Perché non ho paura di Pepe Corongiu

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Ieri record di visite: oltre mille.

Per un blog specializzato come questo non è per niente male.

E sono giorni che si viaggia oltre le 900 visite.

Ma …

C’è un MA grande come il monte di Marganai: le visite singole sono un terzo!

Questo vuol dire che le persone interessate agli sviluppi della LSC–di una parte e dell’altra–sono circa 300.

Ci sono in Sardegna circa 300 persone molto interessate alla questione, infatti, in media, cliccano su tre articoli o entrano tre volte a visitare il blog.

A questi si possono forse aggiungere le 337 persone che hanno letto il post su Mastino su Sardegnablogger, ma in genere le visite ai miei articoli di linguistica su Sardegnablogger non arrivano alle 200.

Queste cifre ci danno un’idea di quanto grande sia l’interesse per la questione linguistica in Sardegna, in questi giorni “bollenti”.

E mi sembra che esprimano molto bene quale sia il nostro problema principale.

Se la gente coinvolta fosse, non dico molto, ma il 10% dei Sardi, le cose starebbero molto diversamente e anche queste discussioni sarebbero impensabili.

Siamo quattro pidocchiosi che si sbudellano a vicenda per spartirsi un patrimonio di consensi miserabile.

E questo la politica lo sa bene: ecco perché i politici se ne fottono della lingua.

I politici se ne fottono e si guardano bene dal darsi una linea politica rispetto alla lingua: forse pensano che con la lingua i consensi si possano soltanto perdere e forse hanno anche ragione.

Così, quando il destino li catapulta sulla poltrona di assessore alla cultura, non sanno che pesci prendere e delegano tutto al dirigente.

Così è stato con Renato Soru, che dopo aver ottenuto il suo giocattolo (la LSC) se ne è completamente disinteressato. Così è stato con Sergio Milia, che ha delegato tutto allo stesso dirigente. E così è per Claudia Firino, che non ci ha neppure provato.

Da 10 anni, a guidare la politica linguistica, in Sardegna, non è un politico eletto e al quale si può chiedere di rispondere del suo operato, ma un dipendente della Regione, politicamente irresponsabile del suo agire politico.

In questi giorni stiamo assistendo a un divertente teatrino in cui la politica cerca disperatamente di liberarsi della patata bollente della questione linguistica e di affibbiarla nuovamente a Pepe Corongiu.

“Chi si ddas pighit issu is papinas a conca!”

Nessuno che abbia il coraggio di dire all’assessore: “On. Firino, veramente, dovrebbe essere indifferente quale dirigente occupa quella posizione, visto che è lei che da l’indirizzo politico”.

E hanno ragione a non dirglielo, perché sono tutti nella stessa posizione: non ne sanno e non gli interessa saperne.

Primo fra tutti il presidente italofono Pigliaru Francesco, fu Antonio.

Eccoli allora a proporre una legge ad personam–io la chiamerei direttamente ad Corongium–incuranti del ridicolo che si stanno tirando addosso.

Le pappine in testa per la lingua proprio non se le vogliono prendere!

“Che se le prenda lui, visto che ci tiene tanto!”

C’è chi si oppone, ma con poca convinzione, e chi lo fa per amore di un filologo catalano.

È quasi sicuro che Corongiu potrà nuovamente appollaiarsi sul suo trespolo di Viale Trieste per poter eseguire le direttive di Corraine.

Almeno per quanto riguarda la LSC.

Ma io non faccio il tifo contro Corongiu.

Semplicemente perché il danno che poteva fare, ormai l’ha fatto–anzi l’hanno fatto–e non sarebbe certamente un’altro dirigente a potervi porre rimedio.

Occorrerebbe un assessore alla cultura con una propria politica linguistica e questo semplicemente non c’è.

Chiunque si appollaiasse su quel trespolo, non potrebbe fare altro–conoscendo oltretutto l’inerzia dei dipendenti regionali–che proseguire su quella strada.

Con Corongiu o senza Corongiu, la LSC ormai è stata ficcata in un vicolo cieco da lui e dal suo Condottiero e non si vede come se ne possa uscire.

L’intervista al responsabile della cooperativa Sa bertula antiga mette perfettamente in chiaro quali siano i problemi: http://salimbasarda.net/politica-linguistica/sarigu-bertula-antiga-eja-a-sisperimentatzione-de-sa-lsc-in-campidanu/

Adesso occorre emendarla. Se ne sono resi conto perfino loro: ci riusciranno?

Ci riuscirà chi come Corongiu e Corraine si è sempre opposto? http://www.tempusnostru.it/parrere-1.page?docId=2595

Un mio amico mi ha sfidato a scommettere, dicendo: “Se fanno gli emendamenti ti pago una cena nel ristorante che vuoi.”

Ovviamente non ho accettato.

Corongiu e Corraine non hanno né il hardware né il software per realizzare i cambiamenti necessari a superare la divisione linguistica tra nord e sud, che loro hanno contribuito a rafforzare.

Ma la cosa non cambierebbe neppure con un altro dirigente a cui del sardo non gliene frega nulla.

Ci vorrebbe un politico.

Ma dei “sovranisti” eletti non ce n’è uno–e dico uno–che si sia mai interessato della questione linguistica.

Con Corongiu o senza Corongiu, tutto continuerà come prima.

Ai Sardi, semplicemente, la questione interessa troppo poco.

Il vero problema è lì.

3 Comments to “Perché non ho paura di Pepe Corongiu”

  1. Geo soe unu de cussos trechentos lettores, e soe onorau de du esse. Custu sito este su terzo de or mios “preferiti”, a pustis de Il “Fatto Quot.” e “Monte Prama”, ma es cussu chi castio e leggio chin prusu attensione e piachere.
    Soe un’annu e mesu chi banno infattu a custu blog, non soe unu professore, e ne mancu un’istudente. Però d’intenno comente una cosa chi mi sèrbidi, chi ne tengio bisongiu, no est comente “su fàmene ‘e su barantacinqu” chi naran sempere or beccios, ma pacu che màncada. Soe bregiosu però ca s’accàtada cristianos comente a Issu, chi os ogros to tenete abertos, e d’os faene aberrerre a os’ateros puru.
    Adiosu.

  2. Anche io ho messo il suo blog tra i miei “marca-paginas” e sono felice di poterlo leggere e consultare. Ne condivido la passione e, benché talvolta le forti polemiche mi mettano a disagio, apprezzo molto il suo impegno e la sua chiarezza.

    Sempre da semplice lettore, mi propongo di fare alcune osservazioni e di esprimere alcune opinioni.

    Almeno a livello di tendenza popolare su quanto concerne l’interesse dei sardi alla lingua sarda, penso che il suo sia un giudizio un po’ pessimista. Credo se ne possa avere una misura nelle pagine web dedicate alla lingua sarda create da alcuni anni a questa parte, e nelle pagine e gruppi Facebook che ultimamente abbiamo visto crescere a ritmi che raggiungono anche i mille nuovi iscritti al mese. Persone che vogliono sapere e imparare, che vogliono confrontarsi coi dialetti e con le visioni altrui, ma soprattutto che vogliono in sostanza riconquistare la propria lingua all’uso quotidiano e diffuso.

    Nel mio piccolo trovo sempre più gente che prende a parlare della lingua sarda, nelle piazze e nei luoghi pubblici in genere. I Comuni organizzano incontri e convegni, corsi sulla lingua sarda per giovani e adulti.
    Qualcosa di utile fanno anche gli organizzatori dei concorsi di poesia sarda, ospitando poeti da tutta la Sardegna, accogliendo le loro poesie scritte in qualsiasi dialetto dell’isola; anche qui la gente si ferma a parlare della lingua e della scrittura in sardo, ognuno parlando il suo dialetto, raccontando esperienze e aneddoti, confrontando allegramente modi di esprimersi e proverbi.

    Forse non sembra, ma molti sardi stanno tornando ad interessarsi ed appassionarsi alla propria lingua; detto in sardo: sa zente est torrande a leare e a ponner zéniu po sa limba sarda.
    L’interesse si sta ampliando, la gente comune c’è, è generalmente attenta ed è disposta a mettersi alla prova. Moltissime persone vogliono (ne hanno percepito e compreso l’esigenza) conoscere le regole ortografiche, o grafiche, di un “sardo comune”, non di una “lingua di plastica”, come da qualcuno è stata argutamente definita -almeno per risultati pratici fin qui ottenuti- la LSC. E’ questo il punto: si giri e si rigiri la frittata quanto si vuole, la gente aspira a poter scrivere il “suo” sardo; ed è in questo che Regione e commissioni tecniche dovrebbero impegnarsi, nella consapevolezza che una lingua unitaria non nasce dall’oggi al domani, quale che sia la regola adottata.

    Del resto chi ha davvero a cuore la sorte della lingua sarda e il suo insegnamento, il suo recupero, non può non aver riflettuto su un aspetto semplice quanto evidente: il sardo insegnato a scuola non può prescindere dal dialetto locale.
    Pensiamo a un bambino della scuola primaria che torna a casa e si mette a parlare il sardo di Corraine con i genitori. Quale genitore parlante sardo non rimarrebbe disorientato da un simile stravolgimento linguistico? Probabilmente solo un genitore-sasso, unu còdulu, unu mazu ‘e omine o emina chi siat.
    Un genitore sardofono ovviamente andrebbe a contraddire il bambino, ma anche se lo facesse con tutta la sensibilità e premura il bambino ne resterebbe sconvolto. Il dubbio s’insinuerebbe per una materia le cui regole sintattiche gli vengono contraddette ogni giorno in casa, e muterebbe ben presto in disinteresse e completo rifiuto. E il genitore potrebbe giungere alla soluzione drastica di chiedere il ritiro del figlio dalle lezioni di lingua sarda per “mandarlo a ginnastica” o al recupero di altre materie.

    Saranno necessari tempo e sperimentazione, verifiche e analisi, a cui dovrebbero provvedere le commissioni di esperti e a cui la Regione dovrebbe attingere un domani per definire uno standard aperto e arricchito da un lessico diffuso e vario, ma quantomeno si sarà fatto qualcosa di immediato e concreto per frenare l’incalzare dell’italiano sui nostri dialetti e per fermare il declino del sardo.

    Ribadisco che le mie non sono e non possono essere le proposte tecniche di un esperto quale non sono, ma soltanto spunti che mi paiono di buon senso.
    Quando parlo di arricchimento del lessico che i dialetti possono produrre in una futura lingua comune, intendo dire che per scrivere o parlare in sardo bisognerebbe esser disposti a sostituire un vocabolo italiano entrato nell’uso con il corrispondente vocabolo sardo, anche quando venisse da un altro dialetto. Di tale arricchimento mi sembra che proprio la scuola possa e debba farsi carico e veicolo primario avendo oggi a disposizione dizionari, grammatiche, testi, strumenti informatici che dovrebbero facilitare alquanto il compito. Tutte le scuole sarde dovrebbero utilizzare i medesimi strumenti, e -come ho già segnalato sotto un altro post- sarebbe opportuno prevedere utili gemellaggi tra Comuni o scuole delle diverse cosiddette varianti.

    Concludo ribattendo su quella che secondo me, al momento, è la questione cruciale (e che mi pare anche lei condivida): definire regole grafiche condivise ed ampie che non stravolgano il lessico locale e che non privino i dialetti locali del loro costume sintattico. Per capirci: NO a quelle regole che hanno fatto installare da noi cartelli tipo “Alimentares” per segnalare quella che per noi è sempre stata una “Buteca” o “Fabbro” per segnalare un “Fraìle (de mastru [f]erreri)”, o “Falegnameria” per “(buteca de) Mastru ‘e linna”…
    Insomma, attivare sul serio una sperimentazione pratica, ma senza correre verso il baratro indefinito che finora si è dimostrata la LSC, o meglio, la “LISCAS” (lingua italiana simile al sardo).

  3. Cando si brigant duos insinzantes/ e isetant giudiscios de dischentes/ lassant sinzales de poberas mentes/ famidas de sos plausos ignorantes.

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