Diventare nazione sarda

La nazione, nel suo senso moderno, non è nient’altro che una tecnologia sociale inventata dai francesi per dare legittimità allo stato centralizzato.
Quando si taglia la testa al re–il proprietario dello stato, dal quale, per grazia divina, discende tutto il potere e il dovere dei sudditi ad obbedire a questo potere–bisogna inventarsi un’altra legittimità, per tenere assieme la massa di individui che abitano lo stato, individui con interessi discordanti e spesso contrastanti.
Con l’invenzione della nazione, i francesi sono riusciti a tenere insieme uno stato che altrimenti sarebbe esploso e/o sarebbe stato smembrato dagli stati concorrenti.
Per giustificare il concetto artificiale di nazione e quindi la legittimità dello stato occorreva un mito, che pareggiasse il mito della grazia divina, base della monarchia assoluta.
I francesi hanno inventato l’equazione una lingua = una nazione = uno stato e … voilà: lo stato nazionale ha il suo fondamento.
Tutte balle, ovviamente, visto che gli abitanti dello stato-nazione appena sorto non parlavano il dialetto di Parigi, quello che da quel momento in poi sarebbe diventato il francese.
Ancora oggi, dopo oltre due secoli di guerra dichiarata e feroce contro i “patois”–le varie lingue locali–lo stato francese non è ancora interamente monolingue.
L’uniformità dei francesi–quella linguistica e quella dell’esercito popolare: tutti in uniforme e tutti in grado di capire gli ordini abbaiati dagli ufficiali francofoni–ancora non è stata del tutto raggiunta e adesso viene anch’essa minacciata dalla globalizzazione.
La monarchia sabauda–nella sua infinità mediocrità–ha adottato il modello francese di stato-nazione per condurre le proprie guerre di espansione e, naturalmente, anche l’equazione una lingua = una nazione = uno stato.
In questo caso l’equazione era ancora più ridicola, perché se il francese veniva parlato almeno a Parigi, l’italiano che si scriveva nel 1800 non si parlava nemmeno a Firenze. Tutti sappiamo quando si scosta ancora il fiorentino dall’italiano.
Insomma, l’invenzione del concetto di nazione è sempre e solo servito a giustificare l’esistenza di uno stato centralizzato, nel quale gli interessi degli abitanti sono subordinati a quelli dell’élite al potere.
Ma si può essere/diventare nazione in un altro modo?
Si può essere nazionalisti in un modo diverso dai francesi–con la loro necessità di trovare una nuova mitologica coesione interna–e dagli italiani–con la loro necessità di aggredire altri stati?
Si può costruire una nazione senza fare ricorso a mitologie in cui non crede più nessuno?
Basta pensare a Gandhi o a Malcom X.
“Gandhi’s nationalism seems simple and straightforward: he wanted an independent Indian nation state and freedom from British colonial rule. But in reality his nationalism rested on complex and sophisticated moral philosophy. His Indian state and nation were based on no shallow ethnic or religious communalism, despite his claim to be Hindu to his very core, but were grounded on his concept of swaraj – enlightened self-control and self-development leading to harmony and tolerance among all communities in the new India.”
http://www.ibtauris.com/Books/Biography%20%20True%20Stories/Biography%20general/Biography%20historical%20political%20%20military/Gandhi%20and%20Nationalism%20The%20Path%20to%20Indian%20Independence.aspx?menuitem=%7BDFF51E2F-C0BA-4928-ACC4-415188DCDEE8%7D
No, non ve lo traduco.
Peggio per il vostro monolinguismo in italiano.
Il nazionalismo non è soltanto quello francese o italiano–con la sua deriva estrema: il nazismo–ossessionato dall’uniformità.
Il nazionalismo gandhiano punta alla costruzione di una comunità di affetti e di interessi.
Noi sardi ne abbiamo disperatamente bisogno, di diventare una tale comunità.
Basti pensare alle nostre lingue–tutte!–minacciate dal monolinguismo isterico degli italiani.
Il problema strettamente collegato della dispersione scolastica.
Le servitù militari.
Il problema strettamente collegato della produzione di energia contro i nostri interessi: in entrambi i casi, si tratta dell’espropriazione del nostro territorio.
Il fallimento del modello di sviluppo mirato soltanto a soddisfare i bisogni degli italiani..
Non siamo ancora una nazione.
Pensarlo significa illudersi miseramente.
La nazione sarda è ancora in gran parte da costruire.
Chi ne ha voglia?
Gandhi and Nationalism: The Path to Indian Independence
www.ibtauris.com
Gandhi and Nationalism: The Path to Indian Independence

2 Comments to “Diventare nazione sarda”

  1. Beh, ki naras su Bolognesu o Gresienti o Iddajossesu ki sies, jeo non d’isco comente si faket una Nazione. Peroe su fattu ki ke semus in d’unu cantu ‘e terra in mes’e mare, creo ki siet un’azzudu mannu, assu nessi pro cominzare. Zertu, si su mare ke torrat a falare, deppimus faker sos contos peri kin sa Corsica. Embè? Non fimus frades e fradiles pro meda, meda, meda, mizas annos? Mancari ant un’idea ona issos ettottu. (E, ma custu di lu naro a cua, non diat esser mezus a la faker paris kin issos sa NAZIONE? Kissai ki non siet sa cosa prus zusta! Semper a cua, però).
    E poi, sa limba ja l’amus! Non bi la deppimus pedire a nemos! Sunt meda limbas? Ma, est semper mezus de non d’aere manc’una! As a narrer ki amus a gherrare tempus meda pro seperare custa limba zusta? Lampu, però! A gherrare, pro nos fakere a Nazione, mi diat aggradare meda! Ca dia aere unu nikele, in cue in dainanti, ki lu kerzo lompere a poderiu! Est’una cosa séria abberu!
    Poi, itte bi diat kerrere. Duncas, de securu un’istoria manna ja l’amus! Este s’istoria prus manna e prus longa de tottu su Meditterraneu! Beh, itte nde naras, diat esser custu puru unu bellu fuste uve d’arrambare pro andare a dainantis! Ca s’istoria, e sa limba puru, NOIS JA LAS AMUS!
    Non semus comente s’ittalia e sa franza! Pessabbei ene! Nois amus ISTORIA E LIMBA!
    Abbaida s’ittaliedda, no at istoria! E in medas locos, de limba non bi l’iskit a faeddare! Custu creo ki siet su puntu prus forte ki amus pro nos ispinghere a ke lompere a faker sa NAZIONE!
    Eppoi. Itte bi diat kerrere! Medas cosas, de securu, ki atteros Sardos diant connoskere! Millu mi! Cussu mi mancaiat! Itte? Sa cosa prus diffizzile de aere!
    S’omine ki dikk’appat iscuttinadu dae conca sa thersakkia! S’omine iscrappu! S’omine sinkidu!
    Solittante ke in hoke si deppet traballare, pro mene. Deppimus accattare S’OMINE SARDU!
    Appoi diat esser tottu fazzile.
    mikkelj

  2. Appo lezzidu custa cosa de Mario Carbone, ki at faeddadu de cussa muttida fatta in s’Iscozia pro dikk’essire dae su UK. Lu ponzo in hoke ca m’aggradat meda e peri ca li mancat una cosa.
    Isse narat: «Tornando a noi sardi, l’esempio pur con le debite differenze, trova epigoni nelle tante organizzazioni indipendentiste che trascurano o ignorano la lingua sarda come fattore di coesione della NAZIONE sarda e privilegiano valori quali l’insularità e il suo isolamento nei trasporti e il sottosviluppo o l’oppressione coloniale, utilizzando la lingua sarda quando va bene solo nei titoli del loro marketing politico senza nessun impegno concreto, invece di farne la colonna portante di una strategia di liberazione nazionale e indipendenza».
    Ma, jeo naro tottu ispantadu: «Oh Carbone! Ma, a kie ses faeddande! Tue mi fakes custu faeddu ki meda m’aggradat e mi faket cumbintu de su ki naras e di pones a kelu ettare in continentalesu? Ohi, ohi Carbone! E appo idu ki tottu sos atteros ki ant faeddadu kin tecus, l’ant fattu in continentalesu issos puru! E, mancu male ki de sa limba naras ki deppet essere (l’iscrio comente as fattu tue): «la colonna portante di una strategia di liberazione nazionale»! E di naro: ma, tue, cando cominzas!
    Beh, keria narrere sa cosa prus importante (ca, comente appo nadu a prima, sa limba a sa sola non nos at a bastare!) ma, pensande a custu impiastru ki as cumbinadu, mikk’est colada sa gana! Ohi, ohi, sardikeddos galu a creskere! Gana de pranger appo!
    mikkelj

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