E torra cun custos pastores!

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Ieri mi sono preso una bella passata di insulti, su Facebook.

Perché mi sono rifiutato di identificare la Sardegna con i pastori.

No, poi mi sono limitato a chiedergli: “Sorris bonas tenis?”

L’eruzione del mio interlocutore era visibile a occhio nudo anche da Amsterdam.

La Sardegna e i pastori: e basta!

Leggetevi o rileggetevi Cagnetta, Pira e Caterini.

La monocoltura del pecorino romano–interamente mirata all’esportazione–è il risultato della (auto)colonizzazione delle distese semidesertiche lasciate dalla distruzione dei boschi sardi.

Prima di questa distruzione non c’erano, né potevano esserci, tutte quelle pecore e tutti quei pastori, né esisteva un mercato per il pecorino “romano”.

Chi identifica la Sardegna con la monocoltura pastorale, casca nel tranello teso dai colonizzatori: sardi = pastori = banditi/barbari.

Mi! “La pastorizia in Sardegna ha ostacolato lo sviluppo, è assistita, ha diffuso miti e bugie. Gli agnelli? Scannati barbaramente”. http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2015/08/20/i_pastori_sardi_barbari_dossier_con_insulti_per_l_ok_a_impianto_s-68-431032.html

La reazione pavloviana: “I pastori vanno difesi, perché sono l’essenza della Sardegna!”

Cioè, ci si limita a ribaltare le affermazioni del colonialista, ma conservandone l’essenza.

Una minca!

I pastori vanno difesi–fin dove si possono difendere–perché sono una parte importante della Sardegna, anche se solo una parte.

La Sardegna è sempre stata molto di più che la monocoltura del pecorino romano, anche dopo la distruzione delle foreste.

In questo caso poi–i colonialisti vogliono realizzare un impianto solare termodinamico su quasi 300 ettari nelle campagne tra Decimomannu e Villasor–di quali pastori stiamo parlando?

Stiamo parlando di terreni votati all’agricoltura intensiva: carciofi, asparagi, pomodori, agrumeti.

Si può perdonare l’ignoranza dei colonialisti–o dei burocrati a cui è rivolto il rapporto–ma non quella dei difensori dei “pastori”.

È chiaro che qui la qualifica professionale è rivolta a tutti i sardi.

Siamo di fronte all’ennesima operazione di terrorismo cultural-psicologico che i colonialisti mettono in pratica quando vogliono convincere i colonizzati a farsi prendere per il culo.

“Noi vi portiamo la civiltà a voi, barbari, arretrati”.

Se vuoi ferire un sardo medio nel suo intimo, dagli del pastore.

Et voila!

Se poi è un contadino, con la tradizione di conflitti con i pastori …

Quindi, i colonialisti parlano di pastori, ma pensano ai contadini, ché contadini sono quelli che lavorano i terreni tra Decimo e Villasor.

E pensano ai sardi di città, quelli che non ammazzerebbero mai un agnello, ma se lo mangiano allegramente dopo che qualcun altro lo abbia “barbaramente” scannato.

Si tratta di un’operazione classica di colonizzazione culturale, messa in pratica milioni di volte in Africa, nella Americhe, in Asia, in Australia.

Non ci possono dare dei cannibali, ma veganamente “barbari”, quello sì!

E allora cosa c’entrano i pastori?

Tutto e niente.

Niente, visto che l’operazione coloniale la vogliono realizzare su terreni in cui non ci sono pecore o pastori.

Tutto, perché i sardi–troppi sardi–sono ancora così coglioni de credere all’equazione sardo = pastore = barbaro.

Troppi sardi credono ancora che sia necessario scegliere tra essere sardi e essere “moderni”, dove per “moderno” si intende “non sardo”, italiano quindi, e oggi americano.

Sto leggendo la bozza del libro di Alessandro Mongili, che parla proprio di come questa equazione sia stata regolarmente applicata in tutte le colonizzazioni.

Il terrorismo cultural-psicologico viene usato sempre per convincere gli indigeni ad accettare lo sfruttamento coloniale–Pardon!–la modernità.

Detto questo, le pecore hanno avuto in Sardegna la stessa funzione delle banane nell’America Latina: sfruttare il territorio in funzione di interessi esterni, lasciando le briciole e i danni agli indigeni.

Allora, difendiamo la pastorizia, ma rifiutiamo l’idealizzazione romantica della monocoltura del pecorino romano, che tanti danni ha fatto alla nostra terra.

P.S. Da Amsterdam è difficile sapere i dettagli delle vicende. Adesso mi hanno informato meglio. I “pastori” di questa storia sono pastori davvero: la famiglia Cualbu, che da circa un secolo possiede un’azienda nella zona di cui i famelici produttori di “energia pulita” voglio appropriarsi. Il giudizio razzista dato da costoro sui “pastori” è quindi rivolto a persone specifiche. Questa precisazione cambia poco al mio discorso.

7 Comments to “E torra cun custos pastores!”

  1. Non trovo una grinza. Trovo, anzi, un elemento che mi pare varrà la pena (parlo per me) approfondire; perché se il parallelo pecore sarde e banane latinoamericane è davvero calzante, potrà davvero aiutare a diffondere efficacemente la conoscenza di questa analisi e la conseguente presa di coscienza. Tutti abbiamo bisogno di esempi, di paralleli, per capire e per convincerci. E trovarci calzanti a quello che giudichiamo un palese esempio di colonizzazione, non quindi così unici e indecifrabili, può servire eccome ad aprirci gli occhi.

  2. in is annus ’60-’70 dd’anti fatu ponendi industrias (petrolchimico,tessile ) aici po ndi bessiri modernus, sa terra anti imbrutau, anti fatu disocupaus nous..is industrialis milanesus si funti furaus unu muntoni de dinai etc…

  3. Nell´´Ottocento i disboscamenti non servivano a favorire la pastorizia locale anche se fosse stata finalizzata alla caseificazione da esportazione. Su questo c´´e un libro del 2013. Ma ricordo di aver letto che gia i cartaginesi sfruttavano e peggio i boschi della Sardegna meridionale, per ottenere legname per navi. I romani hanno continuato, anche per incrementare la cerealicoltura. Non ho fonti esatte ma qua e la si dice questo. Comunque, la devastazione, ma NON per beneficiare la pastorizia, e ottocentesca.

  4. Allora non si deve fare il confronto coi bananeti monocultura nati sulla deforestazione voluta per questo scopo.

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