I sardi non sono un popolo, sono “ggente”

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È andata decisamente male ai precari sardi.

È andata come avevo previsto che andasse.

La loro tragedia imminente–e lo dico senza ironia, visto che so molto bene a cosa andranno incontro–non interessa nessuno ed è già sparita dai media: nuovi e antichi.

Come neanche loro si sono mai interessati alla tragedia della dispersione scolastica.

Sono anche stati sfortunati, oppure il timing di Renzi è stato perfetto: la notizia è stata data proprio prima delle ferie di agosto.

Adesso le notizie che coinvolgono i sardi sono altre: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2015/08/08/giorgio_armani_arrivato_in_sardegna_con_il_suo_maxi_yacht_a_porto-68-429361.html

Ma forse sarebbe andata così ugualmente, in questa Sardegna atomizzata, abitata da individui, non da un popolo.

Individui–come dappertutto, ma anche peggio–in balia delle mode mediatiche.

E i precari in via di deportazione non sono diventati una moda, neppure effimera.

Forse i precari dovrebbero fare come i minatori della Carbosulcis: rinchiudersi nei sottoscala della scuola e minacciare di farsi saltare in aria.

Chissà, forse apparirebbero al telegiornale.

E così, adesso, altre centinaia–se non migliaia–di sardi saranno costretti ad emigrare, come già succede ad altre migliaia ogni anno.

In pochi anni, in Sardegna rimarranno solo quelli che non sono qualificati abbastanza da sperare di trovare un lavoro emigrando–i ragazzi vittime della dispersione scolastica–e i rampolli della borghesia coloniale, quelli che in questa situazione di miseria materiale e sociale ci sguazzano.

Il massacro dell’identità sarda–della lingua e della cultura sarde–sta dando i frutti che le classi dirigenti sarde speravano: in Sardegna è venuta a mancare qualsiasi coesione sociale.

I precari della scuola vengono ripagati con la stessa indifferenza che già loro stessi hanno dimostrato verso la società sarda.

I potenziali antagonisti–quelli esclusi per nascita dalla cerchia ristretta dei privilegiati–si rassegnano a cercare una soluzione individuale nell’emigrazione o a sopravvivere con lo stipendio o la pensione dei genitori, finché dura.

In fondo–non ricordo chi l’ha scritto–quello che sta avvenendo non è altro che una “pulizia etnica”.

Si caccia dalla società sarda chi potrebbe evolvere ad antagonista di una borghesia che vive e vuole vivere di rendita.

E si cacciano gli antagonisti potenziali, costringendoli ad autodeportarsi o cacciandoli dalla scuola, quindi dal lavoro e quindi dalla società.

Nessuna volontà perversa da parte di chi, a tutti i livelli, ci governa, ma semplice autoconservazione: per se e per i propri figli.

Provate ad immaginare una Sardegna in cui i giovani trovano un lavoro.

Una Sardegna in cui i giovani più qualificati non siano costretti ad emigrare o a scendere a compromessi con chi è solo interessato al mantenere lo stato quo.

Provate a immaginare una Sardegna in cui il filtro usato per selezionare il talento dei giovani–la scuola, quindi–non siano la lingua e la cultura italiane, ma la lingua e la cultura sarde, cioè la conoscenza e la comprensione della propria terra.

Ce la vedreste questa gente importante, che oggi in Sardegna se la passa molto bene, rimanere al proprio posto?

I giovani glielo permetterebbero?

La desardizzazione culturale dei sardi–e ormai la desardizzazione della Sardegna, soprattutto quella interna, che si sta svuotando–hanno avuto una funzione chiara: impedire la creazione di una coscienza nazionale dei sardi.

Se i sardi fossero stati popolo, non avrebbero mai permesso lo scempio perpetrato dalle servitù militari, dalla petrolchimica, dalla distruzione dell’economia tradizionale–vi rendete conto di quanto sia assurdo importare oltre l’80% dei prodotti alimentari in un’isola pochissimo popolata?–dall’emigrazione di oltre un terzo dei suoi abitanti, ma ormai forse la metà.

Tutto questo è stato possibile grazie alla desardizzazione culturale dei sardi, operata con la complicità attiva della borghesia sardignola.

Oggi, questa borghesia viene colpita direttamente–pugnalata alla schiena–proprio dai suoi stessi mandanti.

E allora non devono stupirsi che, quei sardi che loro hanno contribuito a trasformare in “ggente”, anziché aiutarli a diventare popolo, li ripaghino oggi con la stessa indifferenza con cui sono stati trattati.

La tragedia dei precari sardi è davvero una tragedia, in cui alla fine si raccolgono i frutti delle proprie azioni.

Povera terra nostra.

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