Archive for November, 2014

November 24, 2014

Zurru, Gramsci e la “quistione linguistica”

Quel demonio di ghilarzese è stato davvero un profeta: “Ogni volta che affiora, in un MODO o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale (Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3)”

Di cosa viene accusato Zurru?

Di turpiloquio.

Giratela come volete, ma il neologismo “sessismo”, che viene usato come un randello da tutti gli squadristi di tutti gli schieramenti, significa usare un linguaggio “da scaricatore di porto”.

Perché così si diceva nei bei tempi andati in cui la borghesia ancora non aveva visto mettere in discussione il suo potere incontrastato, soprattutto sul linguaggio.

La questione Zurru è, come direbbe Gramsci, un episodio della lotta per il potere linguistico.

Cioè della lotta per il potere tout court.

Roba da scaricatore di porto, dicevamo, roba da lavoratori.

Infatti il turpiloquio, a partire dal Sessantotto, era praticamente monopolio della nuova sinistra.

Lasciata la coprolalia ai cattolici, per anni ci siamo scatenati nella rottura delle barriere linguistiche e nella rottura di altre cose care alla borghesia perbenista e impaurita.

Usare il turpiloquio—ve lo ricordate il primo Nanni Moretti?—serviva a ribadire la nostra liberazione dalla gabbia del potere culturale borghese.

E la stessa cosa succedeva con il “dialetto”, il linguaggio del popolo.

A usare il “dialetto” erano gli artisti e gli intellettuali di sinistra: da Pasolini a Dario Fo.

La sinistra “gramsciana” esercitava la sua egemonia sul linguaggio, contrastata soltanto dai reazionari borghesi, vecchi in tutti i sensi.

Non poteva durare, visto che il potere a sinistra lo detenevano i togliattiani, quelli in giacca e cravatta.

Gramsci , solo perché—per puro caso—è stato ammazzato dai fascisti mussoliniani, anziché da quelli stalinisti, è stato imbalsamato e ridotto a oggetto di culto, in funzione dei funzionari addestrati alla scuola del potere diretta dal dirigente della Terza Internazionale.

Un po’ alla volta la sinistra ha perso la sua egemonia culturale, soprattutto quella sulla lingua e il linguaggio.

La destra populista se n’è impadronita: dal turpiloquio ai “dialetti”.

E la sinistra postogliattiana si è scoperta nuda di cultura—come era sempre stata—e soltanto avida di potere.

Nel vuoto culturale lasciato a destra dalla destra, scopertasi populista, si sono lanciati i “post-chissà-che-cosa”, guidati dalla loro insaziabile fame e sete di potere.

Come reazione alla Lega sono diventati ipernazionalisti, soprattutto rispetto alla lingua.

I peggiori nemici della lingue minoritarie in Italia li troviamo oggi nelle fila della “sinistra”.

Come reazione al linguaggio “liberato” dell’ex-situazionista Ricci e dei vari sessantottini pentiti alla corte di Berlusconi, poi, sono diventati linguisticamente forbiti e perbenisti.

Così il “linguaggio da scaricatore di porto” è diventato “linguaggio da caserma”.

Penso che in questa metamorfosi della politica del linguaggio sia contenuta tutta la metafora di una “sinistra” di lotta per il potere e solo per il potere.

A questa sinistra non importa un fico secco dei soggetti sociali che dovrebbe rappresentare, visto che non ha una cultura e non ha una morale.

L’unica cosa che conta è farsi votare, non importa da chi.

Quel 40% (della metà dei voti alle europee) sbandierato e strombazzato in continuazione serve a ricordare a tutti, ma soprattutto a chi, a sinistra, di politica ci campa, che l’unica cosa che conta è vincere le elezioni.

La politica che ha portato a questa vittoria è completamente indifferente.

Ed ecco che, a spiegarci senza mezzi termini il completamento della parabola dei togliattiani, arriva Alessandra Moretti e ci racconta candidamente—o sfrontatamente—che, appunto, la politica che si porta avanti è insignificante per vincere.

Tutte cose che il Migliore aveva imparato alla corte di Peppone.

Nell’Italia di oggi, sono ben altre le cose che contano: glutei palestrati e cosce tornite, estetiste e voglia di vincere.

Soprattutto la voglia di vincere.

A qualsiasi costo.

La “sinistra” che dice chiaramente di voler rappresentare quel paese contro cui si era scatenato il Sessantotto.

L’Italia del vuoto morale e culturale.

Vi ricordate i film di Lando Buzzanca?

Scusate se è poco.

Da lì la reazione ferocemente sarcastica, morettiana, di Zurru.

Le femministe di ordinanza si scatenano contro Zurru e il suo “linguaggio da caserma”, “sessista”.

Ma la cosa non finisce lì.

Non poteva finire lì.

Perché Zurru è un chierico.

Un chierico eretico.

Un chierico apostata.

In una regione in cui i chierici hanno anche il potere politico.

Al rogo!

Abbiamo assistito al penosissimo spettacolo del Rettore Magnifico dell’Università di Cagliari genuflesso di fronte ai glutei palestrati di Alessandra Moretti.

Qualcuno a Roma deve aver capito l’effetto dirompente del “linguaggio da scaricatore di porto”, popolare, diretto, nella bocca di un docente universitario.

Un docente universitario di sinistra!

Qui crolla tutta la conversione a destra della politica culturale della “sinistra”.

Lotta per il potere, dicevamo: e il culturismo ha vinto sulla cultura.

Mala tempora currunt!

Siamo tornati ai tempi di un potere che esibisce oscenamente i muscoli, senza vergognarsi di violare addirittura la costituzione, come ricorda Giovanni Cocco.

E noi di Sardegnablogger che ci esercitiamo nell’autocensura per evitare di offrire il fianco ad altri attacchi.

Siamo tornati al “Viva la foca!”

Che Dio li maledoca!

November 13, 2014

I benaltristi

Ai lettori di Sardegnablogger la questione della lingua interessa poco.
Quando scrivo di lingua, so già che perderò almeno la metà delle visite.
I lettori di Sardegnablogger appartengono spesso a quella categoria di persone che pensano e spesso dicono: “Abbiamo altro a cui pensare”.
Sono i “benaltristi”.
In genere vengono dalla “sinistra” berlingueriana.
Sembrerebbero anche dei nostalgici del buon Enrico,”quello che ci faceva perdere contenti”.
Malgrado tutte le tzugate che si sono presi negli ultimi trenta anni, continuano a ripetere la cantilena pseudointernazionalista e pseudorealista: “Ben altri sono i nostri problemi!”
Intanto,con il loro realismo, hanno governato la Sardegna a lungo, in questi trenta anni.
Non ho voglia di fare i conti: a occhio e croce almeno quando i loro concorrenti–ormai non sono più avversari–del centrodestra.
Ma credo che abbiamo governato di più i nostri benaltristi.
E i ben altri problemi della Sardegna sono ancora lì.
Sono solo peggiorati di molto in questi ultimi trenta anni.
Disoccupazione.
Emigrazione.
Dispersione scolastica.
Servitù militari.
Assalto all’ambiente.
Non che siano soli nel loro benaltrismo.
Con loro ci sono anche gli indipendentisti all’amatriciana, quelli che teorizzano l’italiano come lingua nazionale dei sardi.
Quello che li accomuna è il benaltrismo.
Gli uni si aspetta(va)no che il sol dell’avvenire del socialismo risolvesse tutti i nostri problemi.
Gli altri si aspettano che il sol dell’avvenire dell’indipendenza risolva tutti i nostri problemi.
Entrambi condividono il dogma marxiano della “cultura come sovrastruttura”.
Il benaltrismo, insomma.
Eppure Ugo, in un momento di sincerità che ha uguagliato quello del suo padrone, quando l’ha associato agli escrementi, l’ha detto chiaro e tondo: il problema della Sardegna sono i sardi.
Possiamo far finta di scandalizzarci, ma lo sappiamo tutti che il problema della sardegna è proprio quello.
Vogliamo cambiarla in meglio, questa benedetta terra?
Credo che la maggior parte dei lettori di Sardegnablogger risponderebbe affermativamente a questa domanda.
Ma allora dobbiamo cambiare i Sardi.
Visto che non crediamo più alla fiaba raccontata da Lilliu che la Sardegna sia povera e arretrata per via della geografia, e visto che non crediamo più neanche al razzismo di Wagner e di Lombroso, non rimane che una spiegazione per la povertà e l’arretratezza della Sardegna: la cultura delle sue classi dirigenti.
E qual’è questa cultura?
Cosa imparano a scuola questi sardi che la scuola italiana seleziona per diventare classe dirigente?
,E soprattutto, cosa non imparano?
Abbiamo un presidente dell RAS così benaltrista da proporre di costruire scuole fighe per combattere la dispersione scolastica.
Che una parte grande, GRANDISSIMA, del problema sia costituito dalla situazione linguistica della Sardegna non gli passa neppure per la testa: “Ben altri sono i nostri problemi!”
Già, per lui, cresciuto monolingue in italiano, in una famiglia di privilegiati, il problema della comprensione dei testi scolastici non si è mai posto.
Si pone invece per il 36% dei giovani sardi: i figli degli altri.
Ecco da dove viene il benaltrismo: dall’ignoranza militante nei confronti dei problemi linguistici e culturali dei figli degli altri.
E poi si stupiscono quando scoprono che gli operai e gli altri settori deboli della società non stanno più a sinistra.
Se vogliamo cambiare i sardi in meglio, dobbiamo cambiare il loro modo di guardare il mondo: la loro cultura.
E la base di questa cultura non può che essere la nostra lingua, per imparare a essere nazione, comunità di affetti e di interessi.
Per imparare che la ricerca del bene comune deve avvenire per prima all’interno della nostra comunità.
E anche per poterci difendere dal nazionalismo italiano, tornato aggressivo con la sua appropriazione da parte della “sinistra” di oltre Tirreno.
Basta pensare alle dichiarazioni dei militari italiani e del loro sottosegretario alle bombe rispetto alle servitù militari: i loro interessi di bombaroli vengono prima del diritto dei sardi a disporre del loro territorio e del loro diritto alla salute.
Per difenderci dall’aggressività del nazionalismo italiano, abbiamo bisogno di una classe dirigente che pensi in sardo, che si identifichi con la sua comunità, quella che li ha eletti a loro rappresentanti.
Disoccupazione, dispersione scolastica, emigrazione, servitù militari, assalto al territorio, sono tutti tasselli di un mosaico forse non interamente pianificato, ma che fa comodo all’Italia: una Sardegna spopolata da abbandonare ai militari e agli speculatori dell’energia.
Così come fa comodo all’Italia che la Sardegna sia governata da una classe dirigente alienata dalla propria lingua, dalla propria, storia e dalla propria cultura.
Il benaltrismo, allora, non è altro che un pretesto per continuare a mantenere i propri privilegi da parte della porzione acculturata e alienata della popolazione sarda, a cominciare da questa giunta di “intellettuali”.
Così, anche per ricollegarmi al discorso di Sivano Tagliagambe e di Vito Biolchini.
Intellettuali che non producono cultura sarda, ma–senza eccezioni–cultura italiana, e pagati per farlo dallo stato italiano.
Stavo per dimenticarmi dei proclami che con una certa regolarità provengono dall’assessorato alla cultura.
Proclami che promettono radicali miglioramenti della situazione del sardo.
Proclami sempre seguiti da un silenzio assordante.
Assessore Firinu, si faccia raccontare la storia del ragazzo che gridava: “Al lupo! Al lupo!”.
Alla fine non gli ha creduto più nessuno.
E mi scusi il paternalismo, ma io ci ho provato e mi sono anche stufato di prenderla sul serio.
Com’è, come non è, il 45% dei sardi ha capito che gli interessi dello stato italiano sono contrari a quelli dei sardi e vedrebbe favorevolmente l’indipendenza.
Guarda un po’ tu!
La cifra si avvicina di molto a quella degli astenuti alle ultime elezioni regionali.

Mi sa che i benaltristi hanno fatto il loro tempo.
Deus bollat!

November 10, 2014

Pittau torna a fare politica

Che io faccia politica non è un mistero: lo dico io stesso e me lo dicono gli altri.
Oddío, gli altri, piuttosto, me lo rimproverano.
Come se ci fosse qualcosa di male, per un linguista, a impegnarsi per la rivitalizzazione di una lingua.
Come se, per un medico, aderire a “Medicina senza frontiere” non fosse politica.
Come se EMERGENCY non fosse politica.
Ma i linguisti sardignoli, o affini, fanno politica e cuant sa manu.
Come se prendere posizione contro uno standard ortografico del sardo non fosse politica.
Lo è altrettanto che prendere posizione a favore.
Così fa Massimo Pittau.
Abbandona per un attimo gli otia della pensione e ci diletta con un lungo intervento sul sardo e sul suo amico/nemico Diego Corraine.
Il Massimo studioso della lingua sarda conclude nel modo seguente: “Un’ultima considerazione, ma non la meno importante: nell’insegnamento e nell’uso del sardo nelle scuole si dovrebbero distinguere bene due momenti, l’”orale” e lo “scritto”: ebbene rispetto all’orale nelle scuole si dovrebbe insegnare e adoperare il “suddialetto locale”, anche quello del più piccolo villaggio dell’Isola: a Cagliari si dovrebbe insegnare su casteddaju, a Villaputzu su sarrabbesu, a Lanusei su lanuseinu, a Nùoro su nugoresu, a Ollolai su ollollaesu, a Ozieri su ottieresu e via dicendo. Con questo procedimento si otterrebbe il grande risultato di coinvolgere nell’operazione della salvaguardia e del recupero della lingua sarda anche la generazione dei vecchi, i quali sarebbero assai contenti di poter insegnare ai loro nipotini il suddialetto del loro sito natale. Invece nel momento dello scritto gli insegnanti dovrebbero richiedere dagli alunni l’uso del logudorese comune nel Capo di Sopra e del campidanese comune nel Capo di Sotto. Nelle zone alloglotte, Carloforte, Alghero, Sassari, Castelsardo, Gallura si dovrebbero ovviamente insegnare le rispettive parlate.” (http://rinabrundu.com/2014/10/23/autonomia-speciale-e-lingua-sarda/)

D’accordo sull’orale–a una pronuncia standardizzata ci ha rinunciato, in un ultimo barlume di lucidità, perfino il despota dell’Ortobene–ma perché si dovrebbe usare nello scritto il “logudorese illustre” e il “campidanese comune”?
Chiaro, perché lo dice lui e lui è il Massimo!
Scherzi a parte: perché il sardo dovrebbe rinunciare a un suo standard ortografico e dividersi in due?
Il confine tra “logudorese” e “campidanese” non esiste: esiste un continuum di varietà che rende impossibile tracciare un muro di Berlino linguistico, come vorrebbero loro.
La grammatica del sardo (sintassi e morfologia) è quasi del tutto unitaria.
Il lessico pure e ci voleva quella grande mente di Corraine per ridurre il lessico della LSC a logudorese, scegliendo sistematicamente le parole settentrionali a scapito delle meridionali, anziché cercare le soluzioni unitarie.
Cambiano le pronunce e allora occorre un’ortografia che rispetti la ricchezza di varietà.
La LSC ancora non lo permette?
Miglioriamola.
I fautori della grafia standard fanno politica, è chiaro.
Ma gli avversari fanno [politica anche loro!
Noi diciamo perché la vogliamo l’ortografia standard (abbattimento dei costi del materiale didattico da sviluppare, necessità di una grafia ufficiale che esprima l’unità dei sardi).
I nemici dello standard–di qualunque standard–non offrono nessuna motivazione.
Da buoni reazionari, trovano ovvio il tornare all’ancien regime.
Il sardo diviso in due per volontà di Dio.
Del resto sono lì per questo.
Per continuare la politica di divisione del sardo portata avanti storicamente dall’accademia sardignola.
Perché questo è il motivo per cui lo stato italiano li ha sempre pagati.
Dividere il sardo.
Perché rifiutare di avere uno standard?
Gliel’ho chiesto tante volte …
Chissà!
Perché sì!
Perché li pagano per questo.
What else?
E, naturalmente, sono io che faccio politica e non Pittau.
Ma cando mai!
Loro sono ispirati dai sacri testi, da Santu Max Leopold.
Non devono spiegare nulla.
Torni pure, Pittau, ai suoi otia di pensionato.
Ha di nuovo fatto la sua parte.
Lo stato italiano–istericamente monolingue, almeno nei propositi–sentitamente ringrazia il suo fedele servitore.

E noso siguimus a faer su ki nosi serbit pro torrare su sardu a lingua normale.

November 1, 2014

Tanto alla signora Pili non le basta mai

Ha cominciato signora Pili, la moglie del farmacista.
Eja, quella che ha cominciato anche con le lenzuola colorate, mi’, e aveva le scarpe più care del paese, comprate alla Rinascente!
Lo diceva a tutti.
Ha cominciato lei a dire:
“Mi’ che non voglio a parlarlo in sardo a mio figlio!”
Non le bastava parlare ai suoi figli in italiano, cosa normale per gente studiata, ma non voleva neppure che suoi figli, il sardo, lo sentissero.
Annetta Sanna aveva fatto due anni di magistrale, ma poi si era fidanzata con Antonio Plili e com’è, come non è, a scuola a Cagliari non ci è andata più.
Le voci già giravano.
E così Pili, oltre che farmacista, è diventato anche proprietario terriero.
E già ne capiva anche di carciofi e di dove venderli.
E infatti l’hanno anche fatto assessore all’agricoltura.
Le arie di sua moglie, che giravano in macchina!
Giravano in macchina–prima la millecento e poi la millecinquecento–e parlavano in italiano.
“Quelli che parlano in sardo girano ancora con l’asino!”
Noi parlavamo in sardo e le scarpe le compravamo al mercatino.
E raccoglievamo i carciofi dei Pili e dei Sanna.
Forse la signora Pili pensava che se gli parlavamo in sardo, ai suoi figli, gli attaccavamo la nostra miseria.
Non la potevamo vedere, a quella lì, e ce ne ridevamo, ma in farmacia, prima o poi, ci dovevamo andare tutti, e così, quando arrivava lei con quei figli sempre pettinati con la riga, ci mettevano anche noi a parlare in italiano.
Le cose che ne uscivano!
Ma lei sorrideva e salutava soddisfatta.
Così ha cominciato e poi, uno alla volta, e poi tutti assieme, tutti ci siamo messi a parlare in italiano con i bambini.
Tutti i bambini.
Anche i nostri.
Mi siat italiano!
Adesso miei nipoti mi dicono tutta l’ora: “O No’ mi’ che non si dice così!”
Miei nipoti in sardo dicono solo le parolacce.
E adesso che è vecchia, la vedova Pili dice: “Ih, adesso anche gli ignoranti morti di fame parlano in italiano!”