I CAVALIERI INESISTENTI DELLA SARDITÀ

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Forse è vero che so scrivere, ma è senz’altro vero che so leggere.
Così, quando una cosa non la so o non mi è chiara abbastanza, mi informo, leggo.
Solo dopo–se mi sembra il caso–scrivo.
Per anni ho cercato di definire l’identità linguistica dei Sardi.
Quella linguistica, eh! Solo quella.
Perché era chiaro che definire l’intera identità è un compito troppo complesso.
Anzi, impossibile.
Così mi sono messo a cercare una definizione di identità linguistica e finalmente ho tovato questo lavoro di due studiose americane: Bucholz, M. & K. Hall, (2005) “Identity and interaction: a sociocultural linguistic approach”, in Discourse Studies October 2005 vol. 7 no. 4-5 585-614.
Il loro lavoro era ispirato da quello sull’identità di genere, portato avanti da Judith Butler, soprattutto in Butler, J. (1990) Gender Trouble, Routeledge, London.
Scusate se è poco: http://it.wikipedia.org/wiki/Judith_Butler.
Semplificando un po’, ma non troppo, Judith Butler dice che l’identità (sessuale) non esiste oltre ciò che fai.
Mi spiego: non è ciò che sei a definirti nei confronti degli altri e–per riflesso–di te stesso, ma ciò che fai.
È ciò che fai che permette agli altri di identificarti, di assegnarti un’identità.
“Come?” direte voi “Gli altri ci assegnano l’identità? Ma stiamo scherzando? Io sono quello che sono.”
Quest’idea di identità è esattamente quello che Judith Butler ha gettato nell’immondezzaio della filosofia.
Cos’è l’identità se non l’insieme di quei fattori che definiscono la nostra posizione rispetto agli altri, nella coppia, nella famiglia, nella società?
E questi fattori non sono ciò che “siamo”–visto che questo non può essere percepito–ma ciò che facciamo. Sono i nostri “atti performativi” che vengono percepiti e che portano gli altri attorno a noi a reagire.
Da questa interazione nasce la nostra identità.
Dietro questa serie di atti–come dentro la corazza del cavaliere inesistente di Calvino–non c’è niente.
Passiamo all’identità linguistica dei Sardi: si è linguisticamente Sardi quando si parla in italiano?
No, ovviamente!
Al massimo si è sardignoli, cioè parlanti dell’italiano sgangherato di Sardegna.
E se fate parte di quel vasto gruppo di illusi, convinti che i Sardi parlino benissimo l’italiano, leggetevi il mio libro: “Le identità linguistiche dei Sardi, Condaghes, Cagliari, 2013.
Allora: si è linguisticamente Sardi quando si parla in sardo.
Chiaro.
Chiarissimo anche che l’identità sarda non si esaurisce nel parlare sardo/gallurese-sassarese/tabarkin/algherese.
Chiaro.
Ma in cosa consiste allora questa benedetta “sardità”?
Come nell’articolo di Benidore che ho postato ieri, si torna a una vaghissima forma di “essere”, determinata dal mare–Alleluja!–e da una storia condivisa.
Una visione dell’identità non determinata dalla/e lingua/e della Sardegna, ma da …
Da che?
Non tiriamo in ballo la barzelletta della storia condivisa, dato che la stragrande maggioranza dei Sardi questa storia la ignora e visto che è una barzelletta parlare di “storia condivisa”.
Condivisa da chi, poi?
A partire da quale momento?
Dal momento in cui i primi umani hanno posto piede in Sardegna non hanno più avuto una storia interamente condivisa.
La storia di Eleonora e quella dei suoi tzeracos non è la stessa.
Queste fesserie lasciamole dire a una scrittrice che si è affermata scrivendo in italiano, che all’italiano deve tutto, e si vede.
Sto dicendo, insomma, che a definire l’identità dei Sardi non basta certo la/e loro lingua/e, ma che senza quelle non rimane praticamente niente.
Solo un vaghissimo “sentirsi Sardi” che lascia il tempo che trova.
Infatti il dramma vero della Sardegna è quello di non riuscire a essere comunità, società.
La lingua serve a creare comunità.
Infatti, la funzione principale dell’italiano in sardegna è stata ed è ancora, quella di distruggere le comunità sarde.
La mancanza di coesione sociale, di senso di appartenenza, di–appunto–identità ha prodotto quello spappolamento sociale che impedisce ai Sardi, fra l’altro, di gettare a mare le basi militari.
Questa mancanza di identità impedisce la formazione di una borghesia nazionale in grado di rappresentare gli interessi dei Sardi–della maggioranza dei Sardi–nei confronti del mondo esterno e soprattutto dello stato italiano.
La realtà tristissima della sardegna è il risultato di quest’idea sentimentale e–diciamolo pure–idiota che bastino il mare e l’anagrafe a darci un’identità.
Quell’identità di cui parlano Benidore e Michela Murgia ha un altro nome: si chiama identità sardignola e ci definisce come abitanti della periferia estrema della repubblica italiana delle banane.
Francamente aspiro a qualcosa di più nella mia vita.

2 Responses to “I CAVALIERI INESISTENTI DELLA SARDITÀ”

  1. Letzo kin meda interesse in s’iskurighore mi paret de…..bider lughe!! Gratzias

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