Questi sardi che si arrettano per l’archeologia, ma fuggono dalla lingua

suonatore-itifallico

Mi fa piacere, è chiaro.

Lampu!

Duemilacinquencento visualizzazioni del mio articolo sul mio blog e almeno altrettante su Sa Natzione.

E oggi stiamo viaggiando verso le 1000 visite al blog e sicuramente verranno superate: Il passato non appartiene agli archeologi, neanche al pur corretto Marcello Madau

Mai successa una cosa del genere per un articolo sulla lingua, neanche su Sardegnablogger, con il suo effetto moltiplicatore dato dalla presenza di diversi bloggers.

Questi sardi che si arrettano per un passato lontanissimo e se la fanno morire quando si tratta di affrontare la questione di quello che–come unica cosa–può dare loro un’identità oggi: la lingua

A me del nostro passato remoto interessa soprattutto una cosa: capire come è perché sono state raccontate tante menzogne sul nostro passato.

Mi sembra sia chiaro che ci hanno mentito sul passato per convincerci ad accettare il nostro presente come ineluttabile, come l’unico presente–e futuro–possibile.

Per il resto…

A parte il fatto che la metà della mia storia comincia fuori della Sardegna, ma anche più della metà, visto che la mamma di mia mamma si chiamava Livesu, dal corso Alivesi.

A parte il fatto che se anche avessi antenati “nuragici”, questo avrebbe pochissime conseguenze sulla mia vita di oggi.

La Storia non esiste: esistono le storie che ci raccontiamo oggi, nel presente, sul passato.

La Storia della Sardegna parla di noi e del nostro presente, proprio e soltanto perché siamo noi a raccontarla–hic et nunc–come è inevitabile che sia.

E del passato scegliamo di raccontare quello che ci piace di più: a chi piace Eleonora, a chi Giomaria Angioy, a chi i nuraghi, a chi Gramsci.

Come dice Benito: chi la vuole cotta e chi la vuole kurda, la storia …

Tanto, anche se la conoscessimo tutta, la Storia, occorrerebbero miliardi di anni per raccontarla tutta, perchè se vuoi raccontare tutta la storia di Eleonora, devi raccontare anche tutta la storia di tutti i suoi tzeracos e così via.

Nessuno può farlo e nessuno ha voglia di farlo

Ecco perché non riesco a prendere sul serio tutto questo interesse per il passato.

A parte, appunto, il fatto che parlando del passato si racconta il presente.

Parlare delle menzogne raccontate sulla Sardegna “immobile” del passato, serve a ribadire che rifiutiamo l’immobilità del presente e che rifiutiamo che siano i colonialisti e i loro tzeracos istituzionali a raccontarci.

A raccontarci oggi, nel presente.

Ma proprio non capisco tutta questa gente che si illude di potersi costruire addosso un’identità sulla base delle imprese realizzate dai sardi di 3000 anni fa.

I sardi–almeno i sardi che mi leggono–hanno fame e sete di identità, ma la vogliono a gratis, vogliono ereditarla dai loro veri o presunti antenati.

Molto probabilmente presunti, visto che i Romani i popoli che gli resistevano, semplicemente, li sterminavano: cercatevi gli articoli nel blog in cui fornisco gli argomenti.

Questi sardi mandroni, anzichè fare le cose concrete che li identificherebbero come sardi–cioè, in ultima istanza, parlare in sardo–vogliono essere sardi in quando lontani parenti di altri sardi che le cose che li rendevano sardi le facevano: costruivano nuraghi, tombe di giganti, statue di pietra, statuette di bronzo e chissà cos’altro.

Insomma: quelli facevano e non si limitavano a pretendere di essere.

Ripeto: mi fa piacere che i miei articoli vengano letti.

Sono anche io un essere umano come tutti gli altri.

Ma questo non vuol dire che poi prenda sul serio quei lettori che vogliono soltanto arrettarsi con le storie sulle imprese del loro presunti antenati, per poi rinunciare a fare quell’unica cosa che gli può dare un’identità sarda: usare il sardo come lingua normale.

Ah, per chi non capisse cosa voglio dire con “lingua come unico fattore dell’identità”, ricordo che ho scritto un libro sull’argomento: “Le identità linguistiche dei sardi”, Condaghes, 2013.

Insomma: c’è anche chi per l’identità lavora.

2 Comments to “Questi sardi che si arrettano per l’archeologia, ma fuggono dalla lingua”

  1. perche scrivi in italiano?

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