Il primato dell’economia

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Dico una banalità colossale se dico che per produrre cultura occorrono soldi.

Perché in Sardegna non si sono costruite le vertiginose cattedrali che si costruivano nei Paesi Bassi intorno al 1500?

Perché la Sardegna, nello stesso periodo, era povera e i Paesi Bassi ricchissimi.

Per costruire simili capolavori occoreva pagare per decine di anni maestranze specializzate.

Leonardo stesso non avrebbe prodotto i suoi capolavori se fosse stato costretto a lavorare nei campi dal mattino alla sera.

Qualcuno ha prodotto il surplus che gli ha lasciato il tempo libero per imparare le tecniche della sua arte e di vivere poi della sua arte.

L’economia viene quindi prima della cultura.

Ma da dove viene la capacità di produrre quel surplus, quelle eccedenze che permettono a un’élite di intellettuali di produrre cultura, senza preoccuparsi di dover produrre da se ciò che occorre per il proprio sostentamento?

Dalle innovazioni tecnologiche e sociali.

Soprattutto dalle innovazioni sociali.

Il miracolo economico e culturale del Rinascimento è stato reso possibile soltanto dopo che si sono create delle isole di libertà sociale e culturale dei liberi comuni.

Liberi dal giogo feudale.

Il grande storico Le Goff ha sintetizzato in un’unica magnifica frase la cospirazione tra clero e nobiltà che teneva il mondo feudale stretto nella morsa della miseria materiale e culturale.

Il prete disse al barone: “Tu li mantieni poveri, io li mantengo stupidi.”

Miseria e ignoranza vanno a braccetto.

Nel mondo immobile del feudalesimo, immutabile per volontà divina, non potevano trovare spazio quelle innovazioni tecnologiche che permettono una maggiore produttività in economia, e quindi quella produzione di surplus (alimentare) necessaria al sostentamento di un’élite intellettuale.

Quella stessa borghesia che costruiva le cattedrali per dimostrare alla nobiltà e al mondo intero la propria potenza e la propria superiorità intellettuale.

Il rifiuto della miseria come condizione inevitabile nasce dalla presa di coscienza della propria intelligenza e dal rifiuto di delegare la propria visione del mondo agli sciamani e ai loro difensori armati.

Solo uno spirito libero può produrre quelle innovazioni che poi producono ricchezza.

Leggetevi o rileggetevi Le Goff e allora capirete che la mia prima frase è sì banale, ma che non dice tutta la storia.

La ricchezza materiale (diffusa) si realizza soltanto a partire dalla ricchezza culturale (diffusa).

Soltanto dopo si instaura il circolo virtuoso per cui ricchezza materiale e ricchezza culturale si innescano a vicenda.

Altro che “cultura sovrastruttura dell’economia”!

Trenta anni di liberismo hanno convinto quasi tutti che l’economia debba avere il primato sulla politica e sulla cultura.

Una delle operazioni di politica culturale meglio riuscite della storia ha creato il mito dell’economia che si governa da sé nell’interesse collettivo.

In pratica si è trattato di subordinare il potere politico a quello economico.

Sottrarre l’economia al controllo democratico.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma sarebbe anche molto interessante leggere Why Nations fail :http://www.bol.com/nl/p/why-nations-fail/1001004011534772/

Lungo preambolo per arrivare alla solita conclusione.

Perché la Sardegna è povera e economicamente dipendente dall’esterno?

Perché la cultura sarda è povera e dipendente dall’esterno: è più giusto in questo caso parlare di cultura sardignola.

La mancanza di una cultura nazionale impedisce la formazione di una borghesia nazionale.

Prendiamo, per esempio, la questione dell’Agenzia Sarda per le Entrate.

Se ne parla dai tempi di Renato Soru, ma ancora non si è realizzata.

Lo stato italiano continua a essere moroso nei confronti della Sardegna, ma i politici sardi–tranne alcuni–non se ne preoccupano.

Come è possibile che i Sardi eleggano ancora dei politici che permettono il borseggio ai loro danni da parte dello stato?

Come nel mondo feudale, vediamo che miseria e stupidità/ignoranza vanno a braccetto.

Per arrivare agli estremi in cui è piombata la Sardegna in questi anni occorre una visione del mondo che li giustifichi e che sia condivisa dalla maggioranza dei Sardi.

Questa visione del mondo si chiama Cultura della dipendenza.

A questa conclusione ci siamo arrivati–indipendentemente, appunto–sia io, che Marco Pitzalis e Emiliano Deiana.

Anni fa.

La Cultura della dipendenza concepisce la Sardegna soltanto come periferia dell’Italia, dimenticando sia la sua storia che la sua posizione geografica.

A mantenere in piedi questa visione strampalata della Sardegna nel mondo c’è  nuovamente l’alleanza tra il potere temporale (i partiti italiani che operano in Sardegna) e i chierici (gli intellettuali sardignoli, quasi tutti stipendiati dallo stato italiano, tranne poche eccezioni).

Il destino perfido e baro ha voluto che, in questa tornata elettorale, i due poteri si fondessero largamente nella persona del presidente Pigliaru, che rappresenta al meglio la Cultura della dipendenza,  tra l’altro per il fatto di essersi sempre rifiutato di imparare il sardo.

Pigliaru è anche uno di quelli che credono al primato dell’economia, quindi è perfetto per quel ruolo.

Cosa dicono questi signori?

Semplificando, ma non troppo: “La Sardegna è povera, quindi dipende dall’Italia. Risolviamo prima i problemi economici e il resto verrà da se.”

Mentre è evidente che la Sardegna è povera perché dipende dall’Italia e che la classe dirigente sarda–sardignola!–non è in grado di far decollare un’economia sarda autocentrata.

Siamo seri: la Sardegna è un’isola sottopopolata, grande come l’Olanda, e non riesce a far campare poco più di un milione e mezzo di abitanti, quando in Olanda ne vivono sedici milioni.

Il problema è chiaramente quello di una classe dirigente inetta.

L’unica cosa che sanno fare è correre appresso alle emergenze–sempre le stesse dal 1948–e garantire per se stessi lo statu quo.

Per se stessi e per lo stato italiano.

Chi ha interesse a mantenere i Sardi poveri e stupidi?

E ormai lo sappiamo bene che le due cose vanno assieme, sono inseparabili.

Allora, quando vi dicono che abbiamo altro a cui pensare che non alla lingua e alla cultura della Sardegna–cioè quelle cose strane che ci permetterebbero di cambiare il nostro modo di vederci nel mondo e di cercare soluzioni politiche più adatte alle nostre necessità–vi stanno dicendo che non hanno nessuna intenzione di modificare l’economia della Sardegna.

Perché?

Perché come al prete fa comodo che chi vive una vita di merda si consoli con la prospettiva del paradiso, al politico fa comodo che esista una massa di disperati a cui spacciare speranze–spesso individuali–in periodo di elezioni.

Senza disoccupazione di massa, niente clientelismo e voto di scambio, no?

Questo sarebbe la fine di tanti politici sardi.

Ecco perché non hanno nessun interesse a migliorare le condizioni economiche dell isola.

Come il prete feudale, il politico sardo medio ricava il suo potere dal fatto che la speranza di un futuro migliore passa per lui.

Quindi avrebbe tutto da perdere da una Sardegna economicamente forte.

Siamo intrappolati in un circolo vizioso: senza indipendenza culturale, niente classe dirigente nazionale; senza questa, niente indipendenza culturale e quindi politica e quindi economica.

Non ci resta che piangere?

Si, se non riusciamo a innescare il processo di produzione di una cultura nazionale, quella che formerebbe una classe dirigente non dipendente.

Ecco a cosa servono la lingua e la cultura in Sardegna.

8 Responses to “Il primato dell’economia”

  1. E’ lo stesso motivo per cui da tempo mi son messo anche a divulgare il caso altoatesino, dove il sistema funziona grazie al riconoscimento dell’alterità linguistica. Quì vorrebbero emulare lo stesso sistema ma scordando i capidalsi culturali che lo permettono. Proprio perché il piagnisteo porta più voti della cultura.

  2. Bell’artìculu, chissai chi custa assessora noa audat.

  3. Mi podet po piachere inghitae cale este su libru de Le Goff chi teppo e liggere.

  4. E’ il tipo di “sviluppo” che loro vogliono, assistito, che può produrre ricchezza, ma sempre in un’ottica di dipendenza. E non è Pigliaru che si è rifiutato di parlare il sardo, ma, significativamente, il padre di insegnarglielo.

  5. Geo tengio unu figiu de dechenoe annos, este in Texas, istudianno in dun’iscola privata de pilotas de aereo. Dae minoreddu tenìa sempere cust’irbetu. Soe meda orgogliosu de issu, comente donnia babbu po su matessi figiu, mi creo. Custu po or narrere ca es creschiu in “d’unu ambiente” in cantu s’allecaìada a iscutas in limba e a oras s’italianu, a tardu mi soe abigiau ca po ischirede allecae in limba, chin’issu toccaìada allecare sempere in sardu, non bastaìada ad intennere ebbìa.

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