casteddaju standard de su sardu!

Se tutto andrà come previsto, tra poco si scatenerà il razzismo–e l’autorazzismo–linguistico e verranno riproposti gli argomenti standard contro il sardo meridionale, primo fra tutti la “palatalizzazione”.

Naturalmente, il razzismo non verrà presentato come tale–i razzisti esordiscono sempre con: “Io non sono razzista, ma …”–ma dandosi una veste pomposa di ufficialità: « Sa norma istandard unificada deliberada dae sa cumissione cheret mediare intro de sas variedades tzentru-orientales, prus cunservativas e sas meridionales de s’ìsula, prus innovativas, e est rapresentativa de sas variedades prus a curtzu a sas orìzines istòricu-evolutivas de sa limba sarda, prus pagu esposta a interferèntzias esternas, meda documentadas in testos literàrios, e in foras de sa Sardinna prus insinnadas e rapresentadas in sas sedes universitàrias e in su mundu sientìficu. »

Tenete a mente questa frase “prus pagu esposta a interferèntzias esternas“, che adesso passiamo alla palatalizzazione.

In cosa consiste la palatalizzazione delle velari?

Nel mio post dell’altro giorno, ho mostrato che è semplicemente impossibile che il fenomeno sia stato diffuso nella Sardegna meridionale a partire dalla posizione dominante del pisano, perché i Pisani in Sardegna non c’erano ancora, se non sporadicamente, come tanta altra gente: Che fare contro l’ignoranza militante? Studiare al posto loro

Se non c’entrano i Pisani, che c’entrino forse le vocali frontali?

Bingo!

I Pisani non c’entrano una mazza e tutto consiste di un banalissimo fenomeno fonetico chiamato “coarticolazione”.

Mettetevi davanti allo specchio e pronunciate prima una A.

Vedrete che la bocca è aperta al massimo.

Fate attenzione anche alla posizione della lingua: è completamente abbassata.

Per questo la A (e suoni analoghi) viene definita “vocale bassa”

Adesso pronunciate una E e poi una I.

La bocca si chiude sempre di più, la lingua si solleva sempre di più e si sposta in avanti.

Per questo la E e la I si chiamano “vocali frontali”

Adesso pronunciate il suono K di “casa”.

Per produrlo, avete occluso il cavo orale spingendo il dorso della lingua contro il “velopendulo” o “palato molle”: ecco perché quel suono si chiama “velare”. Lo stesso vale per la G di “gatto”.

Adesso pronunciate il suono C della parola “ciao”.

Per produrlo avete spostato in avanti il dorso della lingua e avete bloccato il flusso dell’aria all’altezza del palato duro: ecco perché quel suono si chiama “palatale”. Lo stesso vale per la G della parola “gioco”.

Semplice no? Bastano pochi millimetri di differenza nella posizione del dorso della lingua durante l’occlusione del cavo orale, e si passa dalle velari alle palatali.

Cosa c’entrano la I e la E?

Come abbiamo visto davanti allo specchio, per pronunciare la I  e la E, bisogna far avanzare la lingua.

Ora, dato che parliamo alla velocità di circa 4/5 parole al secondo (!), abbiamo pochi millisecondi a disposizione per pronunciare ciascun suono e, naturalmente, non parliamo in staccato, ma i suoni sfumano gradualmente gli uni negli altri. Provare per credere: scaricatevi un programmino da Internet, di quelli che vi permettono di realizzare lo spettrogramma delle parole. Vedrete che interruzioni tra un suono e l’altro non ce ne sono.

Così, data la velocità di enunciazione, è inevitabile che pronunciando la parola “logudorese” chida [kiδa], la porzione finale della [k], sia pronunciata come nella parola “campidanese” cida [tšiδa], dato che la lingua si sposta in avanti per pronunciare la I seguente. Se ritagliate la porzione della parola in quel punto e la riascoltate, sentirete chiaramente il suono [tš]. Lo stesso vale per la parola chelu, ecc.

Nelle lingue del mondo, a questo punto una grammatica ha a sua diposizione la possibilità di scegliere: restringere la coarticolazione della sequenza [ki] al confine tra i due suoni, o estendarla a tutta la durata della [k]  originaria. Quale pronuncia prevale e perché, viene spiegato in modo molto elegante dalla Teoria dell’Ottimalità: cercatevela nei miei libri (Sardegna tra tante lingue–un breve riassunto–o The Phonology of Campidanian Sardinian–trattamento esteso) o cercatevela su Internet.

Fra tutte le lingue neolatine, soltanto le varietà settentrionali del sardo hanno scelto di conservare la velare di fronte alle vocali frontali.

Vuol dire qualcosa?

Boh?

Non di più del fatto che nella Barbagia di Ollolai,  il colpo di glottide–altra innovazione–abbia sostituito le velare in tutte le posizioni, tranne che quando sono geminate totali o parziali, cioè collegate a una nasale (per una spiegazione si veda The Phonology of Campidanian Sardinian).

Insomma, che cazzo c’entrano qui i Pisani?

Un cazzo, appunto.

Non più di quanto c’entrino gli immigrati italiani in Svezia per spiegare la palatalizzazione delle velari nello svedese.

In entrambi i casi il fenomeno era presente prima dell’arrivo dei PALATALIZZATORI ASSATANATI ed è semplicemente dovuto alla coarticolazione: fenomeno fonetico universale.

Quello che c’entra, qui, è il razzismo di Wagner e la coglioneria degli intellettuali sardi colonizzati e autorazzisti.

Ma questo lo lascio a un altro post.

 

10 Comments to “La palatalizzazione e la colonizzazione culturale dei Sardi”

  1. Cosa ne pensi della possibilità che questa moda della Sardegna meridionale si sia prodotta prima della colonizzazione romana

    • Boh? Senza dati cosa potrei analizzare? Ma perché scomodare cose lontane, quando le cose vicine ci dicono abbastanza? Il rasosio di Occam ci dice di scegliere sempre la spiegazione più economica. E se anche tirassimo in ballo i sardi preromani, da qualche parte la palatalizzazione deve pur essere cominciata. Quindi devi sempre cercare la spiegazione nella fonetica articolatoria. E se quella mi ha sato quei risultati in una lingua del passato e in tante lingue che con il sardo non c’entrano nulla–centinaia!–perché non potrebbe avermelo dato nuovamente, originalmente, anche nel mio sardo?

  2. “Fra tutte le lingue neolatine, soltanto le varietà settentrionali del sardo hanno scelto di conservare la velare di fronte alle vocali frontali.” Porta pazienza, ma nell’italiano delle mie parti diciamo “CHI è stato (a scrivere questo articolo)?”, non “CI è stato (a scrivere questo articolo)?”. E poi diciamo “un CHIlo di frutta”, non “un CIlo di frutta”…

    • Sono paziente: latino QUI > IT. CHI ecc., come anche nel sardo meridionale CHINI, CHISTIONI ecc.. Tu hai quasi scoperto che a un certo punto le regole fonologiche cessano di essere attive. Quando è caduta la U di QUI, la palatalizzazione non era più attiva. Invece nei dialetti barbaricini intorno a Belvì, la palatalizzazione è comparsa DOPO la caduta della U e quindi si trova CINE, CI ecc.

  3. L’ idea ( probabilmente campanilistica ) di usare la parlata di Cagliari come lingua standard trovo che sia poco giusta, in virtù del fatto che questo luogo è stato fondato dai fenici, popolato poi dai cartaginesi, dai romani, dai vandali, dai bizantini, dai pisani, dai catalano-aragonesi, dal resto degli spagnoli, dai piemontesi, e dal resto degli italiani, e che divenne capitale della Sardegna durante la dominazione spagnola come premio per aver accolto i catalano-aragonesi e aiutati a combattere contro l’esercito degli Arborea, e che perciò ha potuto conservare ben poco della lingua e cultura veracemente sarde. Non è giusto che siccome da alcuni decenni a questa parte ,con lo sviluppo turistico, l’industrializzazione forzata, i miserandi Piani di Rinascita, che hanno determinato lo spopolamento delle zone interne e un innaturale inurbamento di quelle costiere,si deve prendere in considerazione la quantità degli abitanti attuali, ignorando la storia che ha visto le zone costiere disabitate per secoli. Ad esempio, nelle coste galluresi ( attuale Costa Smeralda ), durante la dominazione spagnola l’unico centro abitato sopravvissuto era Olbia ridotta a 300 abitanti, mentre le borgate interne di Tempio e Calangianus ne contavano intorno ai 4- 5000. La nostra cultura, a cominciare dalla lingua si sono sviluppate e sono sopravvissute nelle zone interne insieme ai Sardi, i quali vi si sono rifugiati per secoli in modo da sfuggire alle angherie dei dominatori, alle pestilenze, e alla malaria. Perciò a parte le quisquilie tecniche, che mi sa che lasciano il tempo che trovano, per determinare la parlata più appropriata da usare come lingua standard, si deve giustamente tenere conto di ciò che è stato il nostro passato, anche perché è quello che ha plasmato ciò che siamo anche dal punto di vista linguistico.

  4. Ceehhhh… O Petros (in Logudoresu iat a essi diaici?)
    … poita no feus unu test de sanguini a totus is sardus e chie ddu tenit prus pagu sciacuau at a scioberai sa ligua…

  5. O Petrus, e chi l’ha detto che Cagliari è stata fondata dai fenici? Ite fis in iscola a sos tempos de Giovanni Spano? O ite ses, unu troll??
    Pare infatti che Cagliari, Nora, Tharros, sotto le macerie fenicie ci abbiano da tempo rivelato i loro veri fondatori nei nuragici. Attendo tue eventuali smentite…

  6. Bè signori miei,anche se non fosse giusto che Cagliari sia stata fondata dai fenici, il fatto che abbia subito tutte le dominazioni che ho elencato è vero. E’ altrettanto vero che gli abitanti di Cagliari hanno combattuto a fianco dei Catalano-Aragonesi contro gli Arborea, permettendone la permanenza su quest’isola,permanenza che si è dimostrata determinante per la successiva invasione spagnola,dalla quale abbiamo avuto in dono feudalesimo, miseria ed estinzione di centinaia di centri abitati. Così come è vero che le zone costiere, infestate dalla malaria portata dai cartaginesi, oggetto di incursioni di vari tipi di pirati, sono rimaste disabitate per secoli e di conseguenza non è nei centri costieri che sono rinati solo nell’ultimo secolo che si sono potute sviluppare la lingua e la cultura dei Sardi. Rimango convinto che si vuole imporre campanilisticamente la parlata di Cagliari, ostinandosi a ignorare la storia millenaria di quest’isola.

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