Maninchedda, il voto e il nulla

maninchedda

Maninchedda oggi scrive: “Noi siamo andati bene a queste elezioni. Ma possiamo dirci soddisfatti? Direi di no, su un punto soprattutto: il voto è tutto dominato da logiche italiane.
Il voto non vien dato sulle cose fatte o sui programmi.
Si vota a sentimento.
Vince chi riesce a interpretare un umore, uno status.”

Proprio non ci vuole arrivare a capirlo.

Maninchedda è sempre lì, sul punto di capirle le cose–il hardware per capirle ce l’ha–ma poi riesce sempre a non capirle.

La ragione non può che essere il software: la sua cultura.

No dico: quanto ci vuole a fare il passo ulteriore?

“Il voto è stato dominato dalla lingua italiana.”

Ecco a cosa è servita la desardizzazione linguistica della Sardegna.

Il medium è il messaggio e il messaggio è passato: vota italiano.

Le logiche italiane passano attraverso la lingua italiana.

È davvero così difficile da capire?

I sardi sono immersi ormai a tutti i livelli e situazioni nella lingua del potere coloniale: come potrebbero sfuggire alle loro logiche?

Come possono “sentirsi sardi”, al di là delle vuote affermazioni sentimentali, e votare di conseguenza, se non fanno quello che li identificherebbe come tali: parlare in sardo?

E chi non si identifica con i partiti italiani e le loro logiche, semplicemente non vota.

Ita spantu, annó?

Sono gli esclusi, quelli che non si sentono e non vengono rappresentati da nessuno.

E sono la maggioranza, ormai.

Maninchedda dice: “C’è una nuova resistenza sarda da fare.”

Nuova?

La resistenza da attuare–quella linguistica–quella che ci restituirebbe un’identità, e quindi dei sentimenti sardi, non mi sembra si possa definire “nuova”.

Forse lo sarebbe per lui.

Certamente per Franciscu Sedda.

Ma anche questo mio messaggio è inutile: non capiscono perché non vogliono capire.

E io posso soltanto continuare a guardare e a raccontare quello che vedo.

Vedo la Sardegna scivolare verso il nulla e nulla e nessuno sembrano in grado di fermarla.

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