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June 16, 2015

La lingua degli umiliati

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Non è una novità, almeno per chi ha la mia età o per chi già milita nel movimento per la lingua.

Ma questa testimonianza di Mercedes Mariotti, pubblicata su Nurnet serve a ricordarci come la scuola italiana ha forgiato la classe dirigente sardignola.

Pensateci un po’ su: tutti i sardi che in un modo o nell’altro ci governano sono usciti con successo da questa scuola italiana che praticava il bullismo e anche la violenza fisica contro i bambini sardofoni.

Una scuola in cui negare a te stesso quello che sei era un valore: “La lingua sarda era la lingua degli umili e i bambini che la parlavano a scuola venivano pesantemente sgridati dalla maestra e richiamati all’uso dell’italiano, nel divertimento generale di tutti gli altri. Ne ricordo uno in particolare che, per aver utilizzato la parola “pinzello” invece che pennello, si trascinò questo soprannome per il resto della vita.”

Chi ci governa oggi–in un modo o nell’altro–è gente che ha interiorizzato e fatta propria questa violenza.

Se non direttamente, in quanto figlio o nipote di chi questa violenza l’ha subita.

Per questo ha avuto successo nella scuola italiana e si è  ritrovata in una posizione di potere.

E qui non servono i moralismi: questa gente aveva sei anni quando è stata traumatizzata da parte di adulti a loro volta traumatizzati.

E questa catena violenta e dolorosa non si è mai interrotta.

Continua ancora oggi con i ragazzi che abbandonano la scuola senza concludere gli studi e che rimangono senza lavoro.

Di chi è la responsabilità?

Leggetevi la storia di questo esperimento: The banana experiment.

Malgrado il titolo, è in italiano.

Serve a capire come la catena di traumi si perpetui anche quando non ce ne sarebbe più motivo.

Di chi è oggi la responsabilità della sardofobia della società sarda?

Perché–inutile prendersi in giro–la società sarda non tollera che si usi il sardo in modo normale, in qualunque occasione.

Il sardo si può usare soltanto in certe situazioni e all’interno di certi gruppi.

Se non ci credete, provate a rivolgervi a uno sconosciuto in sardo.

La responsabilità, oggi, è–come nel caso delle scimmie che non sono mai state traumatizzate direttamente dai conduttori dell’esperimento delle banane–di tutti quelli che non mettono in discussione il principio condiviso, il senso comune, del “da noi si fa così”.

La responsabilità è condivisa da praticamente tutta la società sarda, la quale non a caso ha eletto uno di questi individui indirettamente traumatizzati nella propria identità a presidente della RAS.

Un individuo che ha giustificato la propria volontà di non imparare il sardo–ma anche il sassarese sarebbe andato bene!–dicendo che nessuno glielo aveva mai insegnato.

Come le scimmie della parte finale dell’esperimento delle banane, questo individuo non è mai stato traumatizzato direttamente, ma ha interiorizzato il trauma della generazione precedente.

La sua responsabilità consiste nell’accontentarsi di essere un gregario che non mette in discussione le certezze, il senso comune, del “da noi si fa così”.

E la società sarda–soprattutto quel 50% di persone che non sono andate a votare–hanno contribuito ad eleggere un primate gregario come presidente della Sardegna.

Tutta la società sarda è quindi responsabile del fatto che il sardo si stia estinguendo, visto che tutta la società è dominata da scimmie gregarie che impediscono l’uso normale del sardo.e soprattutto la sua trasmissione generazionale, ormai praticamente interrotta.

Insomma: inutile prendersela con Pigliaru.

Lui va dove lo porta il suo cuoricino gregario.

La responsabilità passa per ciascuno di noi.

Di noi che–come le scimmie dell’esperimento–non mettiamo in discussione la segregazione del sardo nella sfera privata e ormai nella sfera delle barzellette e delle storie tra amici.

E qui scopro la contraddizione: per farmi leggere dalle persone a cui è diretto questo articolo, l’ho dovuto scrivere in italiano.

Se lo scrivessi in sardo, sfonderei una porta aperta: lo limiterei a chi già la pensa come me.

Ma scrivendolo in italiano, confermo la posizione subordinata del sardo.

Quella che voi stessi gli assegnate, cari lettori.

June 16, 2015

Maninchedda, il voto e il nulla

maninchedda

Maninchedda oggi scrive: “Noi siamo andati bene a queste elezioni. Ma possiamo dirci soddisfatti? Direi di no, su un punto soprattutto: il voto è tutto dominato da logiche italiane.
Il voto non vien dato sulle cose fatte o sui programmi.
Si vota a sentimento.
Vince chi riesce a interpretare un umore, uno status.”

Proprio non ci vuole arrivare a capirlo.

Maninchedda è sempre lì, sul punto di capirle le cose–il hardware per capirle ce l’ha–ma poi riesce sempre a non capirle.

La ragione non può che essere il software: la sua cultura.

No dico: quanto ci vuole a fare il passo ulteriore?

“Il voto è stato dominato dalla lingua italiana.”

Ecco a cosa è servita la desardizzazione linguistica della Sardegna.

Il medium è il messaggio e il messaggio è passato: vota italiano.

Le logiche italiane passano attraverso la lingua italiana.

È davvero così difficile da capire?

I sardi sono immersi ormai a tutti i livelli e situazioni nella lingua del potere coloniale: come potrebbero sfuggire alle loro logiche?

Come possono “sentirsi sardi”, al di là delle vuote affermazioni sentimentali, e votare di conseguenza, se non fanno quello che li identificherebbe come tali: parlare in sardo?

E chi non si identifica con i partiti italiani e le loro logiche, semplicemente non vota.

Ita spantu, annó?

Sono gli esclusi, quelli che non si sentono e non vengono rappresentati da nessuno.

E sono la maggioranza, ormai.

Maninchedda dice: “C’è una nuova resistenza sarda da fare.”

Nuova?

La resistenza da attuare–quella linguistica–quella che ci restituirebbe un’identità, e quindi dei sentimenti sardi, non mi sembra si possa definire “nuova”.

Forse lo sarebbe per lui.

Certamente per Franciscu Sedda.

Ma anche questo mio messaggio è inutile: non capiscono perché non vogliono capire.

E io posso soltanto continuare a guardare e a raccontare quello che vedo.

Vedo la Sardegna scivolare verso il nulla e nulla e nessuno sembrano in grado di fermarla.