Il razzismo di Wagner e l’autorazzismo dei Sardi

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Il razzismo di Wagner non costituisce uno scandalo.

Il fatto che io sia l’unico a parlarne, sì!

Wagner era razzista come tutti–o quasi–gli Europei del suo tempo.

La Francia, ma soprattutto la Gran Bretagna, si stavano spartendo il mondo, ma, essendo delle democrazie, avevano bisogno  di giustificare il loro imperialismo e colonialismo.

Così, dando una lettura molto interessata alle teorie di Darwin, è nata la cultura razzista: per poter porre la “razza bianca” in cima alla piramide dell’evoluzione e giustificare con la sua superiorità il dominio su altri popoli.

Wagner era un figlio del suo tempo ed era razzista: il moralismo qui è completamente fuori posto.

Ma questo non vuol dire che non si debba denunciare il suo razzismo e le conseguenze deleterie che questo ha avuto sul modo in cui i Sardi vedono se stessi.

E allora riporto qui il brano che tutti gli intellettuali Sardi–con l’unica eccezione di Giulio Angioni–fanno sempre finta di ignorare:

«Il Sardo dei monti è un tipo del tutto diverso dal suo fratello della pianura. Mentre questo è di statura piccola, colorito pallido, carattere servile e tradisce chiaramente l’impronta spagnola, il Sardo delle montagne è alto, il sangue gli si gonfia e ribolle nelle vene. È attaccato alla sua vita libera e indomita a contatto con la natura selvaggia. Egli disprezza il Sardo del Meridione, il “Maureddu”, come nel Nuorese vengono chiamati gli abitanti della pianura. È fuori di dubbio che in queste montagne l’antica razza sarda si sia conservata molto più pura che nella pianura, continuamente sommersa dai nuovi invasori. Anche la lingua è la più bella e la più pura; è un dialetto armonioso e virile, con bei resti latini antichi ed una sintassi arcaica, quello che sopravvive in questi monti con sfumature varianti da un villaggio all’altro».

Questa perla è stata pubblicata nel 1908: Das Nuorese. Ein Reisbild aus Sardinien, Globus XCIII, 1908, n. 16:245-246, citato da GIULIO PAULIS nel “Saggio Introduttivo” a La Vita Rustica, di M.L. WAGNER, Ilisso, Nuoro, 1996, traduzione a cura di G. PAULIS di Das ländische Leben Sardiniens im spiegel der Sprache. Kulturhistorisch-sprachliche Untersuchungen, Worter und Sachen. Kulturhistorisches Zeitschrift für Sprach-und-Sachforschung, Beiheft 4, Carl Winter’s Universitätsbuchhandlung, Heidelberg, 1921)

Come descrive il grande Wagner is Sardi delle pianure? “statura piccola, colorito pallido, carattere servile”

Quei tratti negativi dei Sardi meridionali che l’esteta Wagner attribuisce all’impronta (genetica) spagnola sono visti dal geografo francese LE LANNOU (1979:75-283) come i sintomi della malaria e della denutrizione che affliggevano i sardi in generale: «La malaria cronica provoca un decadimento di volontà, diminuito senso di colleganza sociale, minore audacia in ogni opera collettiva e sociale. […] Questo popolo di razza piccola è sottoalimentato».

Ma da dove vengono le opinioni così nette di Wagner sulla lingua dei Sardi dei monti? Wagner, al termine del suo primo viaggio in Sardegna, durato alcuni mesi, in bicicletta e a cavallo tra il 1904 e il 1905, si era convinto di aver rilevato una stretta connessione tra lingua, cultura e, addirittura, razza.

Velocissimo, il grande Wagner.

Quanti paesi sardi avrà visitato, spostandosi a cavallo e in bicicletta, in alcuni mesi?

Quanti dialetti avrà investigato, prima di dare giudizi così trancianti sulla lingua dei Sardi e sui Sardi stessi?

E se i pregiudizi di Wagner non avessero neanche il merito di essere originali?

«Tra le otto famiglie di dialetti che originarono la lingua italiana, havvene due che alla nostra isola si appartengono, la Sarda e la Sicula, parlata la prima nelle parti meridionali e centrali, la seconda nelle parti settentrionali. […] Pisani e Genovesi come intaccarono il nazionale governo, ci guastaron pure la unità di lingua.» Mentre gli Spagnoli: «[…] molto la bruttarono nelle parti meridionali da formare quasi un distinto dialetto».

Chi l’ha detto?

Quest’altra perla si trova nella prefazione al dizionario del canico Giovanni Spanu, Ortografia sarda nazionale, ossia grammatica della lingua logudorese paragonata all’italiana (1840) ed è scritta dal suo editore.

Di nuovo, non è che qui si debba condannare l’ignoranza crassa, ma giustificata, di chi ha scritto queste fesserie. Nel 1840, la linguistica muoveva i suoi primissimi passi e, ovviamente, questi erano sconosciuti al canonico e al suo editore. E gli studi sul sardo non erano neppure incominciati. Parole in libertà, insomma.

Si deve invece condannare senza appello chi, queste fesserie, ce le ripropone ancora nel secolo XXI.

La leggenda dei “Pisani e Genovesi [che] come intaccarono il nazionale governo, ci guastaron pure la unità di lingua”, viene ripresa da Wagner, il quale ci ricama su l’altra leggenda che “l’antica razza sarda [sui monti] si sia conservata molto più pura che nella pianura” e arriviamo al mito fondante della cultura sarda ufficiale contemporanea: il mito della “costante resistenziale barbaricina”.

L’incredibile effetto-domino di questa catena di fesserie, partita dal buio totale di conoscenze linguistiche del 1840, ingrassata dai pregiudizi razzisti di Wagner, precedenti i suoi studi, e ripresa dall’idealismo galoppante di Lilliu è ancora visibile. Si tenga presente che Lilliu ha concepito il mito della “costante resistenziale” dopo lo scavo di un unico nuraghe su 8000, il suo.

Tutta la visione attuale che la maggior parte dei Sardi ha di se stessa e della loro terra è basata sul giudizio dato da un editore del 1840, ignorante come una capra, che addirittura chiama “sicula” la lingua dei sassaresi e dei galluresi. E questa visione non può e non deve essere messa in discussione, perché avvallata dalla grandezza di Wagner e Lilliu.

Allora: i Sardi si dividono in buoni e cattivi.

I Buoni sono i Sardi resistenti dei monti, di razza e lingua dure e pure, virili: anche le donne?

I Cattivi sono i Sardi delle pianure, servili: l’autorazzismo di Lilliu.

E non ditemi che l’immagine dei Sardi che viene fuori dal mito della “costante resistenziale barbaricina” non è questa.

Wagner che riprende Spano e viene ripreso da Lilliu.

Un domino di fesserie colossali che nessuno all’interno del sistema accademico ha interesse a fermare.

Esagero?

No!

Che lingua si parla in Barbagia? Una lingua neolatina, fondamentalmente identica in tutta la Sardegna.

Come hanno fatto i Barbaricini a imparare il latino volgare, se erano “resistenti”?

I Baschi e gli Albanesi la loro lingua se la sono tenuta.

I Barbaricini sono invece passati alla lingua dei dominatori.

Come?

Non certamente con i corsi di latino della De Agostini.

L’hanno imparata nell’unico modo possibile: dai loro dominatori.

E per l’unico motivo possibile: l’hanno voluta imparare e hanno avuto modo di impararla.

E adesso cominciao i “Sì, ma…”

I toponimi prelatini?

Li ritrovi in tutta la Sardegna, spesso identici.

Gorropu lo ritrovi da Sestu a Iglesias a Orgosolo.

Il latino si è conservato meglio sui monti?

Balle!

La lingua più vicina al latino classico–di pochissimo–è l’italiano, seguita dal castigliano. Solo dopo arriva il bittese.

Ma stiamo parlando di differenze minime in un quadro generale di distanze molto grandi dal latino classico.

La conservazione della velare, unica in tutto il mondo neolatino?

Si, va bene, ma vuol dire qualcosa rispetto alla resistenza e alla purezza della lingua dei monti?

La palatalizzazione delle velari la troviamo perfino a Desulo, in cima al Gennargentu. E la troviamo più estesa che nel campidano.

Inoltre, a Desulo non è del tutto corretto parlare di semplice palatalizzazione, perché in effetti le consonanti in questione sono apico-palatali.

Chi conosce il desulese, sa che la pronuncia di “cida” è a metà tra [tšiða] e [tsiða]. Insomma il desulese, sardo di montagna più di qualunque altro, si è spostato ancora di più  dalla pronuncia dura e pura di [kiða].

E la palatalizzazion manca anche dal sardo dei paesi attorno a Oristano: Cabras, in riva alla laguna, mostra fiera la sua velare resistente!

E che dire del baroniese?

La lingua dei tanto disprezzati “furamelones” di pianura?

Subito dopo il bittese è il più conservatore di dialetti sardi: roba di meno dell’1%  di differenza, come sanno benissimo anche i bambini.

Per verificare, leggete qui: http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=5075&id=296882&ni=45&c1=monografie+-+saggi&mtd=79&xctl=1&o=2&n=49&urlrif

Tutto questo per dire che le obiezioni, che puntualmente sono arrivate per rifiutare la scelta del dialetto della capitale come standard di tutti i Sardi, sono basate su dei pregiudizi razzisti e quindi non vanno prese in considerazione.

Queste obiezioni vengono dalla colonizzazione culturale della Sardegna da parte di idee seminate per dividere i Sardi e indebolirli nei confronti del potere coloniale.

Chi sinceramente vuole uno standard del sardo, deve scegliere la varietà che ha le maggiori possibilità di imporsi.

Chi si ostina a fare proposte bocciate dalla realtà è oggettivamente un nemico della lingua sarda.

 

9 Comments to “Il razzismo di Wagner e l’autorazzismo dei Sardi”

  1. Caro amico, ti leggo sempre – anche se non sei linguista – e sempre più mi accorgo che la tua ignoranza della lingua sarda è pari alla tua superbia: ambedue smisurate.
    E così vai a raccontare, per l’ennesima volta, che i Barbaricini parlano l’antico latino (o, che è lo stesso, un latino moderno…), che Lilliu era un “romantico”… che soltanto adottando la fonetica cagliaritana ci salveremo…, che le palatali… e le velari… (bla, bla, bla), ergendoti a maestro di tutti (e odiatore di chi ti risponde in italico). Fai tutto ciò soltanto perché credi che la LINGUISTICA possa impararsi col mero uso di un fonometro… Oh, Dio, se soltanto qualcuno si svegliasse per capire di quale pasta sei fatto…, che sei soltanto un seminatore di zizzania, che sei uno che di lingua sarda sei digiuno come un somaro legato al freddo e al gelo…

  2. Reblogged this on giuseppecartablog and commented:
    Studiare fa bene!

  3. Arrori…e ddi narat po fintzas “Caro amico” … e ita si ndi boliat nai cosa mala diaberu…a mei su scritu m’est praxiu, a su Professori Emeritu, custu e beru, no ddu podeus biri, for’e bogai ca tenit arrexoni in casi totu… si Concu Salvatore Dedola dda pentzat de manera diferenti, podit argumentai, in logu de chistionai a fueddus malus.
    Sa fueddada Casteddaja est bona e de interessu po s’inghitzu de unu standard ofitziali de sardu, o a su mancu est sa chistionada ca prus est de pigai in consideru me custus tempus, po su traballu de pesadura de una norma scrita.
    F.L.

  4. Non c’è stata resistenza ai romani? Ah beh, immagino la Barbagia sarà stata chiamata così per caso, allora! Al di là degli scherzi, evitiamo di cercare di spiegare la storia con la sola linguistica, perchè non si può fare. L’opposizione politica e quella linguistica possono essere unite come possono non esserlo. La formazione di due “razze” separate è una cazzata, ma sta alla genetica dirlo (e mi sembra l’abbia già fatto, decretando i sardi come uniformi ma differenti dagli italiani e dal resto degli europei). Comunque, per giustificare l’uniformità della lingua dei sardi:

    1- Durante il periodo romano la Barbagia non era dominata per pure ragioni logistiche: in campo aperto i romani erano troppi e troppo ben organizzati, mentre in montagna contava maggiormente la conoscenza del territorio, oltre al fatto che si poteva avanzare solo in piccoli gruppi. Ma la transumanza si faceva ancora, ed i pastori avevano necessità in quei frangenti di conoscere la lingua del posto e mimetizzarsi. Inoltre di certo non saranno stati pochi i ribelli del sud ad andare sulle montagne per liberarsi dal giogo romano, ed ad unirsi (in più sensi della parola) alle popolazioni locali. Inoltre i romani cercarono di latinizzare le popolazioni con colonie e dando terre ai locali.

    2- Tra Roma e la civiltà giudicale (dove la Barbagia era separata tra i 4 giudicati, proprio perchè difficile da gestire) passano un bel po’ di secoli, e di cose ne sono successe un bel po’. Il fatto che i Barbaricini si siano fusi con gli altri, ad esempio. E che quindi con loro abbiano avuto rapporti e commerciato. Se anche fino alla caduta di Roma non avessero mai parlato latino, avrebbero avuto il tempo e la necessità parlare sardo in quel momento.

    Il fatto che i barbaricini si differenziassero culturalmente e politicamente dal resto dei sardi pur parlando la loro stessa lingua può essere visto ad esempio a riguardo della religione, e di tutta la storia riguardante Ospitone ed i bizantini. Dal punto di vista genetico, neanche a sud si è mescolato quasi mai nessuno con nessuno, a prescindere dalle dominazioni. Se fossimo stati tutti “dominati” non ci sarebbe stata questa differenza così netta tra noi e gli italiani.

    In sostanza, evitiamo per piacere di sminuire la storia sarda. Già bastano i libri di testo italiani a definirla come “una storia di dominazioni”, ci manca solo che lo faccia anche chi dice di lavorare per la nostra cultura.

  5. Li ho letti, e ho trovato cose del tipo:
    “le montagne della “Barbagia” sono state ripopolate, dopo il genocidio dei Romani, da Sardi–fuggiaschi?–provenienti dalle pianure”

    o, tra i commenti:
    “Quello che metto in discussione è la continuità pretesa tra Sardi “nuragici”–culturalmente e anche geneticamente “alieni–e Barbaricini attuali.”

    E questi, da fuggiaschi (perchè lo erano, altrimenti non si sarebbero avute quelle differenze politico/religiose e la stessa denominazione “Barbagia”), sarebbero riusciti a sopravvivere ai romani meglio di coloro che ci avevano vissuto per più tempo, e che quindi avevano più risorse e conoscenze del luogo? Difficile da credere, ed andrebbe argomentato molto bene.
    Sono d’accordo sulla non-esistenza di una separazione netta tra i due insiemi di sardi, ma è molto più probabile che i fuggiaschi si siano uniti ad abitanti già stabilitisi lì che, appunto, avevano quindi una maggiore conoscenza del posto, fondamentale per combattere le legioni.
    Per quanto riguarda la genetica, la definizione dei sardi come “primi europei” e quant’altro confuta le sue affermazioni, in quanto sì, i barbaricini sono discendenti dei nuragici. Come gli altri sardi, che appunto si sono mescolati con gli invasori molto meno di quanto si pensi.
    In sostanza, di nuovo, quello che dicevano Lilliu e Wagner sui barbaricini era giusto, era quello che dicevano sui “maureddini” ad essere sbagliato. Con tutto il rispetto la sua visione mi sembra un “tutto o niente” spostato per partito preso verso il “niente” (che, appunto, la genetica confuta), ed è per questo che non mi piace affatto.

    Quello che sto dicendo lo dice (quasi, perchè riferisce dei barbaricini come “pochi) in un suo commento:
    “Nudda m’impedit de pensai ca is Sardus de is pranus, bellu a bellu, si nci siant artziaus a monti, mancai agatendi ancora unu pagu de genti “resistenti”, si siant furriaus a montagninus e si siant postus issus puru a fai su chi faint sempri is montagninus su chi narat Braudel. Duncas, bardanas e emigratzioni. Custu mi parit su scenariu prus facili a crei.”
    Ma poi non ne fa nessun’accenno nei post, dove continua in un’opera che sembra davvero uscita dal peggior libro nazionalista italiano, dando ragione a chi tenta di sminuirci. Cosa pericolosa, dopo tutto quello che abbiamo fatto per liberarci da influenze del genere. Molto semplicemente questo.

  6. «Come hanno fatto i Barbaricini a imparare il latino volgare, se erano “resistenti”»

    Diversi anni fa mi ponevo la stessa domanda, finché un prof. barbaricino mi fornì una plausibile e ragionevole risposta.

    http://www.pittau.it/Sardo/latinizzazione.html

    Posso confermare che fino a una trentina d’anni fa i tra gli abitanti della Baronia e quelli della Barbagia la malsopportazione o l’avversione reciproche erano evidenti, finché lo sviluppo del turismo non ha iniziato ad aprire un bel po’ di menti…

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