Si Maninchedda non podet reposare, figura-ti nois!

maninchedda

Mi ero ripromesso di non rivolgermi più direttamente al nostro Paolo nazionale, ma lui, Paolo, provoca, lampu!

“Non è facile, ma bisogna imparare a tenere lo sguardo su ciò che è essenziale. Viviamo tempi in cui, invece, ci si perde dietro ogni piccola cosa, ogni granello di sabbia viene ingigantito per un giorno e poi liquidato come se non esistesse il giorno dopo. Perdersi in questi labirinti effimeri del quotidiano è facilissimo: si può sprecare l’esistenza correndo dietro a realtà e simboli senza consistenza. È il difetto di chi guarda alla Sardegna come sommatoria di problemi la cui gerarchia è dettata dalla rilevanza che ciascuno di essi assume nei media. Questo tipo di persone sa poco di sé ed è continuamente definita dagli altri: la peggiore schiavitù che possa esistere. Oppure concepisce la propria vita come un insieme di battaglie quotidiane senza un filo conduttore, affidando il senso delle proprie azioni al tempo che passa, al ‘prima’ e al ‘dopo’, schiavo del presente, come direbbe Agostino. Ma se il corpo è condannato al presente, la mente è libera di concepire direzioni che superano gli istanti: la mente costruisce il racconto di noi stessi prima che accada e così costruisce il nostro orizzonte di senso.” (http://www.sardegnaeliberta.it/non-potho-reposare/)

Qual’è la questione delle questioni, in Sardegna?

La nostra classe dirigente alienata dalla sua terra, al punto di essere incapace perfino di cogliere la posizione geografica della nostra isola: centro del Mediterraneo e non periferia italiana.

Dieci anni dopo il mio articolo su Diariulimba, anche Maninchedda scopre la posizione geografica della Sardegna e l’alienazione perfino geografica delle nostre classi dirigenti: “Io penso che uno degli aspetti peggiori del periodo autonomistico – su cui è in corso da anni un’operazione un po’ dilettantesca di beatificazione immotivata – è il suo provincialismo sulla politica estera.
Un’isola come la Sardegna, al centro del Mediterraneo, che sta dentro la linea di Schengen e dentro la Nato, deve capire la politica estera, deve frequentarla, non delegarla banalmente all’Italia che è un Paese esausto che ha accettato l’inibizione tedesca alla  libertà di iniziativa politica fino alla consistente riduzione del proprio debito pubblico.”

Dai, Paolo, ancora uno sforzo!

Dai che quando vuoi sai essere intelligente, molto intelligente!

Da dove proviene questa alienazione che ha prodotto l’ideologia autonomista della Sardegna come regione periferica dell’Italia e non centro del Mediterraneo?

E dai che già lo sai!

Dalla scuola, dall’università in cui tu lavori, dai mass media, e ormai da tutto quel clima culturale che queste istituzioni italiane hanno creato e che mira da due secoli a convincerci della nostra inferiorità e della superiorità della cultura “continentale”.

Il problema dei problemi, in Sardegna, è costituito dalla sua classe dirigente.

Questa va rinnovata radicalmente, se vogliamo uscire dal sottosviluppo.

E l’unico modo per arrivare a questo rinnovamento è quello di costruire una cultura nazionale sarda, incentrata sulla lingua.

Solo con una cultura nazionale sarda potremo formare una nuova classe dirigente non alienata dalla sua terra.

Lo dici tu stesso: “Non è facile, ma bisogna imparare a tenere lo sguardo su ciò che è essenziale.”

Come mai, Paolo, allora finora ti sei rifiutato di farlo?

Io un idea ce l’ho.

Magari sbagliata, ma ce l’ho.

Maninche’, tu stesso fai parte di quella classe dirigente italianizzata e alienata, erede–letteralmente–dell’ideologia autonomista, la quale avrebbe tutto da perdere da un rinnovamento culturale radicale della Sardegna, con la lingua al centro del rinnovamento.

Ce lo vedi Pigliaru–che non ha imparato il sardo “perché non gliel’hanno insegnato”–impegnarsi per un cambiamento che lo taglierebbe immediatamente fuori dai giochi ?

Io non credo che quello di Pigliaru e Firino verso il sardo sia menefreghismo.

Credo che loro proprio non lo vogliano, il sardo, perché si darebbero la zappa sui piedi.

Senz’altro sai come i baschi sono riusciti a rivitalizzare l’euskera.

A me l’ha spiegato la ricezionista dell’albergo di Donostia in cui stavo: esigendo la padronanza dell’euskera da tutti i dipendenti pubblici della comunidad.

La ricezionista–sulla quarantina–non era molto contenta di questa imposizione, visto che lei l’euskera l’ha imparato a scuola, in tempi in cui lo insegnavamo come se fosse una lingua straniera.

Ha detto che oggi, la situazione per i giovani è migliorata parecchio, perché a scuola usano l’euskera come lingua veicolare, naturale.

Sempre meglio parlare con la gente che stare a sentire i comunicati ufficiali.

E anche il tassista ispanofono ha confermato questa descrizione della situazione linguistica nel paese basco: secondo lui il 90% dei giovani parla l’euskera.

E io, come ho già detto, ho sentito personalmente usare l’euskera da parte dei giovani di Donostia.

Giovani donne: impensabile a Cagliari.

Come è impensabile che una classe dirigente desardizzata si impegni per scavarsi la fossa da sola.

Ce lo vedi Pigliaru che si impegna per autoescludersi da qualunque funzione pubblica e per escludere i suoi figli che, presumo, conoscono il sardo ancora meno di lui.

E la tua famiglia, a sardo, come è messa?

“Bisogna imparare a tenere lo sguardo su ciò che è essenziale.”

Essenziale, per la Sardegna è il rinnovamento della classe dirigente, attraverso la fondazione di una cultura nazionale sarda.

I baschi l’hanno fatto e sono ricchi, almeno secondo una descrizione interclassista.

Ma il problema per noi sardi è che la classe dirigente attuale non se la passa niente male: tu per primo.

Chi se la passa male, sono gli altri!

E gli altri sono tanti, tantissimi.

Nessuno li rappresenta e ormai sono la maggioranza.

Tu ti sei chiesto pubblicamente perché la metà dei sardi non vada più a votare.

Ma non ti sei mai dato la risposta in pubblico.

Siamo tutti esseri umani e viviamo tutti le nostre contraddizioni.

Tu non sei un’eccezione.

Infatti ancora non sei riuscito ad ammettere la centralità della questione linguistica rispetto alla questione sarda.

Malgrado tutta la tua intelligenza.

Ecco, secondo me, tu sei il caso emblematico del dilemma che vive la borghesia progressista sarda.

Impegnarsi per favorire la propria cacciata è oggettivamente molto difficile.

2 Comments to “Si Maninchedda non podet reposare, figura-ti nois!”

  1. Tue roberto giai l’ischis narrere ma prus ch’a totu non times a lu narrere.
    Ca cussu est su podere prus mannu, su benidore de fizzos nostros in s’universidade.
    A un’ala non tames sa limba, ma tota sa curtura sarda, sa scientzia, sa sardigna.
    E a s’attera su podere.

  2. I Baschi ci hanno messo 100 annI, compreso l’intervallo franchista (The standardization of the Basque language,
    José Ignacio Hualde and Koldo Zuazo) e comunque la vitalità della lingua è ancora problematica soprattutto se paragonata al castigliano-spagnolo. Per quel che ho visto c’è un monitoraggio sociolinguistico sistematico, ci sono scuole di 3 tipi, e c’è l’innegabile specificità e unicità della lingua che sono caratteristiche molto forti e che sicuramente attualmente è anche chic esibire (farebbe tendenza oppure tanto chi li capisce? magari tutto infarcito di castiglianismi come il catanyol; anzi, se fosse vero, questo è ciò che garantisce vitalità di un certo tipo).
    W. von Humboldt se n’è occupato dai primi dell’Ottocento: WILHELM VON HUMBOLDT UND DER BASKO-IBERISMUS, Francisco J. OROZ.

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