Tutti sul carro del vincitore

aru

Fabio Aru non ha vinto il giro d’Italia, ma lo ha quasi vinto.

“Quasi goal!”, insomma.

http://www.repubblica.it/sport/ciclismo/2015/05/31/news/contador_aru_giro_ultima_tappa-115717675/?ref=HRERO-1

E i sardi arretti come cani.

Questa storia mi ha fatto tornare in mente quel documentario americano che ho visto una decina di anni fa.

Era un documentario molto ben fatto sull’uomo “con la minca più grande del mondo”.

Il protagonista del mio romanzo Tutto e niente, Giagu Tuttominca, è ispirato da quest’americano.

L’americano non era una porno star: era una persona normale–per tutto il resto–a cui la sorte aveva regalato, appunto, una minca spropositata.

Quest’uomo era depresso, visto che qualcun altro l’aveva detronizzato, e ricordava con amarezza e tanta nostalgia i bei tempi in cui la minca più grande del mondo era lui:

–Tutti volevano coddare con me: donne e uomini. Adesso nessuno mi vuole più.

La sua storia mi ha talmente colpito che ci ho ricamato intorno il mio romanzo.

Così va il mondo: tutti voglio salire sul cazzo del vincitore.

Non importa in cosa una persona sia il numero uno, basta che sia il vincitore di qualcosa.

In questo modo i perdenti si sentono vincitori anche loro.

È una cosa talmente umana che i padroni del mondo ci hanno costruito attorno la religione più totalizzante del mondo moderno: lo sport.

Lo sport, quella cosa che pare sia–assieme all’odio per i diversi–l’unica cosa che riesce a dare un’identità agli occidentali.

Essere i primi in qualcosa–qualunque cosa–cioè avere la minca più grande degli altri–ma possibilmente il conto in banca–o adorare i primi, i numeri uno.

Così è diviso il mondo dopo la controrivoluzione liberista.

Pochi vincitori adorati e la massa informe, non strutturata, dei perdenti adoranti.

Ma sono tutti individui che non fanno parte di nessuna società, come teorizzato da Margareth Thatcher.

Ognuno per conto suo, sperando di avere abbastanza talento da diventare un numero uno o identificandosi con uno qualsiasi dei numeri uno.

I sardi oggi si identificano con Fabio Aru,

Perché Aru è sardo e vince e perché, per una volta, i giornali italiani non identificano l’aggettivo “sardo” con qualcosa di negativo.

Ma cosa c’entrano i sardi con le vittorie di Aru?

Aru ha corso e vinto da solo.

I sardi perdono, altrimenti, su tutti i fronti e perdono tutti assieme.

Aru non rappresenta i sardi, ma soltanto un individuo che, grazie al suo talento individuale e alla sua fatica individuale, si è tolto della grandi soddisfazioni sue, individuali, solo sue.

Anche io–in quanto individuo–sono contento per lui.

Ma come sardo non mi sento più rappresentato da Aru più di quanto un americano potesse sentirsi rappresentato da quell’uomo con la minca così grande.

Cosa c’entro io con le vittorie di Aru?

Suo è il talento.

Sua la fatica.

Sue le vittorie.

Io–in quanto sardo–mi sento molto più rappresentato da quei ragazzi che abbandonano la scuola senza aver raggiunto il diploma.

Un quarto dei nostri ragazzi.

Così come mi sento rappresentato da quella metà dei sardi che alle ultime regionali non ha votato.

Ma la vittoria ha tanti padri, la sconfitta nessuno.

Questi ragazzi, sconfitti dalla scuola italiana, sono tutti burdi.

Pigliaru gli ruba sotto il naso i soldi destinati, a parole, alla dispersione scolastica e li regala ai suoi compari dell’università italiana di Sardegna e nessuno fiata.

È umano, vero.

Identificarsi con i vincitori ti aiuta a sopravvivere, quando sei un perdente.

Ma questo non cambia niente al fatto che il bisogno dei perdenti di identificarsi con i vincitori venga sfruttato senza ritegno dai padroni del mondo e della Sardegna.

“Viva Aru e chi se ne fotte dei ragazzi che non arrivano al diploma.”

Salite pure sul cazzo del vincitore.

Lui si sta sistemando e fa bene: tutto quello che ha fatto l’ha fatto senza di noi.

Lui ha il talento e noi no.

Quel talento, eh!

Ma quel cazzo ve lo ritroverete in culo prima di quanto immaginiate.

Non è Aru che rappresenta quel 54% di giovani sardi disoccupati: ammesso e non concesso che Aru rappresenti qualcosa di più di se stesso.

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