La lingua del potere

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A Donostia, in cerca di idee…

Articolo già pubblicato su Sardegnablogger, ma collegato a quello di ieri

Normalmente non parliamo soltanto perché abbiamo la bocca.
Si parla per fare qualcosa, come ha riconosciuto John Langshaw Austin (http://en.wikipedia.org/wiki/J._L._Austin).
Dire che comunichiamo, parlando, è troppo generico: parlando, facciamo delle cose specifiche, concrete.
Se io chiamo “coglione” qualcuno, non sto semplicemente esprimendo una mia opinione, ma sto rompendo un rapporto, nel caso esistesse, o rendendolo impossibile. Oppure ancora, sto confermando un rapporto molto stretto di amicizia.
Se uso l’imperativo (es. “Chiudi la finestra!”) sto ribadendo un rapporto gerarchico, che può solo essere paritario o sbilanciato a mio favore.
Nel caso contrario userò un espressione del tipo: “Non trovi che faccia freddo, qui?”, ribadendo, in questo caso, un rapporto gerarchico che mi vede in un ruolo subordinato e quindi costretto a chiedere la “compassione” di chi ha il potere di decidere sulla chiusura della finestra.
Normalmente parliamo all’interno di una rete di rapporti sociali che, semplificando, possiamo chiamare “comunità linguistica”.
Non è esatto definirla così, o soltanto così, perché non è che noi si stia in una comunità per parlare (“Parlare perché abbiamo la bocca”), ma perché condividiamo obiettivi, interessi, affetti, attività, comportamenti, ecc., molto concreti.
Ma, altrettando ovviamente, questa comunità “di pratica” può esistere soltanto se i suoi membri condividono un qualche codice linguistico, altrimenti non potrebbero agire socialmente.
Ecco perché, anche se la comunità in questione non ha come obiettivo primario quello di condividere la stessa lingua, la lingua della comunità svolge un ruolo fondamentale per la sua definizione.
Senza la lingua condivisa, la comunità non potrebbe esistere.
L’uso di quella lingua ti definisce come membro di quella comunità e ti attribuisce un’identità linguistica, certo, ma anche più estesa.
Lasciando stare la questione, pur fondamentale, di cosa costituisca la “fonte normativa” della grammatica di una certa lingua–di questo parlo nel mio libro–mi sembra chiaro che una comunità “linguistica” possa funzionare soltanto se i suoi membri condividono le regole sull’uso della lingua, quelle che stabiliscono quali siano i comportamenti linguistici–o “atti linguistici”, per dirla con Austin–adeguati.
Non basta, insomma, avere una buona competenza della grammatica di una lingua, ma occorre anche una buona competenza “pragmatica”: saper parlare in modo “educato”, conoscere le “buone maniere” linguistiche.
Da questa semplice constatazione si può vedere subito da dove è nata l’affermazione di Gramsci sulla “quistione della lingua”: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale (Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3)”
Ah, qualcuno avverta Pigliaru e il PD che Gramsci era di sinistra!
Chi decide quale sia il modo “educato” di parlare?
Le classi dirigenti, ovviamente.
Sono loro che gestiscono il “manuale” che stabilisce quale sia il modo giusto per funzionare in modo ottimale all’interno della comunità “linguistica”.
Ecco perché, mettendo in discussione lo statu quo linguistico, si mette in discussione tutti i rapporti di potere all’interno della comunità.
Non solo quelli direttamente politici, ma proprio tutti.
Pensiamo a cosa succederebbe con l’introduzione del bilinguismo perfetto in Sardegna: ce lo vedete il vostro farmacista monolingue esprimersi in sardo in modo non solo grammaticalmente appropriato, ma anche pragmaticamente adeguato al suo ruolo?
Ce lo vedete Francesco Pigliaru tenere un corso di economia in un sardo adeguato?
Ecco da dove vengono le resistenze dell’Università di Sassari: l’uso del sardo metterebbe a nudo la loro incompetenza, forse anche grammaticale e lessicale, ma soprattutto pragmatica.
Il bilinguismo dimezzerebbe il loro potere, come aveva intuito quel geniaccio di Nino Gramsci.
Ecco perché è considerato da maleducati parlare in sardo agli sconosciuti: perché l’élite sarda monolingue in italiano, non saprebbe come comportarsi.
E allora, vai con lo stigma verso i sardoparlanti!
La lingua serve a fare cose: anche a stabilire e ribadire rapporti di potere all’interno della comunità.
E, cambiando lingua, serve anche a mettere in discussione quelli esistenti e a produrne di nuovi.
Ecco allora le resistenze, spacciate per indifferenza o incomprensione.
Chi davvero vuole mettere in discussione l’esistente, in Sardegna, sa che si passa necessariamente per la lingua/lingue della nostra terra.
Il sardo era la lingua del popolo, con le sue regole grammaticali e pragmatiche, che l’élite italofona non poteva controllare.
Ecco perché il popolo sardo doveva essere depredato della sua lingua, quella che conosceva alla perfezione.
In cambio gli è stata data una semilingua, che non è né sardo né italiano, stigmatizzata dalla scuola e dall’elite, collegata alla dispersione scolastica enorme–anche se Pigliaru si sforza di non saperlo–e che condanna i suoi parlanti all’inferiorità sociale, dato che il loro italiano è “scorretto”.
La funzione sociale dell’Italiano Regionale di Sardegna è proprio quella di permettere la stigmatizzazione dei suoi parlanti, giustificandone il ruolo subalterno.
Altro che “Abbiamo altro a cui pensare!”: gli italofoni ci stanno pensando, e molto, a come mantenersi stretto il potere.

John Langshaw “J. L.” Austin (26 March 1911 – 8 February 1960) was a British philosopher of language. He is remembered primarily as the developer of the theory of speech acts.[1]
EN.WIKIPEDIA.ORG

2 Comments to “La lingua del potere”

  1. Grazie, le tue osservazioni sono sempre fonte di riflessione e di ispirazione…… Poi l’avevi letto “la storia basca del mondo” di Kurlansky? Io sono in Sardegna e finalmente potrò mettere mano sul tuo libro. Buone ferie

  2. Analisi lucida e stringente. Alla luce di quest’articolo si capisce bene l’ostilità feroce (travestita da menefreghismo) dell’attuale giunta regionale (e delle sue propaggini territoriali), ivi compresa l’assessora Firinu che scrive bei proclami sul suo blog ma di fatti neanche l’ombra. Questa classe dirigente però è quella che detiene il potere, non solo politico, ma giudiziario, medico, nell’istruzione. Non permetteranno mai che cambi lo status quo. Hanno sottratto ossigeno alle voci fuori dal coro sulla questione linguistica. Hanno fermato i progetti in corso e quest’anno niente sardo a scuola (forse l’anno prossimo) e tanti uffici linguistici chiusi o sottodimensionati con una scusa o con l’altra. Quando la maggior parte degli attivisti dei diritti linguistici saranno emigrati o avranno cambiato lavoro, allora si riaprirà con gente più malleabile e la lingua verrà collocata nel posto che più piace ai “compagni”: un bel museo dove non crea problemi, con forse qualche comparsata folkloristica in uno dei tanti festival jazz che tanto piacciono all'”intellighenzia” sarda.

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