La nazione e la lingua

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Qualcuno–mi adeguo anch’io al condannare all’anonimità quelli che non sono d’accordo con me–ieri ha scritto: “Pigliaru è presidente perché lo ha eletto il popolo, non perché si è imposto a qualcuno.”

La prima parte dell’affermazione contiene il nucleo dei problemi che il sottoscritto ha con questo qualcuno: è di una disonestà intellettuale che fa paura.

Pigliaru ha vinto le elezioni e questo non è in discussione: così funziona la democrazia rappresentativa.

Ma Pigliaru è stato eletto dal 20% del popolo sardo, cosa ben diversa dal dire che “lo ha eletto il popolo”.

Infatti, circa la metà dei sardi non è andata a votare alle scorse elezioni regionali.

Gli elettori, la “gente”, si sentono sempre meno rappresentati dalla politica, o almeno da questa politica e ormai il “partito dell’astensione” costituisce di gran lunga la porzione più grande del popolo sardo.

Oddío, popolo …

Gente è la parola più adatta: popolo fa pensare a qualcosa di più unitario, di più legato.

Individui allo sbando–in un modo o nell’altro–che non si riconoscono nei partiti italiani, ma neanche nei partiti sardi.

E qui potremmo metterci a criticare il frazionismo endemico dell’indipendentismo, il narcisismo dei suoi leader, ma questo significherebbe attribuire alla politica qualità superiori a quelle della società che la esprime.

Me ne guardo bene: non vedo formazione politica che non si limiti ad esprimere l’esistente.

Allora: circa la metà dei sardi non si riconosce nei partiti italiani–e quindi nell’Italia che questi esprimono–ma non si riconosce neppure nell’idea di Sardegna che i partiti sardi esprimono, nella “nazione” sarda, ridotta da questi partiti a “stato sardo”.

E questo non è un caso, visto che i partiti sardi hanno fatto pochissimo per costruire la nazione dei sardi.

Si è parlato e si parla di stato sardo, di repubblica sarda, ma non si parla di come mettere insieme una maggioranza di sardi che vogliano che il potere, in Sardegna, non provenga dall’esterno, ma sia espressione della volontà dei sardi stessi.

Non si lavora alla costruzione di una coscienza comune dei sardi, cosa che permetterebbe loro di riconoscersi come comunità di affetti e di interessi differenti da quelli italiani e spesso contrastanti con questi.

Non si lavora alla costruzione della nazione dei sardi.

Non si lavora per restituire alle lingue dei sardi–ciò che li rende immediatamente riconoscibili come sardi nei confronti di se stessi e degli altri–la condizione di normalità ormai persa.

Ma può essere una coincidenza il fatto che in Sardegna–al di fuori di cerchie sempre più ristrette–si parli una lingua che non è né sardo, né italiano, e poi la metà degli elettori non si identifichi né nell’Italia, né nella Sardegna?

Chiaro che i rapporti tra queste variabili non sono né meccanici, né tanto meno deterministici, ma lingua e identità sono legati, come lo sono identità e adesione a una certa idea di Sardegna.

Eppure la questione linguistica–e quindi la questione dell’identità e quindi del divenire nazione–è sparita dal dibattito.

Chi parla di “stato sardo” evita sistematicamente di parlare di lingua.

Come vogliono arrivarci allo stato, alla repubblica sarda?

Come vogliono conquistare le coscienze della metà più uno dei sardi?

Boh?

E ancora non ho detto niente sul fatto che “stato sardo” in una Sardegna priva di identità, priva di una cultura propria, una Sardegna che non sia nazione, vorrebbe dire soltanto sostituire una burocrazia con un’altra alla gestione del potere.

Francamente, a me la cosa non interessa.

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