Zurru, Gramsci e la “quistione linguistica”

Quel demonio di ghilarzese è stato davvero un profeta: “Ogni volta che affiora, in un MODO o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale (Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3)”

Di cosa viene accusato Zurru?

Di turpiloquio.

Giratela come volete, ma il neologismo “sessismo”, che viene usato come un randello da tutti gli squadristi di tutti gli schieramenti, significa usare un linguaggio “da scaricatore di porto”.

Perché così si diceva nei bei tempi andati in cui la borghesia ancora non aveva visto mettere in discussione il suo potere incontrastato, soprattutto sul linguaggio.

La questione Zurru è, come direbbe Gramsci, un episodio della lotta per il potere linguistico.

Cioè della lotta per il potere tout court.

Roba da scaricatore di porto, dicevamo, roba da lavoratori.

Infatti il turpiloquio, a partire dal Sessantotto, era praticamente monopolio della nuova sinistra.

Lasciata la coprolalia ai cattolici, per anni ci siamo scatenati nella rottura delle barriere linguistiche e nella rottura di altre cose care alla borghesia perbenista e impaurita.

Usare il turpiloquio—ve lo ricordate il primo Nanni Moretti?—serviva a ribadire la nostra liberazione dalla gabbia del potere culturale borghese.

E la stessa cosa succedeva con il “dialetto”, il linguaggio del popolo.

A usare il “dialetto” erano gli artisti e gli intellettuali di sinistra: da Pasolini a Dario Fo.

La sinistra “gramsciana” esercitava la sua egemonia sul linguaggio, contrastata soltanto dai reazionari borghesi, vecchi in tutti i sensi.

Non poteva durare, visto che il potere a sinistra lo detenevano i togliattiani, quelli in giacca e cravatta.

Gramsci , solo perché—per puro caso—è stato ammazzato dai fascisti mussoliniani, anziché da quelli stalinisti, è stato imbalsamato e ridotto a oggetto di culto, in funzione dei funzionari addestrati alla scuola del potere diretta dal dirigente della Terza Internazionale.

Un po’ alla volta la sinistra ha perso la sua egemonia culturale, soprattutto quella sulla lingua e il linguaggio.

La destra populista se n’è impadronita: dal turpiloquio ai “dialetti”.

E la sinistra postogliattiana si è scoperta nuda di cultura—come era sempre stata—e soltanto avida di potere.

Nel vuoto culturale lasciato a destra dalla destra, scopertasi populista, si sono lanciati i “post-chissà-che-cosa”, guidati dalla loro insaziabile fame e sete di potere.

Come reazione alla Lega sono diventati ipernazionalisti, soprattutto rispetto alla lingua.

I peggiori nemici della lingue minoritarie in Italia li troviamo oggi nelle fila della “sinistra”.

Come reazione al linguaggio “liberato” dell’ex-situazionista Ricci e dei vari sessantottini pentiti alla corte di Berlusconi, poi, sono diventati linguisticamente forbiti e perbenisti.

Così il “linguaggio da scaricatore di porto” è diventato “linguaggio da caserma”.

Penso che in questa metamorfosi della politica del linguaggio sia contenuta tutta la metafora di una “sinistra” di lotta per il potere e solo per il potere.

A questa sinistra non importa un fico secco dei soggetti sociali che dovrebbe rappresentare, visto che non ha una cultura e non ha una morale.

L’unica cosa che conta è farsi votare, non importa da chi.

Quel 40% (della metà dei voti alle europee) sbandierato e strombazzato in continuazione serve a ricordare a tutti, ma soprattutto a chi, a sinistra, di politica ci campa, che l’unica cosa che conta è vincere le elezioni.

La politica che ha portato a questa vittoria è completamente indifferente.

Ed ecco che, a spiegarci senza mezzi termini il completamento della parabola dei togliattiani, arriva Alessandra Moretti e ci racconta candidamente—o sfrontatamente—che, appunto, la politica che si porta avanti è insignificante per vincere.

Tutte cose che il Migliore aveva imparato alla corte di Peppone.

Nell’Italia di oggi, sono ben altre le cose che contano: glutei palestrati e cosce tornite, estetiste e voglia di vincere.

Soprattutto la voglia di vincere.

A qualsiasi costo.

La “sinistra” che dice chiaramente di voler rappresentare quel paese contro cui si era scatenato il Sessantotto.

L’Italia del vuoto morale e culturale.

Vi ricordate i film di Lando Buzzanca?

Scusate se è poco.

Da lì la reazione ferocemente sarcastica, morettiana, di Zurru.

Le femministe di ordinanza si scatenano contro Zurru e il suo “linguaggio da caserma”, “sessista”.

Ma la cosa non finisce lì.

Non poteva finire lì.

Perché Zurru è un chierico.

Un chierico eretico.

Un chierico apostata.

In una regione in cui i chierici hanno anche il potere politico.

Al rogo!

Abbiamo assistito al penosissimo spettacolo del Rettore Magnifico dell’Università di Cagliari genuflesso di fronte ai glutei palestrati di Alessandra Moretti.

Qualcuno a Roma deve aver capito l’effetto dirompente del “linguaggio da scaricatore di porto”, popolare, diretto, nella bocca di un docente universitario.

Un docente universitario di sinistra!

Qui crolla tutta la conversione a destra della politica culturale della “sinistra”.

Lotta per il potere, dicevamo: e il culturismo ha vinto sulla cultura.

Mala tempora currunt!

Siamo tornati ai tempi di un potere che esibisce oscenamente i muscoli, senza vergognarsi di violare addirittura la costituzione, come ricorda Giovanni Cocco.

E noi di Sardegnablogger che ci esercitiamo nell’autocensura per evitare di offrire il fianco ad altri attacchi.

Siamo tornati al “Viva la foca!”

Che Dio li maledoca!

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