Archive for December, 2014

December 31, 2014

2015: anno della lingua?

Sarebbe bello, ma non è credibile.

Non in questo momento.

Ma sarebbe bello che quello che è successo nel 2014, per la nostra storia antica—con i giganti di Monti de Prama—succedesse anche per la nostra lingua.

Nel 2014 un numero impressionante di persone ha partecipato al movimento di liberazione della nostra storia dall’ingombrante eredità lasciataci da Giovanni Lilliu.

Un numero impressionante di persone ha letto e—cosa molto più importante—condiviso una serie di articoli critici che mettono in discussione la ricostruzione ufficiale—lilliuiana, insomma—del nostro passato.

Esiste ormai un rifiuto diffuso della visione della Sardegna proposta dall’archeologia ufficiale: “Effetto di quella sorte fu la condanna della ventosa terra arcaica, posta fra mare e cielo, a una pittoresca immobilità; quasi a far da mostra, o da sedimento, ad un mondo ancestrale e chiuso, durante lo svolgersi di mondi e di umanità più recenti e in moto; a diventare l’immagine didattica della preistoria nella storia.” (Pensieri sulla Sardegna:165-166, in http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_26_20060401174110.pdf)

I giganti di Monti de Prama sono lì a raccontarci che questa visione della nostra terra, che ci hanno propinato da quando avevamo l’età della ragione, è falsa.

Adesso anche i media main stream dicono che la nostra storia va riscritta.

Ieri, l’articolo sulla Nuova Sardegna si apriva così: “Duemilaottocento anni di silenzio, poi la luce, 40 anni fa, alla quale sono però seguiti quattro decenni di buio. Le polemiche che si levano in questi giorni attorno ai giganti di Monti ‘e  Prama sembrano voler restituire gli arretrati—in termini di clamore—alle statue emerse dal Sinis.”

La Sardegna si sta liberando dall’ombra breve, ma ingombrantissima, di Giovanni Lilliu.

Quello che è successo in questi mesi non è niente di meno di questo.

E adesso la Sardegna deve liberarsi della pesante eredità lasciata da un altro “mostro sacro”: Santu Max.

Max Leopold Wagner, a cui va riconosciuto il merito di avere, per primo, definito il sardo “una lingua”.

E basta.

Per il resto ha fatto un mare di danni.

Ha ripreso supinamente la suddivisione del sardo, effettuata dallo Spano—un erudito, non un linguista—in modo arbitrario, in “logudorese” e “campidanese”.

E ha dichiarato—sempre seguendo lo Spano—il “campidanese” come inferiore: «Il Sardo dei monti è un tipo del tutto diverso dal suo fratello della pianura. Mentre questo è di statura piccola, colorito pallido, carattere servile e tradisce chiaramente l’impronta spagnola, il Sardo delle montagne è alto, il sangue gli si gonfia e ribolle nelle vene. È attaccato alla sua vita libera e indomita a contatto con la natura selvaggia. Egli disprezza il Sardo del Meridione, il “Maureddu”, come nel Nuorese vengono chiamati gli abitanti della pianura. È fuori di dubbio che in queste montagne l’antica razza sarda si sia conservata molto più pura che nella pianura, continuamente sommersa dai nuovi invasori. Anche la lingua è la più bella e la più pura; è un dialetto armonioso e virile, con bei resti latini antichi ed una sintassi arcaica, quello che sopravvive in questi monti con sfumature varianti da un villaggio all’altro».

Wagner non ha nemmeno avuto il merito di essere originale.

Anche lui come i suoi seguaci si è limitato a riprodurre i pregiudizi esistenti, appoggiandosi all’autorità dei suoi predecessori.

I problemi che la nostra lingua ancora deve affrontare—problemi gravissimi—sono ancora quelli creati da Santu Max.

Fondamentalmente uno: l’assenza di uno standard.

L’assenza di uno standard del sardo impedisce, fra l’altro, la produzione del materiale didattico necessario all’introduzione della lingua nei programmi scolastici.

E lo standard manca perché una fazione si appella alla wagneriana divisione in due del sardo.

Mentre l’altra fazione si appella alla wagneriana inferiorità del sardo meridionale, per escluderlo.

Il passo avanti compiuto nel 2006 con la LSC—varietà di mesania, ricordiamolo—è stato successivamente azzerato dalla coppia Corraine-Corongiu, che hanno abusivamente trasformato la LSC in LSU, privilegiando le forme settentrionali e escludendo sistematicamente quelle meridionali.

Questo all’interno di un tentativo di standardizzare perfino il lessico, cosa esplicitamente vietata dagli accordi presi dalla commissione che ha approvato la LSC nel 2006.

E così hanno rafforzato il rifiuto di un possibile standard da parte dei sardi meridionali: la maggioranza dei sardi.

Tutto questo è stato possibile, ovviamente, perché l’accademia sarda—come nel caso dell’archeologia—ignora sistematicamente tutti i lavori che si discostano da Wagner.

Ricordiamolo: il testo principale del Wagner è “Historische Lautlehre des Sardischen. Halle 1941.”

Wagner è rimasto estraneo a tutti gli sviluppi della linguistica, partiti da De Saussure, nel 1916, dalla fondazione della linguistica strutturalista, prima, e di quella generativista, a cominciare dagli anni Sessanta.

All’interno di questi quadri teorici moderni, sono apparsi diversi studi sul sardo che non devono niente a Wagner.

Studi effettuati quasi esclusivamente presso università straniere.

L’ultimo, in ordine di tempo, il mio “Le identità linguistiche dei sardi”, Condaghes, 2013, scritto in collaborazione con il dipartimento di linguistica computazionale dell’università di Groninga.

Ma le università italiane di Sardegna considerano Wagner non un punto di partenza—cosa legittima—ma il punto di arrivo della linguistica.

Come se il mondo si fosse fermato al 1941.

Esattamente quello che è successo con i lavori di Lilliu: non punto di partenza, ma meta finale da non mettere in discussione, mai.

È ora di prendere atto di quello che i miei lavori—e quelli di Michel Contini ancora prima: nel 1987—hanno messo in chiaro: la fondamentale unitarietà del sardo.

E da questa fondamentale unitarietà partire per sviluppare uno standard limitato all’ortografia.

Una grafia e pronuncia libera, con regole rese esplicite per passare dalla grafia alla pronuncia locale.

Le mie proposte in proposito esistono già: proposte che tengono conto dell’esistenza della LSC.

Qualsiasi altra standardizzazione sarebbe non solo superflua, ma semplicemente dannosa, visto che costringerebbe a dividere i dialetti del sardo in buoni e cattivi, giusti e sbagliati, come faceva, appunto, Wagner e come fa Corraine.

È ora di sperare che anche nella linguistica si superi la barriera costituita dall’ignoranza militante dell’accademia italiana di Sardegna.

Speriamo bene.

E leggetevi il mio libro.

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December 15, 2014

Amami in sardo

Quella volta che ho pensato seriamente a cosa avrei potuto dire a una donna, in sardo, per conquistarla, la prima frase che mi è venuta in mente è: “A tui ti coddu!”.

Non esattamente la più seducente.

Ovviamente, mi sono messo a ridere di me stesso, ma subito dopo mi sono messo a pensare.

La colpa non era la mia, la colpa era dei Barritas!

https://www.youtube.com/watch?v=P6lXiqnvlCU

Non sottovalutate l’importanza che i Barritas hanno avuto per la mia generazione e, di conseguenza, per quelle seguenti.

E pensate a come Urgu & C.  hanno suddiviso linguisticamente le loro canzoni.

Quelle comiche in sardo, quelle “serie” in italiano.

E dietro i Barritas si sono infilati gli altri, compresi  “I 5 di Iglesias”, con i loro capolavori “Sa tzeracca” e “Ciceroni de Casteddu”.

Senza sapere nulla di sociolinguistica, ma con il fiuto dei grandi artisti, i Barritas avevano intuito che la situazione di diglossia (l’esistenza di una lingua “alta” e di una “bassa”, con divisione netta dei ruoli: ruolo pubblico, la prima, privato, la seconda), in Sardegna, stava mutando verso la “dilalia”, cioè verso l’invasione, da parte della lingua “alta”, anche della vita privata dei sardi.

I Barritas hanno impersonato, a metà degli anni Sessanta, la via sarda alla modernità nella continuità.

Hanno espresso una realtà sociale e culturale esistente, da veri artisti, ma l’hanno anche rafforzata.

Forse senza volerlo, hanno rafforzato l’idea che il sardo fosse inadatto al corteggiamento, al parlare d’amore.

E l’idea, parallela e complementare, che il sardo fosse una lingua da limitare alla comicità, alle barzellette, alle oscenità.

Questa idea ha avuto la sua apoteosi con i western all’italiana che trasmetteva Videolina negli anni Ottanta: doppiati in sardo—idea formidabile—ma usando soltanto parolacce in casteddaio.

La parabola dell’esclusione del sardo come possibile lingua del corteggiamento si è così completata.

Il sardo si è definitivamente affermato come lingua dei “grezzi”.

Ma tutto è cominciato con “Cambale twist”.

Contemporaneamente, negli stessi anni, Modugno, Celentano, Gianni Morandi e tanti altri, stavano procedendo all’italianizzazione linguistica della vita sentimentale della gioventù, compresa quella sarda.

Noi giovani non ascoltavamo più mutos e mutetus e non imparavamo più il linguaggio tradizionale del corteggiamento.

Né poteva essere diversamente, visto che volevamo una vita sentimentale molto più libera di quella dei nostri genitori.

Quelle canzoni ci parlavano di quella libertà e ci fornivano il linguaggio da usare per corteggiare le nostre coetanee.

Perché, dove avremmo potuto impararlo altrimenti quel linguaggio?

Il corteggiamento è uno dei momenti più privati e delicati della vita di una persona.

Da chi lo impari?

Dall’industria della rappresentazione dei sentimenti: dai film, dalle canzoni, dai fumetti, dai romanzi.

La latitanza degli intellettuali e degli artisti sardi ha così portato all’estinzione del registro del corteggiamento nel sardo.

Io questa cosa, dopo anni di riflessioni e di studio, l’ho scritta nel mio libro “Le identità linguistiche dei sardi”, Condaghes, 2013.

Voi siete liberi di non leggerlo, il libro, ma poi non venite a rompere i coglioni su Facebook con la vostra ignoranza militante.

Tanti po si cumprendi e chiusa parentesi.

Ora, la mancanza di un registro del corteggiamento in sardo comporta l’impossibilità di corteggiare, nella nostra lingua, la donna con cui vogliamo tentare di costruire una famiglia.

L’eventuale nuova coppia è condannata in partenza a usare l’italiano.

Di conseguenza, userà l’italiano anche nei confronti dei figli, anche perché le donne—come stabilito da serie ricerche in America negli anni Settanta—scelgono sempre la lingua che ritengono dia più vantaggi ai propri figli.

Questo è esattamente quello che è successo a partire dagli anni Sessanta e dai Barritas.

La sostituzione del sardo con l’italiano nel rapporto con i figli si è generalizzata negli anni Settanta (si veda “L’Italiano regionale di Sardegna, di Ines Loi Corvetto).

Oggi siamo a un passo dall’estinzione del sardo.

Come riportare il sardo nella vita privata dei sardi e nella vita dei bambini?

Formule magiche non ne esistono.

Una seria legge per l’introduzione del sardo nella scuola potrebbe fare già molto.

Usare il sardo in pubblico aiuterebbe moltissimo a renderlo una lingua normale.

Ma servirebbe anche una produzione artistico-letteraria in sardo, per reinventare un linguaggio dei sentimenti adeguato ai nostri tempi.

Insomma, una produzione che permettesse a un giovane di andare oltre l’attuale  “minca mia a tui”!

Non troverei scandalosa l’istituzione di un serio premio letterario e di un festival della canzone in sardo, magari a S. Antioco.

Su festival de S. Antiogu.

Ci pensi presidente Pigliaru.

Ma soprattutto l’assessore Firinu.

A volte le cose sono davvero semplici.

December 14, 2014

Polizia linguistica, pulizia etnica

Non so in Italia e colonie, ma che lo facciano qui è strano.

Voglio dire, i miei colleghi che insegnano olandese, così accaniti.

Si, insomma, la polizia linguistica.

Al dipartimento di Linguistica Generale li chiamavamo così: “polizia linguistica”.

Malgrado abbiano dovuto seguire i corsi di sociolinguistica e abbiano imparato che la lingua standard non sia altro che il socioletto delle classi dominanti e anche quello in perenne mutazione, gli insegnanti si accaniscono contro gli “errori” dei ragazzi, come se da quelli dipendesse la salvezza del pianeta.

E, malgrado non possano non saperlo, si guardano bene dallo spiegare ai ragazzi che quello che la scuola pretende da loro e soltanto un comportamento linguistico adeguato al loro ruolo sociale.

Sono al liceo, andranno all’università.

Parlano di errori e li condannano, anziché spiegare che se non usi la forma standard della lingua, semplicemente, vieni discriminato.

L’altro giorno l’ho spiegato a Robert, un alunno con il cervello così veloce e potente che spesso trascina il suo proprietario lontano dal senso comune e gli fa sparare cazzate infernali.

Gli ho detto: “Con il tuo accento non farai mai carriera da nessuna parte. Ti discrimineranno.”

Robert parla con l’accento basso-sassone della provincia di Groninga: spesso faccio fatica a capirlo.

Il “dialetto”—lingua minoritaria riconosciuta come tale dai linguisti—lo parla poco, ma il suo olandese ne è ancora pesantemente influenzato.

Insomma, come l’italiano dei giovani sardi.

Robert ha ammesso che nei primi anni del liceo è stato vittima del bullismo linguistico da parte degli altri: “Contadino, mi chiamavano!”

Nei Paesi Bassi, l’olandese—cioè il dialetto della provincia dell’Olanda—lo chiamano Algemene Beschaafd Nederlands: Olandese Generale Civilizzato.

In origine era il dialetto della borghesia di Amsterdam, ma ancora di più il dialetto locale di Haarlem, dove i ricchi di Amsterdam avevano le residenze estive.

Olandese Generale Civilizzato: definizione nata quanto l’Olanda era ferocemente divisa in classi e mai abbandonata.

I miei colleghi prescrittivisti, malgrado i corsi di sociolinguistica, sono ferocissimi contro qualsiasi deviazione dall’ Olandese Generale Civilizzato.

Si incazzano e raccontano indignati che i ragazzi usano il possessivo plurale “HUN” al posto del pronome personale “ZIJ”: insomma usano LORO al posto di ESSI.

Io li sfotto: “Ecco la polizia linguistica in azione! I reazionari che cercano di arrestare il mutamento linguistico. Provateci pure a fermare la storia! In italiano, questo cambiamento ormai è diventato standard.”

Allora si ricordano dei corsi di sociolinguistica e borbottano qualcosa tipo: “Ma quelle forme non sono accettate…”

–E tu spiegagli quello, no? Spiegagli che la lingua viene usare per selezionare comportamenti e estrazioni sociali in favore della classe dominante attuale. E spiegagli che anche l’ Olandese Generale Civilizzato non è costante nel tempo, ma viene modificato in continuazione per mantenerlo elitario e distinto dalla lingua della gente comune. La gente comune insegue linguisticamente l’élite, così questa deve continuamente aggiornare la sua lingua per mantenerla distinta da quella del “popolino”.

E gli faccio l’elenco delle innovazioni di cui sono stato testimone in questi 30 anni.

Ma non serve a nulla.

Sono di sinistra, sono progressisti, ma non basta: sono e rimangono sbirri.

Naturalmente sto solo parlando dei miei colleghi olandesi, non dei miei amici sardi che ogni tanto, su FB,  scatenano un pogrom contro quei miserabili che maltrattano i congiuntivi.

O il lessico.

O mostrano altre interferenze dal sardo.

Per carità, mi guardo bene dall’accusare i miei amici sardi di essere complici della strage che si compie nelle scuole sarde contro i parlanti dell’Italiano Scarciofato di Sardegna.

Se la Sardegna detiene costantemente il record delle bocciature e della dispersione scolastica, questo non dipende dalla situazione linguistica, ma da altri fattori.

Chiaro.

Infatti Pigliaru—che ha posto la lotta alla dispersione scolastica tra le sue priorità—non parla di situazione linguistica.

Fattori genetici, allora?

E se dalla pulizia linguistica passassero direttamente alla pulizia etnica?

Ma non credo che ce ne sia bisogno: il risultato è esattamente lo stesso.

A essere eliminati dai processi di formazione sono i figli dei deboli, dei poveri, degli IGNORANTI.

In Olanda come in Sardegna, le classi dominanti trovano sempre un modo elegante per giustificare i loro crimini.

E la polizia linguistica si limita a fare il suo dovere.

December 13, 2014

Il sardo è una lingua, ma i sardi non lo capiscono

La Corte di Cassazione ha dato ragione a Doddore: aveva diritto a usare il sardo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/12/sardo-lingua-lecito-richiedere-interprete-in-ogni-procedimento/1270438/

Quanti sardi fanno uso di questo diritto?

Che io sappia, in tutti questi anni Doddore Meloni è stato il secondo a farne richiesta.

A 17 anni dalla legge regionale 26/97 e a 15 da quella 482/99, dello stato, i sardi non hanno ancora superato il trauma della dialettizzazione della loro lingua.

La stragrande maggioranza dei sardi ha accettato che la loro lingua venisse relegata in un ghetto sempre più ristretto: quello della famiglia e della cerchia di amici, ma ormai neanche in famiglia si usa quasi più.

Quasi nessuno insegna il sardo ai figli.

Al di fuori di un giro ristretto di professionisti della lingua, praticamente nessuno usa il sardo in pubblico

Ma le cose stanno molto peggio di così.

Provate a rivolgervi in sardo a uno sconosciuto, per strada o in un negozio e vedete quello che succede.

Vedrete immediatamente il disagio della persona apostrofata, il suo sforzo di capire il perché della vostra iniziativa bizzarra (“NON CONOSCE L’ITALIANO?”. “CREDE CHE IO SIA COSÌ IGNORANTE DA NON CONOSCERE L’ITALIANO?”), annuirà esageratamente alle vostre parole e poi vi risponderà poi in un italiano ostentato.

Almeno a me questo succede regolarmente.

Qualcuno ha deciso che usare il sardo con gli sconosciuti è da maleducati.

Usarlo con una donna, poi, è poco meno volgare che darle una pacca sul culo.

Poco importa chi abbia deciso di sanzionare questa patologia mentale come inviolabile regola pragmatica, sociale.

Quello che conta è che praticamente nessuno si ribella e la pazzia introdotta dalla merdosissima borghesia coloniale sarda continua a imperversare.

Eppure basterebbe poco.

Basterebbero che almeno quelle centinaia di persone che leggono i miei articoli si rifiutassero di obbedire alla pazzia altrui.

Basterebbe che alcune centinaia di persone si rivolgessero in sardo a tutti.

Nel giro di pochi mesi, in Sardegna, tutti saprebbero che esistono dei maleducati che ti si rivolgono in sardo per strada, nei negozi.

Ancora qualche mese e nessuno ci farebbe più caso.

Ancora un po’ e sarebbe normale che qualcuno ti parli in sardo, anche se non ti conosce.

Far tornare il sardo a essere una lingua normale non costerebbe niente, se non un po’ di imbarazzo, all’inizio.

Queste cose le dico da anni, ma ancora non ho visto risultati.

Si, ma allora poi non prendetevela con gli altri, se il sardo si estingue e si riduce a un ammasso di ruderi da venerare con nostalgia, da studiare come una lingua morta, come–appunto–avviene già adesso nelle università italiane di Sardegna.

December 11, 2014

Il presidente della Repubblica di Mezzo

Anche Hitler, chiuso nel suo bunker, non riusciva più a vedere le conseguenze delle sue decisioni e delirava sulle divisioni da impiegare contro i sovietici. Quelle divisioni non esistevano più: grazie a lui stesso.

Ugualmente, il comunista di estrema destra, non vuole vedere i frutti della sua decennale politica di distruzione dei valori della sinistra e di inciucio con cani e porci e parte all’attacco.

Ma le sue divisioni sono già state distrutte.

Grazie a lui stesso.

http://www.repubblica.it/politica/2014/12/10/news/napolitano_attacca_antipolitica_patologia_eversiva-102574123/

December 2, 2014

Linguista italiano dice ai sardi che l’italiano è giusto e il sardo sbagliato.

Ho preso un impegno con gli altri del collettivo Sardegnablogger: niente parolacce.

Cioè, niente parolacce indirizzate a persone specifiche.

Neanche quando se le meriterebbero.

Leggetevi quest’articolo: http://www.tafter.it/2012/07/24/niente-piu-dialetto-sardo-insegnato-a-scuola-di-claudio-giovanardi/

L’ha scritto tale Giovanardi Claudio, Professore ordinario di linguistica italiana presso l’Università di Roma Tre,  Direttore del Dipartimento di Italianistica e valutatore della didattica nell’ambito della CRUI.

Evidentemente, un professore ordinario di linguistica italiana è dispensato dal sapere anche solo un poco della situazione linguistica in Sardegna. Infatti sproloquia:

Per quanto riguarda la Sardegna in particolare, inoltre, quale sardo dovrebbe essere insegnato? Quello di Cagliari o quello della Gallura? Quello di Nuoro o quello di Sassari? Come chiunque sa, non esiste il dialetto sardo, ma esistono diverse varietà anche piuttosto distanti tra loro da un punto di vista strutturale. I politici locali farebbero bene pertanto a tener vive le tradizioni locali, le feste, le ricorrenze, che portano con sé l’uso parlato del sardo. Ma lascino in pace la scuola, che già ha tanti problemi a formare giovani in grado di usare in modo corretto e adeguato la lingua italiana.

Possibile che non sappia che il gallurese-sassarese non appartiene al sistema linguistico sardo?

Possibile che non sappia quello che sanno gli altri linguisti che studiano le lingue romanze?

Delle due una: il Professore di linguistica italiana ignora che il sassarese-gallurese appartiene a un altro sistema linguistico, che possiamo definire sardo-corso—cioè corso trapiantato in Sardegna—e  che viene normalmente classificato come “dialetti italiani”–qualunque cosa voglia dire “dialetti italiani”–o il Professore sa bene che quello che dice non è vero.

Scegliete voi cosa sia meglio o peggio.

Allora: il sardo non va insegnato a scuola.

Punto.

Perché?

Difendere e valorizzare il dialetto è giusto, imporlo come materia d’insegnamento scolastico è profondamente sbagliato. Si tratta di atteggiamenti di retroguardia, spesso mossi più da interessi politici che genuinamente culturali.

Cioè?

Perché non spiega perché sarebbe sbagliato?

Atteggiamenti di retroguardia?

Interessi politici?

Perché i suoi cosa sono?

Cosa ci sarebbe di male poi ad avere degli interessi “politici”, cioè collettivi?

Ma forse vuol dire partitici.

Vuole proibire anche i partiti?

Dell’italiano dice: “Dobbiamo però renderci conto che da 150 anni esiste uno Stato unitario con una sua lingua unitaria (seppure non ufficialmente riconosciuta nella Costituzione), ovvero l’italiano.

A parte la barzelletta della “lingua unitaria”–l’italiano non è unitario neppure adesso, come sa qualunque studioso dell’italiano—infatti esistono almeno cinque “italiani regionali’– il nostro professore fa appello a una tradizione che data—secondo lui—150 anni, cioè fa coincidere l’esistenza della lingua italiana con quello dello stato—per poter rinnegare le altre tradizioni millenarie.

E non è stata forse la politica a rendere un gergo burocratico-letterario, limitato allo scritto, una lingua “unitaria”?

Non è forse politica l’affermazione che basti avere uno stato “unitario” per rendere “unitaria”una lingua?

Come ha scritto Tullio De Mauro, al momento in cui l’Italia è diventata uno stato “unitario”, solo lo 0,8% dei suoi abitanti parlava l´italiano.

Un Professore di linguistica italiana non può ignorare queste cose.

O forse sì.

Esiste anche l’ignoranza militante: quella che “prima mi spacco piuttosto che darti ragione”.

Un altro termine sarebbe”fanatismo”, ma quello è un insulto e poi “ignoranza militante” è più chique.

Il nostro continua: “In tempi di restrizione delle finanze pubbliche, mi sembra sacrosanto che il governo intervenga a tagliare le spese non dico inutili, ma quanto meno superflue.

Scommettiamo che il Professore è di sinistra?

Io ci scommetto una bottiglia di quello buono.

–Abbiamo altro a cui pensare!

Quante volte l’abbiamo sentito?

Già, perché ammettere di aver fatto propria la cultura linguistica risorgimental-fascista non è stato ancora completamente sdoganato, a “sinistra”.

Basta aver pazienza e arriveranno anche a rivalutare il Mussolini socialista.

Dai, manca poco.

Prima quello socialista, eh!

Sono italiani.

P.S.: non ho usato una sola parolaccia!