Maninchedda e l’impegno

Maninchedda non est unu priogosu.

Leggetevi il suo ultimo intervento: http://www.sardegnaeliberta.it/per-che-cosa-si-fa-politica/

Quando si ricorda di essere intelligente, Paolo Maninchedda è uno spettacolo.

Mi è simpatico, Maninchedda, ma non lo capisco.

Come potrei capirlo?

Lui è un rampollo di quella classe dirigente compradora che ci ha portato alla rovina attuale.

Paolo è nato per stare al timone della Sardegna.

L’ha imparato da bambino e lo sa fare.

Ma dove vuole portarci?

Domanda non retorica, perché non è detto che Schumacher sia poi capace di portarci a Lollove, se Lollove è dove vogliamo andare.

Sono sicuro che Schumacher per arrivare a Lollove avrebbe bisogno di qualcuno o qualcosa che lo guidi.

Allora, Maninchedda vuole portarci allo stato sardo

Lampu!

Ma cosa è uno stato?

Boh?

Semplifico: lo stato è l’organizzazione del potere in un determinato territorio abitato da un numero di persone superiore al numero di persone che si conoscono o che si possono conoscere direttamente, personalmente.

Vi rimando all’ultimo libro di Jared Diamonds: The world until yesterday

In questa definizione è compresa immediatamente tutta la difficoltà della creazione di uno stato.

Si, insomma, come cazzo le convinci queste persone che non si conoscono personalmente a condividere l’organizzazione del potere che viene esercitato su di loro?

Come puoi impedire che queste persone che non ti conoscono non rispondano alle tue pretese di governarle con un “Ma tue kie ses? Ita mi representas?”

Con la violenza e/o con la cultura, ovviamente.

Baionette e/o parole.

O altri simboli.

Visto che le baionette ormai non si usano più, mi chiedo allora su quale cultura Maninchedda voglia costruire lo stato sardo.

Proprio su questo fronte, il nostro filologo è sempre stato latitante.

Bizzarro, no?

Eppure dice “C’è chi pensa che la Nazione Sarda sia un dato etnico e storico e non un orizzonte politico da costruire.”

Benissimo: la nazione si costruisce attorno a un’identità condivisa.

E cosa da a un popolo la sua identità?

La lingua.

Tutto il resto sono chiacchiere.

I sardi saranno nazione–se mai lo saranno–quando condivideranno una serie di comportamenti concreti che li identifichino come sardi e questi comportamenti condivisi, alla fine, si riducono alla pratica linguistica.

Per diventare stato, occorre prima diventare nazione.

Non basta che Maninchedda diventi assessore e ci dica che sta costruendo lo stato sardo.

Maninchedda sta commettendo lo stesso errore di Berlinguer, quando proclamava che “la classe operaia si era fatta stato”.

Paolo confonde se stesso con il resto dei sardi.

Il suo non è gradualismo, cosa che condividerei.

Quello che ci propone è sostituire il processo di costruzione della nazione sarda con l’identificazione di questa con la sua persona, proprio come Berlinguer.

Sappiamo invece quanti pochi sardi si sono sentiti rappresentati da Paolo alle elezioni regionali dell’anno scorso.

Allora, Paolo?

Come vedi, non si scappa: o si lavora per arrivare a rendere il sardo lingua normale e base portante della nazione sarda o ci si accontenta di fare la comparsa in uno spettacolo diretto da altri.

E abbiamo visto bene in questi giorni come la giunta di cui Maninchedda fa parte non abbia alcuna intenzione di riconoscere e affrontare la questione linguistica in Sardegna.

Pigliaru vuole regalare alle università italiane di Sardegna i soldi che dovrebbero servire a combattere la dispersione scolastica, fenomeno strettamente collegato alla questione linguistica generale.

E Maninchedda sul fronte linguistico ha sempre brillato per la sua assenza, tranne la volta che si è schierato con il clan dei sassaresi, contro la LSC = standardizzazione del sardo.

Non basta essere intelligenti.

E neanche molto intelligenti, come lo è Paolo.

Bisogna anche volere le cose giuste.

2 Comments to “Maninchedda e l’impegno”

  1. La sua è la cultura del fumo:quella degli inceneritori.

  2. per dirla alla CCCP: un articolo bello, tondo e ragionevole, come del resto tutti i tuoi articoli. Dovresti fondare un partito indinpendentista che abbia come motto “prim’e totu sa limba”. Prendiamo esempio dai catalani e baschi. Come dicono a Maiorca: “Cada vegara que desapareix una llengua, desapareix una visio del mon”. E la visione sarda del mondo sta scomparendo poco a poco, sostituita da una visione estranea, che non ci appartiene, che non fa parte della nostra natura, della nostra terra. Pero, come un parassita, s’annida nella nostra anima, impadronendosi della nostra vita, dei nostri pensieri, delle nostre azioni. Pizzi, mazzette, bustarelle etc. sono arrivate in sardegna assieme a Dante e Manzoni. Noi non siamo cosi.

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