Quando vuole, Maninchedda, ma solo quando vuole …

maninchedda

Millu a Maninchedda!

Visionario, ma concreto: “Qual è l’obiettivo? L’obiettivo è tutelare degli ecosistemi unici al mondo, pensando che ogni vincolo sia forirero di nuova ricchezza sostenibile ancorata a questa bellezza. Se impariamo a raccontare la nostra bellezza, se impariamo a farlo in tutte le lingue del mondo, la bellezza rende (e fa anche compagnia, riscalda l’esistenza).
Immaginiamo di prendere il Temo o il Coghinas. Nel Contratto metteremo certamente gli interventi sugli argini, ma anche gli interventi per la sentieristica e la ciclabilità, il sostegno alle imprese che vorranno garantire i servizi di canoa o di piccola navigazione, la rete di rilevamento e allertamento del rischio e la rete escursionistica, la disciplina dei servizi di ristorazione, i grandi investimenti sui depuratori e sui potabolizzatori, i protocolli per l’uso razionale dell’acqua in agricoltura, i corsi di formazione per rendere poliglotti gli operatori ecc. ecc.”

Quanto siamo lontani dal conservazionismo di Soru, in cui l’ambiente non era visto come luogo in cui e da cui vivere, ma come una riserva surgelata e da guardare dal di fuori, da quel di fuori dove si fanno i soldi–chissà come–o magari da ammirare dal proprio palazzotto a pochi metri dal mare: “Visto che ormai era lì ….”

Maninchedda vede l’ambiente come luogo in cui e da cui vivono esseri umani non alienati dalla natura.

Maninchedda sa che sono i sardi stessi che hanno conservato –bene o male, ma più bene che male–quell’ambiente che è sempre stato fonte di reddito e di vita e dal quale Soru–con la sua ottica da riccone: l’ottica del WWF–li voleva escludere.

La visione che Soru aveva dell’ambiente era una visione statica, di conservazione.

Un grande passo avanti–e assolutamente necessario–rispetto al passato recente, con i suoi abusi e distruzioni, ma che era inserito nell’accettazione della realtà attuale della Sardegna/ciambella: il centro dell’isola svuotato di esseri umani e da conservare per “le future generazioni”.

Ma quali “future generazioni”?

I sardi emigrano o se restano sono troppo poveri per fare figli: http://www.sardiniapost.it/cronaca/sardegna-la-grande-fuga-nel-2014-7-200-emigrati/

L’ottimismo di Soru era tutto fondato sull’illusione che la “Nuova Economia” risolvesse tutti i problemi, che la produzione della ricchezza fosse slegata dal territorio.

Lui ci era immerso fino al collo, in quell’illusione, e, come abbiamo visto, non ha risolto nemmeno i problemi della sua azienda.

Maninchedda ci propone di tornare al nostro territorio per viverci e per viverne.

Qui siamo di fronte a un’altra visione del mondo.

Anzi: siamo di fronte a una visione del mondo.

Non è la prima volta che do atto dell’intelligenza di Paolo.

Ma non mi basta questa sua proposta.

Chiaramente qui si sta puntando a espandere il turismo, sia nel senso di allungarne la stagione, che in quello di rivolgersi anche ad altri tipi di turisti.

E allora mancano da questo progetto due aspetti fondamentali: l’agricoltura e la cultura.

Vivere nel territorio non può non significare “vivere della terra”.

Importiamo oltre l’80%  dei prodotti alimentari.

Ridicolo.

E con l’espansione del turismo faremmo arrivare in Sardegna una buona fetta di mercato–e la principale fonte pubblicitaria: il passa parola–per i nostri prodotti di eccellenza: eja, quelli che ancora vanno prodotti.

L’idea non è mia: l’ho sentita proporre da Pasqualone Onida a Liegi, tanti anni fa.

La Sardegna come il Chianti.

E come nel Chianti, una delle attrazioni principali per i turisti/consumatori dovrebbe essere la cultura, lingua compresa.

Il sardo come attrazione turistica?

Nel Paese Basco funziona.

La specificità, l’identità come “prodotti”?

Ci sono turisti–e tanti–che non le vedono come oggetti di consumo–la commercializzazione del folklore è già avvenuta, per attirare i turisti meno esigenti–ma come un motivo un più–spesso il più importante–per visitare altri luoghi, in pieno rispetto.

Paolo Maninchedda ha una visione della crescita economica della Sardegna che io condivido, ma ritengo insufficiente.

Dal suo discorso manca sempre quella fetta che–evidentemente–lo metterebbe in crisi.

Crisi esistenziale seria, mi azzardo a dire: https://bolognesu.wordpress.com/2015/08/03/si-maninchedda-non-podet-reposare-figura-ti-nois/

Ogni riforma, in Sardegna, finisce per implicare una rivoluzione.

Quella rivoluzione–ribaltamento e sostituzione della classe dirigente–che Maninchedda non ha ancora dimostrato di volere.

Ecco perché rimango scettico.

Concretamente: “i corsi di formazione per rendere poliglotti gli operatori ecc. ecc.”

Questa frase è di un’ingenuità che rivela tutta la differenza tra un filologo e un linguista.

Evidentemente Maninchedda sulla lingua non riflette: è un filologo, non un linguista.

Per rendere “poliglotti” gli operatori turistici non servono e non bastano i corsi di formazione.

Del resto, tutti studiate inglese per tanti anni e quasi nessuno lo parla.

Occorre invece liberare i sardi dal monolinguismo isterico italiano, introducendo il bilinguismo perfetto–porta principale verso il plurilinguismo–e–e l’ho già detto mille volte–trasmettendo programmi in lingua originale alla televisione.

Dove si trovano i “poliglotti”?

Nei paesi scandinavi e in Olanda/Fiandre, paesi in cui i film stranieri vengono trasmessi in lingua originale e sottotitolati.

Ma da quest’orecchio non ci vuole sentire nessuno.

Nessuno vuole mettersi contro la lobby del monolinguismo isterico.

Riuscirà il nostro eroe nella sua impresa?

Ne dubito: la sua visione dello sviluppo possibile della Sardegna è troppo parziale.

È un a riforma–quindi una rivoluzione potenziale–ma non è inserita in una visione rivoluzionaria.

Mi auguro di no, ma credo che finirà come l’idea di Pasqualone Onida.

Tra l’altro, perfino l’eterno Pasquale–Ercolino sempre in piedi: lui la capisce!–è uscito di scena, dopo aver imperversato per decenni.

Vedremo.

Intanto, mi permetto di ricordare che di politici ambiziosi e arroganti in questi anni ne ho visto passare tanti.

Loro non ci sono più.

One Comment to “Quando vuole, Maninchedda, ma solo quando vuole …”

  1. Si, è più capace degli altri.
    Solo che è molto vicino ai mortificatori della sardegna ( e della cultura sarda, lingua storia e archeologia innanzitutto ), la colonna portante della classe dirigente sarda.
    Ite lastima!

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