Archive for September, 2015

September 30, 2015

E fatu-fatu ge m´agatu de acordiu cun calincunu

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http://indipendentes.trigu.net/2015/09/sardegna-ancora-tanta-strada-da-fare

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September 28, 2015

Lezioni catalane

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Totus arretus cun sa minca de is cadalanus!

Questa volta il link con il suo blog non lo metto.

O non è vero che sia così intelligente–visto che apparentemente non capisce–oppure è lì proprio per cercare di impedire a noi di capire.

Questa seconda possibilità mi è venuta in mente oggi per la prima volta, perché mi sembra impossibile non capire quello che il risultato delle elezioni catalane ci racconta.

La classe dirigente catalana ha investito cifre enormi e decenni di impegno nella costruzione della nació catalana, spendendo il necessario per la lingua e per il resto della cultura.

Adesso la Catalogna ha dimostrato di esistere come nazione: questo è quello che queste elezioni ci raccontano.

E, comunque vada, adesso la Spagna deve fare i conti con loro, con i catalani.

Stato o non stato.

Esattamente come gli inglesi hanno dovuto fare i conti con gli scozzesi.

Perché quando si è nazione–cioè quando hai una classe dirigente che investe in questa tecnologia sociale e si diventa una comunità di affetti, interessi, simboli e pratiche condivisi–gli altri sono costretti a fare i conti con te.

Stato o non stato.

Ma noi abbiamo gli indipendentisti più intelligenti del mondo!

Quelli che prima vogliono lo stato, sa repubblica, poi a costruire la nazione ci penseremo…

Insomma il solito vizio dei grandi geni sardi: scimmiottare le malefatte degli italiani.

“Quando avremo fatto lo stato, penseremo a fare i sardi = Fatta l’italia bisogna fare gli italiani”.

Chissà perché la metà dei catalani sta al gioco dell’indipendenza?

Chissà!

Non può certo dipendere da tutto quello che hanno speso per la lingua e la cultura: la costruzione di una cultura e di un’identità nazionali.

È perché i tempi sono maturi…

Quindi anche per la Sardegna: e milli arretti, mi’!

Diversamente dai catalani, i nostri geni sanno che all’indipendenza, allo stato, alla repubblica, ci si arriva senza spendere un soldo per la lingua e per la cultura o almeno riducendo i fondi a disposizione, facendo l’elemosina alle scuole che presentano un qualche progettino sulla lingua, senza neanche avere uno straccio di direttive.

Cazzo, quanto la rispettano l’autonomia scolastica i nostri geni e i loro complici del PD.

Figurati se si permettono di sviluppare un qualcosa di simile a una pianificazione linguistica e delle direttive per le scuole.

Queste cazzate le lasciano fare ai catalani, che, si sa, non possono competere con i nostri geni.

Il successo catalano è dovuto allo spirito dei tempi, del quale profitteremo anche noi sardi: Stato! Repubblica!

L’indipendenza è lì, dietro l’angolo.

Totus arretus che canis cun sa minca de is cadalanus.

Il genio più genio di tutti da qualche tempo parla di “nazione”.

Oddío, a dir la verità parla di “Partito della Nazione”.

Ma si guarda bene dal dirci come voglia arrivarci a costruire la nazione.

Non ha mai parlato di lingua, se non per sostenere i suoi compari sassaresi–ai quali tanto deve–nella loro lotta contro la standardizzazione del sardo.

Parla di biciclette.

Parla in termini lirici del suo amico che si è rifiutato di imparare una delle nostre lingue nazionali.

I sardi–se Santu Efis gli fa la grazia–saranno una nazione di ciclisti che parlano in italiano scarciofato di Sardegna e si ispirano a Joyce, pur non avendolo mai letto.

E totus barri-falados.

Biciclette e agenzia delle entrate e pedaleremo “Finas a sa Repubblica!”

Biciclette e pareggio del bilancio.

Ge bolint a Stanlio e Ollio!

E is sardus abetendi a issus po ddus votai …

Eppure, da oggi, qualcosa non mi quadra.

Queste sono persone intelligenti.

Molto intelligenti.

Non capiscono?

O non vogliono che noi capiamo?

September 27, 2015

La “Buona Scuola” e le lingue minoritarie (de Mauro Maxia)

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La legge 107/2015, più nota con la definizione di “Buona Scuola” di cui tanto si è parlato
quest’anno, introduce una “dotazione organica finalizzata alla piena attuazione dell’autonomia
scolastica di cui all’articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59 e successive modifiche”. La
circolare del MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) n. 30549 del 21/9/2015
chiarisce che “Il fabbisogno delle istituzioni scolastiche a regime è costituito dal piano
triennale dell’offerta formativa da definire successivamente, mentre l’organico aggiuntivo
viene assegnato per la programmazione di interventi mirati al miglioramento dell’offerta
formativa. Tale organico aggiuntivo, perciò, dovrebbe rispondere agli obiettivi di
qualificazione del servizio scolastico previsti dalla legge 107, commi 7 e 85, ed è destinato a
confluire nel più ampio organico dell’autonomia, da definirsi, poi, con apposito decreto
interministeriale ai sensi del comma 64 della medesima legge 107/2015.
La stessa circolare mette in chiaro che “con il potenziamento dell’ offerta formativa e
l’organico dell’ autonomia le scuole sono chiamate a fare le proprie scelte in merito a
insegnamenti e attività per il raggiungimento di obiettivi quali: valorizzazione e
potenziamento delle competenze linguistiche, matematico-logiche e scientifiche, nella musica
e nell’arte, di cittadinanza attiva; sviluppo di comportamenti responsabili per la tutela dei beni
ambientali e culturali; potenziamento delle discipline motorie e sviluppo di un sano stile di
vita; sviluppo ‘delle competenze digitali; potenziamento delle metodologie e delle attività
laboratoriali; prevenzione e contrasto della dispersione, della discriminazione, del bullismo e
del cyberbullismo; sviluppo dell’inclusione e del diritto allo studio per gli alunni con bisogni
educativi speciali; valorizzazione della scuola come comunità attiva aperta al territorio;
incremento dell’alternanza scuola-lavoro; alfabetizzazione e perfezionamento dell’italiano L2,
inclusione”.
Si tratta ovviamente di obiettivi generali che lo Stato intende perseguire attraverso una
serie di misure e azioni definite “Campi di potenziamento”. All’interno di questi “campi” vi
sono gli obiettivi trainanti che il governo e il ministero competente hanno cercato di illustrare
nel periodo che ha preceduto il varo di questa riforma che ha suscitato tante polemiche e aspre
prese di posizione. Obiettivi che, manco a dirlo, sono rappresentati dal potenziamento delle
competenze linguistiche (soprattutto riguardo all’italiano e all’inglese), di quelle scientificomatematiche
e di quelle artistiche. Tuttavia, nelle pieghe di tali obiettivi strategici si notano
alcune finestre e una serie di spiragli che, opportunamente valorizzati, potrebbero consentire
di potenziare anche altre competenze che non siano soltanto quelle appena enunciate. Più
avanti vedremo di evidenziare meglio questo concetto.
In questo momento il MIUR ha l’esigenza, anzi l’urgenza, di provvedere
tempestivamente alla definizione della dotazione organica essenziale per le singole istituzioni
scolastiche che sono chiamate a “individuare le priorità d’intervento nell’ambito degli obiettivi
suddetti, coerentemente con la programmazione dell’offerta formativa e con azione di
coinvolgimento degli organi collegiali, chiamati all’elaborazione e all’approvazione delle
proposte”. A questo proposito alla circolare ministeriale è stata allegata una scheda di
rilevazione delle priorità. Le aree di intervento, previste dal comma 7 della legge 107, sono
state ricondotte a titolo esemplificativo ad una serie di campi tendenzialmente corrispondenti
alle aree disciplinari degli insegnamenti.
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Per quanto riguarda le scuole secondarie di secondo grado, i campi risultano distinti da
quelli del primo ciclo che, data la natura comprensiva della quasi totalità delle istituzioni di
primo ciclo (cioè costituiti da istituti comprensivi), sono stati definiti in maniera congiunta tra
la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado considerando anche la possibilità di
utilizzare l’organico aggiuntivo in modo funzionale su tutte le istituzioni scolastiche. Quindi
per la scuola superiore (secondo ciclo) sono stati individuati sette campi di potenziamento
dell’offerta formativa mentre per le scuole primarie e medie (primo ciclo) i campi individuati
corrispondono a sei dato che per quest’ultime l’area disciplinare socio-economica e per la
legalità risulta esprimibile all’interno dello stesso campo dell’area umanistica.
In questo momento, anche a causa dei ritardi accumulati durante l’iter legislativo, il
ministero ha una gran fretta e per questo sollecita le istituzioni scolastiche ad attivarsi per
definire al più presto le proposte di fabbisogno per poi inserirle al SIDI (Sistema Informativo
Dell’Istruzione) nello stretto margine di tempo che va da dal l0 al 15 ottobre prossimo,
individuando in ordine di preferenza tutti i campi di potenziamento corrispondenti alle aree
previste dal comma 7 della legge citata.
L’ordine di preferenza espresso dalle scuole sarà utilizzato come strumento di lettura
del fabbisogno dell’istituzione scolastica da parte degli Uffici Scolastici Regionali indicando
le priorità che le singole scuole intendono perseguire nell’ ampliamento della propria offerta
formativa. Dunque le scuole dovranno definire un ordine di preferenza dei campi proposti
individuando, in questo modo, le priorità dell’azione di potenziamento attraverso una
descrizione qualitativa prima ancora che quantitativa dell’organico del potenziamento.
Per l’anno scolastico 2015-16 la definizione dell’organico del potenziamento è inserita
nelle fasi del piano straordinario di assunzioni previsto dalla medesima legge 107 e in
particolare nell’ultima di esse, fase C, secondo quanto previsto dal comma 98, lettera “c”. Per
la costituzione dell’organico in questione la legge 107 prevede, al comma 95, l’assegnazione
di un numero di posti aggiuntivi della dotazione dell’istituzione scolastica, finalizzati
all’attuazione delle azioni previste dai commi 7 e 85 della medesima norma, nei limiti del
contingente regionale che per la Sardegna è stato individuato in 1.514 posti di insegnamento
(530 posti nella primaria, 215 nella scuola media e 769 nella scuola superiore) rispetto a un
totale di 48.812 posti che coinvolge (quasi) tutte le altre regioni. Da questo contingente per il
potenziamento dell’offerta formativa risulta esclusa la scuola dell’infanzia. Un aspetto
importante riguarda l’esclusione da questa platea di posti di insegnamento della Valle d’Aosta
e del Trentino – Alto Adige, regioni a statuto speciale che hanno competenza primaria nel
campo dell’istruzione e che hanno diritto ad autonome dotazioni organiche. Un distinguo è
necessario anche per il Friuli – Venezia Giulia che è compreso nel piano ma con una riserva di
posti per la lingua slovena.
Il percorso che gli USR (Uffici Scolastici Regionali) sono chiamati a compiere entro
breve termine rappresenta una vera e propria marcia forzata. Infatti entro il 22 ottobre, dopo
aver comunicato al SIDI i relativi dati, essi dovranno adottare un decreto di ripartizione dei
posti comuni della scuola secondaria per classi di concorso, nonché di ripartizione dei posti di
sostegno previsti nella medesima tabella per gradi di istruzione e, relativamente alla scuola
secondaria di II grado, per aree disciplinari. La suddetta dotazione aggiuntiva sarà
successivamente assegnata dagli USR attraverso gli ex provveditorati agli studi (ora chiamati
“Ambiti Territoriali”) alle singole scuole della Regione, attraverso una specifica funzione del
SIDI dal 12 al 20 novembre 2015, tenendo conto del numero di alunni (eccettuati quelli
dell’infanzia). Inoltre dovranno tener conto di certe situazioni caratterizzate dalla presenza di
aree montane o di piccole isole, di aree interne, a bassa densità demografica o a forte processo
immigratorio, nonché di aree caratterizzate da elevati tassi di dispersione scolastica anche in
linea con quanto previsto dal comma 65 della medesima legge. Un primo dato importante è
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costituito dalla previsione di assegnazione ad ogni istituzione scolastica di non meno di 3
posti di insegnamento. Un altro dato importante è rappresentato dal fatto che il personale
immesso in ruolo per la scuola primaria potrà essere utilizzato per progetti di continuità che
riguardano anche la scuola dell’infanzia.
Fin qui abbiamo visto alcune questioni tecniche legate specialmente alla stretta
tempistica che il MIUR ha dato agli USR e, di riflesso, alle singole scuole. Andiamo ora a
vedere la scheda relativa ai “Campi di potenziamento” che riguardano il primo ciclo costituito
dalle scuole primarie e secondarie di I grado (scuole medie inferiori). All’interno di questa
scheda e dei singoli campi di potenziamento sono presenti – come si accennava in premessa –
delle declaratorie che, nonostante l’apparente laconicità, se opportunamente valorizzate a
livello di singole istituzioni scolastiche, potrebbe dischiudere interessanti prospettive per la
costituzione di numerosi posti di “potenziamento linguistico” in cui potrebbero trovare posto
le lingue minoritarie e, per quanto riguarda la nostra Isola, il sardo e le altre varietà subregionali
(catalano, sassarese, gallurese, tabarchino) che non sempre sono tutelate dalle leggi
di salvaguardia (per esempio, il sassarese, il gallurese e il tabarchino sono esclusi dalle tutele
della legge n. 482/1999).
Alla fine di questo breve intervento si riproduce la scheda in questione anche per
richiamare l’attenzione dei fautori della valorizzazione delle lingue minoritarie e regionali
sulla declaratoria del Campo 2 “Potenziamento linguistico”, lett. “a”, che prevede la
“valorizzazione e potenziamento delle competenze linguistiche, con particolare riferimento
all’italiano nonché alla lingua inglese e ad altre lingue dell’Unione europea, anche mediante
l’utilizzo della metodologia Content language integrated learning” (ossia il cosiddetto CLIL).
Anche se la declaratoria riserva un comprensibile focus all’italiano e all’inglese, l’azione è
tesa alla “valorizzazione e al potenziamento delle competenze linguistiche” al cui interno
l’insegnamento delle lingue minoritarie riveste una grande importanza. Non solo
l’insegnamento di queste lingue è utile per sé stesso ma anche per un migliore apprendimento
dell’italiano e delle stesse lingue straniere. Attraverso virtuosi approcci didattici gli
insegnanti, opportunamente formati, potrebbero contribuire contestualmente sia al successo
scolastico degli alunni sardi sia ad abbassare finalmente lo spaventoso tasso di dispersione
scolastica che pone la Sardegna al primo posto di questa deleteria classifica (25,5% contro il
17% delle altre regioni).
Un’altra misura che può offrire una prospettiva per l’insegnamento del sardo e delle
altre lingue regionali dell’Isola è il Campo n. 6 “Potenziamento laboratoriale”, lettera “m”,
che nel secondo periodo recita: “Valorizzazione della scuola intesa come comunità attiva,
aperta al territorio e in grado di sviluppare e aumentare l’interazione con le famiglie e con la
comunità locale”. Si tratta di un quadro che viene incontro a situazioni ben note come quella
riguardante molte comunità locali che negli anni scorsi al momento dell’iscrizione dei propri
figli hanno chiesto, talvolta con percentuali superiori al 90%, che la scuola insegni loro la
lingua sarda esercitando un diritto riconosciuto dalla citata legge n. 482/1999 che finora si è
rivelato un diritto soltanto teorico.
In questa fase, dunque, e ancora di più al momento della formazione del POF triennale,
le famiglie e i territori di riferimento della singole istituzioni scolastiche potranno esercitare la
loro influenza affinché nei Piani dell’Offerta Formativa l’insegnamento della lingua
minoritaria trovi lo spazio che le compete, in modo che i dirigenti scolastici possano
(debbano) chiedere agli USR di attivare i necessari posti di insegnamento. Non solo questa
azione equivarrebbe a riconoscere concretamente alle famiglie e ai loro figli un diritto
costituzionalmente garantito, ma offrirebbe anche una risposta a numerosi laureati sardi che
da anni aspettano di avere un posto di insegnamento e, soprattutto, di potere insegnare la
lingua naturale della propria regione per la quale hanno studiato e conseguito titoli formativi
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finora rimasti inutilizzati. Sarebbe di enorme importanza se la Regione Sarda intervenisse a
questo proposito ma i primi due anni di questa legislatura hanno ampiamente dimostrato,
purtroppo, che la reale promozione e valorizzazione del sardo e delle altre lingue subregionali
non rientra tra le priorità dell’attuale amministrazione.
Da poco abbiamo assistito e ancora assistiamo alle manifestazioni di protesta di
numerosi insegnanti sardi che puntano il dito contro una legge (la cosiddetta “Buona Scuola”,
appunto) perché in certi casi li costringe ad emigrare verso le regioni del Nord creando
situazioni di oggettivo disagio ad essi e alle loro famiglie. Questi insegnanti, non a caso,
hanno invocato la valorizzazione della lingua sarda affinché la scuola pubblica in Sardegna
tenga conto di questo importante fattore di diversità rispetto alle altre regioni italiane. Ebbene,
proprio la tanto criticata legge di riforma, etichettata come “Buona Scuola”, offre ora la
possibilità a quegli stessi insegnanti sardi di agire concretamente per l’introduzione
dell’insegnamento del sardo e delle altre lingue sub-regionali all’interno del Piano
dell’Offerta Formativa. Insomma, proprio questa legge, pur tra tante contraddizioni e
forzature, potrebbe dare qualche risposta là dove la legge regionale n. 26/1997 e la legge n.
482/1999 hanno oggettivamente fallito.
24 settembre 2015
MAURO MAXIA

September 26, 2015

La merda, la lingua, la comunità

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Il dialetto dell’olandese più vicino allo standard non è quello di Amsterdam, ma quello di Haarlem.

Questo è strano, perché è la grande borghesia di Amsterdam che ha guidato la guerra di indipendenza contro gli imperiali di Carlo V e, soprattutto, di Filippo II e che ha sempre egemonizzato la politica e la cultura delle–in origine–sette province che si sono liberate dal giogo degli Asburgo.

Eppure dalle misurazioni di Wilbert Heeringa–il coautore di “Sardegna fra tanta lingue”–è risultato che il dialetto di Haarlem è il più vicino a quello che gli olandesi chiamano “olandese civile generale”.

Cosa è successo?

Io adesso vivo a Bloemendaal, il secondo comune più ricco dei Paesi Bassi: a volte anche gli scellerati hanno fortuna.

La fortuna che mi è capitata è ben altra, ma non è rilevante in questa sede.

Bloemendaal (Valle dei fiori) è appena fuori Haarlem.

Nel 1600, saranno stati 5 chilometri di distanza.

Bloemendaal è ancora un villaggio da poco, ma, come nel “Secolo d’Oro”, è un rifugio per ricconi.

Nel 1600 i ricconi di Amsterdam si facevano costruire le loro residenze di campagna a Bloemendaal.

Soprattutto a Bloemendal.

E in estate se ne venivano qui, per sfuggire alla puzza di merda che saliva dai canali di Amsterdam.

Perché loro, i ricconi, vivevano in quei palazzi che ancora si possono ammirare sui canali,

Ma i canali di Amsterdam erano fogne a cielo aperto e perfino i ricconi hanno il naso fino.

Così hanno cominciato a farsi costruire le residenze di campagna a Bloemendaal, appena fuori Haarlem.

La mia teoria sullo standard olandese, allora, è la seguente: i ricconi di Amsterdam hanno cominciato a parlare con l’accento di Haarlem per far sapere a tutti che loro avevano la casa a Bloemendaal: “Noi sfuggiamo all’odore della vostra merda”.

Niente di strano.

La lingua dell’elite è in continuo movimento, visto che viene in continuazione rincorsa dalle classi medie, che cercano di scimmiottare la lingua dei ricchi e li pedinano linguisticamente.

A sua volta, l’elite, per continuare a distinguersi dai parvenus, deve cambiare in continuazione modo di parlare.

Tutta roba già descritta e analizzata negli anni Settanta da Labov.

Così, secondo me, è avvenuto che il dialetto di Haarlem–città decaduta dopo l’egemonia di Amsterdam su tutti i Paesi Bassi–diventasse, con le modifiche apportate dai ricconi, lo standard del Neerlandese.

L’ho presa alla lontana…

In effetti volevo parlare della merda che regolarmente si trova appena usciti da un paese sardo e di quello che secondo me questo vuol dire.

A proposito di merda: visto che ogni tanto qualcuno si irrita se confronto l’Olanda con la Sardegna, ancora nell’Ottocento, nei quartieri popolari di Amsterdam si cagava tranquillamente per strada.

Così tanto per capirci.

Il mio lavoro di precario nomade mi porta quasi ogni anno a conoscere nuovi villaggi dell’Olanda.

Ogni volta è la stessa sorpresa.

Ossimoro.

Ma io sono sardo e ogni volta che vedo come sono puliti i villaggi olandesi mi sorprendo.

E subito mi metto a pensare che qui, quei mucchi di aliga/arga che si vedono fuori dai nostri paesi, ecco, qui non si vedono.

E siccome anche quest’anno mi sono ritrovato da un’altra parte dell’Olanda, anche quest’anno ho avuto la stessa sorpresa.

Ma quest’anno ho pensato qualcosa di nuovo.

Eja, la prendo alla lontana perché anche le mie idee vengono da lontano.

Da quando ho letto La rivolta dell’oggetto, nel 1979, pensavo che i sardi non fossero una nazione, ma una raccolta di comunità tribali.

Tutte le mie proposte sulla lingue comune sono basate su questa idea.

Per me il libro di Mialinu Pira è stato fondamentale e molte cose non le ho mai messe in discussione.

Oggi mi rendo conto di aver accettato acriticamente la sua idealizzazione della comunità di un villaggio sardo.

Se è vero che la Sardegna non è una nazione, non è neppure vero che i villaggi sardi siano delle comunità coese.

Se lo fossero, non ci sarebbe quell’aliga/arga appena fuori dall’abitato, come non c’è fuori dai paesi olandesi.

In Olanda–appena si esce dalle città piene di immigrati,come me, e sporche–si vede che il territorio è considerato patrimonio comune.

E il bene comune è di tutti e da tutti viene rispettato: almeno fin dove si può vedere e fin dove può agire il singolo cittadino.

Per il resto, i capitalisti olandesi sono uguali a tutti gli altri e l’inquinamento invisibile è appunto invisibile.

Ma a livello di singoli cittadini, quello che può essere pulito è pulito.

Non trovi i televisori, frigoriferi, lavatrici, calcinacci, ecc. abbandonati sul ciglio della strada.

Perché?

Ovviamente, perché nessuno ce li lascia.

Ma attenzione, non voglio fare il solito discorso moralistico su caddotzi che abbandonano la loro merda sul ciglio della strada.

Questo lo fate già in tanti.

Il mio discorso è un altro.

Se è vero che esistono i caddotzi che cagano sul ciglio della strada, è anche vero che nessuno si preoccupa di rimuovere la loro merda.

Il resto degli abitanti–sicuramente la stragrande maggioranza–lascia la merda dove è.

Probabilmente il ragionamento che fa questa gente è del tipo: “Spetta alle autorità rimuovere la merda dei caddotzi”.

Ragionamento anche giusto, ma visto che le autorità non lo fanno?

I nostri benpensanti–che magari, indignati, postano le foto dell’aliga/arga su Facebook–si tengono la merda dei caddotzi.

A nessuno passa per la mente di andare a togliere l’aliga/arga dal ciglio della strada.

Eppure non è mai neppure moltissima.

Basterebbe che un paio di amici si mettessero d’accordo.

Il messaggio sarebbe chiaro: “Cunnu de mamma tua, il territorio è il mio e lo voglio pulito!”

E visto che molto spesso sappiamo chi sono i caddotzi, sarebbe molto spiritoso depositargli l’aliga/arga di fronte alla porta di casa.

Altrimenti, basterebbe avvisare il comune che si sta arrivando con la merda dei caddotzi.

E naturalmente far sapere a tutti che vogliamo che il nostro territorio sia pulito.

Semplice no?

Semplice, ma per farlo bisogna sentire di far parte di una comunità che condivide–almeno nella sua maggioranza–il senso del bene comune.

Ecco dove l’idealizzazione di Mialinu Pira va a farsi fottere.

Neanche a livello di paese i sardi riescono a essere comunità.

Altro che balle!

Vi tenete l’aliga/arga depositata da pochi caddotzi, magari protestando moralisticamente, perché pensate che non spetti a voi pulire il vostro territorio/bene comune.

Avete delegato–democraticamente–a un sindaco la gestione del territorio e vi sentite la coscienza a posto.

Sporcarvi le mani per il vostro territorio, no, eh?

Ecco perché in Sardegna si trova l’aliga/arga fuori dai paesi e in Olanda no.

E la lingua, cosa c’entra?

La stragrande maggioranza dei sardi vuole che il sardo venga tutelato, ma non fa una minca per impedirne l’estinzione.

Per rivitalizzare il sardo basterebbe che quei due terzi e passa che hanno dichiarato di averne una competenza attiva si decidesse a usarlo in qualunque situazione e il sardo sarebbe salvo, vivo e vegeto per i prossimi mille anni.

Ma una minoranza di caddotzi pezzi di merda ha deciso che usare il sardo in pubblico è da maleducati.

La stragrande maggioranza dei sardi non la pensa così, ma accetta di comportarsi secondo i dettami dei pezzi di merda.

Una minoranza di pezzi di merda detta legge a una maggioranza di individui che non formano una comunità.

La Sardegna–presieduta da uno che si vanta di non parlare il sardo–non solo non è una nazione, ma non è nemmeno un insieme di comunità tribali.

La Sardegna non è nulla.

È soltanto un’espressione geografica abitata da minche bollite.

September 22, 2015

Gente tonta

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E isssos discutende in italianu…
Sa metade de is sardos non votat.
De is áteros, a issos non ddos votat già-giá nemos.
Unu 20% de is sardos at postu a unu Bobbore Figumorisca–ne-mancu bonu a faeddare su sardu–a presidente.
E issos discutende in italianu.
Naki sunt indipendentistas.
Ita cosa maca: issos faeddant in italianu e nemos si nd´acatat ca bi sunt indipendentistas in Sardinnia.
Nemos faeddat in sardu e custas concas nobbiles sunt totu spantados ca a presidente essit unu Bobbore Figumorisca, nimancu bonu a faeddare in sardu, a su postu de issos, is leaders indipendentistas.
Su sardu non est male pagadu, ma issos puru già sunt tontos, già

September 21, 2015

Sa Sardinnia si nche moret, ma issos non ant faddidu mai

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E sa discussione siguit.

Totus narant sa sua.

Ma rigorosamente in italiano.

Miga ddu cumprendent inue ant faddidu.

Incumentzo a creer qui siant tontos.

Tontos…

Custu iat a spiegare medas cosas.

Tontos qui si spacant custos leaders.

September 21, 2015

A chentu annos?

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E sessantatres nd’apo fatu.

Immoe seo ufitzialmente intradu in sa betzesa.

Seo unu betzu giovanu e mi custa cosa praxet.

Ancora una pariga de annos e  mi nd’apo a andare in pensione, ma pro como gana de mi firmare non nde tengio.

Seo arribbadu a cuss’edade inue non tenes prus nudda de guadangiare e nudda de perder.

Su qui depía demostrare dd’apo demostradu.

Su qui depía faer dd’apo fatu.

Immoe mi dexet sa parte de su betzu.

E is betzos o sunt asselios e sabios o sunt is peus segamentu de matza.

Amus a bier, die pro die, su qui ofrit su mercadu.

A chentu annos difitzile qui b´arribbo, cun totu su qui mi fumo e mi bufo, ma b´apo a provare, ca sa ratza mia est de cuddas malas a sperder.

Torro gratzias a totu is qui m´ant fati is augurios.

Deo a chentu annos e issos a ddos contare.

September 19, 2015

Ai postumi l’ardua sentenza

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È in corso il dibattito sui postumi dell’imbriaghera indipendentista.

L’ho seguito distrattamente, per i motivi che chiarirò qui.

Non mi sono mai scaldato molto per l’indipendentismo, primo perché ho sempre ritenuto la questione dell’indipendenza statuale un falso problema, un mettere il carro davanti ai buoi, e i fatti mi hanno dato ragione.

Poi perché una volta sono stato alla festa manna dell’IRS–prima delle innumerevoli scissioni, divisioni della pagnotta e moltiplicazione dei pesci in faccia–e mi è sembrato di tornare indietro di 30 anni: ho trovato una simpaticissima collezione di giovani frichettoni intenti soprattutto a volersi bene o–come poi è saltato fuori–almeno a far finta di volersi bene.

Non dico che dovessero essere tutti messi di cambales e berrita, ma la confraternita presente a Santa Cristina sarebbe potuta essere stata prelevata da un concerto rock o da un qualunque altro avvenimento frequentato da una gioventù globalizzata.

La lingua veicolare era ovviamente l’italiano, come teorizzato dall’allora amatissimo leader Quintino Sedda.

L’allegra combriccola era così intenta a volersi bene, che chiaramente non si poneva il problema di come convincere i sardi a farsi governare da loro: nessuno–tranne i nemici–avrebbe resistito al loro fascino?

Esattamente come ai tempi in cui avevo la loro età, tutti erano convinti che la rivoluzione/indipendenza fosse lì, dietro l’angolo.

E siccome io–come ha cantato Bob Dylan–quel film l’avevo già visto …

Sono passati 10 anni ed è passata anche l’imbriaghera.

Tranne il fenomeno mediatico Kelledda, i nostri ex-ragazzi di belle speranze sono riusciti nella difficile impresa di rimanere elettoralmente insignificanti.

La vittoria dell’italiano anti-sistema Grillo alle politiche precedenti ha dimostrato quanto poco contassero i nostri ex-ragazzi nella società sarda.

E, anche se molte delle loro idee si sono diffuse nella società sarda, sono riusciti a rimanere politicamente insignificanti, perché in una democrazia rappresentativa, non basta “aver ragione”, ma bisogna anche prendere un po’ più dello zero virgola dei voti per contare.

Sorvoliamo sui casi umani di quelli che questo l’hanno capito, ma, neppure aggregandosi ai vincitori, sono riusciti a garantirsi il vitalizio.

In quella festa a Santa Cristina si vedeva già tutto l’autoreferenzialismo degli indipendentisti.

Quei ragazzi bastavano a se stessi, come noi sessantottini ai nostri tempi.

Il problema di come far prendere coscienza ai sardi della loro alterità rispetto agli italiani e del loro diritto all’autogoverno non se lo ponevano.

Quel gruppo in particolare, poi, si definiva non-nazionalista, ma era in pratica anti-nazionalista, rifiutando di fatto qualsiasi identificazione con la cultura sarda.

Altri davano per scontata l’esistenza di una “nazione sarda” non meglio definita.

Nessuno–tranne il FIU, che ho conosciuto molto più tardi, dava alla lingua, la cultura e all’identità alcuna importanza, se non marginale.

Tutti sottindendevano che tutti quei problemi “sovrastrutturali” si sarebbe risolti con l’indipendenza.

E giù tante coglionate su Joyce, la letteratura nazionale sarda in italiano, l’Irlanda, il Brasile, la Svizzera.

Joyce…

Joyce, che detestava l’Irlanda e gli indipendentisti, eletto a modello per i sardi, solo perché scriveva in inglese e non in irlandese, come loro che parlano in italiano e non in sardo.

Ma si può essere coglioni?

E oggi la discussione che gira intorno al come unificare i vari zero virgola, invece che cercare di capire come mai i sardi–a differenza, per esempio, dei catalani–non riescano a coaugularsi in una nazione.

Ché il problema è tutto lì, non nel fatto che gli amati leader dell’indipendentismo sono bravi soprattutto a farsi la forca l’un l’altro.

Carti amati leader: non contate un cazzo!

Fatevene una ragione.

Quello che occorre sono tanti soldi–dinari meda, ma meda, mi!–per costruire la cultura nazionale sarda, senza la quale non ci sarà mai una nazione sarda–e imparate una buona volta dai catalani, cazzo!–senza la quale il vostro giocattolo–sa repubblichedda–non l’avrete mai.

Continuate pure i vostri giochini.

Io continuo–nella mia insignificanza–a dire che prima viene l’indipendenza culturale.

Senza quella non ci può essere nessun altra indipendenza.

September 17, 2015

Identità? Prima definiamola

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Adriano Bomboi–finalmente qualcuno!–ha scritto un articolo che mette in discussione la mia idea di identità sarda: http://www.sanatzione.eu/2015/09/cultura-lidentita-sarda-e-determinata-solo-dalla-lingua/

“Implicitamente però,  Bolognesi sostiene che una lingua sia l’unico elemento capace di conferire una identità (notare bene: nazionale), ad una comunità stanziata su un dato territorio. Non mi trovo d’accordo.

Perché?

Perché la teoria è priva di evidenze empiriche. Se fosse vera i brasiliani si sentirebbero portoghesi, gli austriaci tedeschi, gli statunitensi inglesi, la plurilingue Svizzera non esisterebbe, e via discorrendo.”

Qui c´è un problema–e grosso–per Bomboi: io non dico questa cosa da nessuna parte!

Io dico una cosa molto diversa: l´unica cosa rimasta ai sardi a permetter loro di assumere un´identità sarda è la lingua.

Bomboi coglie questo punto, ma fraintende il concetto di identità: “Bolognesi interpreta la lingua sarda come nuova “periferia” in quanto la lingua è l’unico elemento distinguibile che differenzia i sardi dagli italiani. Ciò non significa tuttavia che, sul piano politico e culturale, questa caratteristica debba essere esclusiva. Infatti abbiamo anche indipendentisti a cui della lingua sarda non importa nulla.”

Gli indipendentisti a cui non importa niente della lingua sono quelli che io chiamo “indipendentisti all´amatriciana”: gente che vuole costituire uno stato indipendente, situato geograficamente in quell´isola, e con loro al governo, ovviamente.

Gente culturalmente italiana che vuole soltanto governare la propria repubblichedda o asilo infantile che sia.

Ovviamente non hanno la più pallida idea di come convincere i sardi a farsi governare da loro.

Lasciamoli allora a trastullarsi con il loro italiano scarciofato di Sardegna e i loro sogni di gloria.

Torniamo alla questione dell´identità

Tanta gente parla di identità, ma poca gente ha cercato di darne una definizione univoca.

E si badi bene, “univoco”  non vuol dire “giusto”, ma soltanto che quella definizione significa una cosa precisa e non altre cose a piacimento di chi legge.

Io ho adottato la definizione di identità, fornita da Judith Butler, e che suona come “adesione a una comunità di pratica”.

Insomma, secondo Butler e anche secondo me, per avere un´identità bisogna fare qualcosa di concreto che permetta agli altri di identificarti con una certa comunità.

Quindi, secondo questa definizione, “sentirsi sardo”, “conoscere la cultura sarda e la storia sarda”, “avere il DNA sardo”, “essere nati in Sardegna”, non ti attribuiscono un´identità, ma al massimo un senso di appartenenza, tuo, privato, individuale.

Perché nessuno può vedere il tuo “sentirti sardo”, se non poi traduci questo sentimento in un comportamento concreto e riconoscibile dagli altri.

Insomma, se quello che si intende per identità è invisibile, la tua identità sarà invisibile, e quindi non avrai alcuna identità.

Provate a mostrare una carta di identità invisibile a un posto di blocco ….

Insomma, non è colpa mia se quasi tutti per identità intendono una cosa vaghissima e indefinita, come quella sottintesa da Bomboi: “Orientarsi per l’una o l’altra forma di nazionalismo è solo una scelta ideologica che attiene alla volontà dei singoli individui di una comunità.”

Qui Bomboi confonde chiaramente il senso di appartenenza–psicologico, individuale, soggettivo–con l´identità: fenomeno sociale, oggettivo.

Per capirci: non si può essere “sardo”  ognuno per conto suo, senza condividere qualcosa con gli altri “sardi” e senza che questo qualcosa sia qualcosa di concreto che facciamo e che permette di essere identificati come sardi.

Per dirla con Judith Butler: i sardi sono una comunità di pratica o non sono.

E infatti, praticamente non sono nulla e i risultati si vedono.

Cosa è rimasto ai sardi, nelle cose che fanno, a continuare a identificarli come tali e diversi dagli italiani?

Si vestono come gli italiani, parlano italiano, mangiano italiano, praticano–o non praticano–la stessa religione degli italiani e tante altre cose.

Il loro italiano è un po´ diverso, mangiano un po´ diversamente: esattamente come in tutte le regioni italiane.

I sardi, oggi, hanno un´identità italiana regionale.

E gli indipendentisti che si accontentano di questo sono solo dei coglioni all´amatriciana.

Quindi, lasciamo pure in pace i papisti irlandesi con la loro identità data dalla religione, i brasiliani, che con i portoghesi condividono soltanto la lingua e fino a un certo punto, gli svizzeri che condividono tutto meno la lingua.

Argomenti del cazzo già proposti dai cazzari amatriciani per giustificare la loro italianità linguistica e il loro feticismo statalista, almeno fino a quando al governo ci finirebbero loro stessi.

L´unica cosa rimasta ai sardi da praticare per darsi un´identità antagonista rispetto agli italiani è la lingua.

O meglio: le lingue.

Tutte.

In quanto tutte non italiane.

Io non sono necessariamente indipendentista.

L´idea dello stato non mi ha mai fatto arrettare.

Vorrei invece vedere la Sardegna–entità geografica–trasformarsi in  una terra abitata da una comunità che condivide affetti, interessi, simboli e pratiche sociali.

Fin dove questo sia ragionevole, è chiaro.

Per usare una parola che ancora mi crea qualche problema: una nazione.

I cazzari si riempiono la bocca di “stato”, ogni tanto si ricordano che prima bisognerebbe essere “nazione”, ma evitano come la peste di affrontare il modo–l´unico modo–in cui i sardi possono diventare nazione: le loro lingue.

Perché da lì passa la discriminante: i cazzari mangiano italiano, chi fa cultura sarda deve lavorare davvero per mangiare.

September 16, 2015

Perché la Sardegna non sarà mai indipendente: repetita iuvant

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Mentre il nostro amato leader, Man-In-Kim, interroga se stesso allo specchio, sul fallimento-tradimento delle classi dirigenti sarde, come se intorno a lui ci fosse un deserto di idee e di conoscenze, altri hanno già affrontato il tema.

Io per esempio: http://www.sardegnablogger.it/perche-la-sardegna-non-sara-mai-indipendente/

Si noti come gli argomenti che il nostro amato leader usa nei confronti dei baroni di un tempo, siano direttamente applicabili ai baroni universitari attuali, sì. proprio quelli che oggi governano la RAS.

Le cause storiche le possiamo anche cercare lontano, nella sconfitta di Arborea a Seddori e la conseguente perdita dell’indipendenza, o nella sconfitta della sarda rivoluzione e nel fallimento del tentativo di modernizzare la Sardegna da parte dei sardi stessi.

Ma a queste sconfitte storiche si sarebbe potuto rimediare se la Sardegna avesse mantenuto una sua identità. Invece la borghesia sarda  ha scelto di identificare la modernità con la cultura italiana—rinunciando a svolgere il proprio ruolo storico di guida di tutto il popolo—e di identificare tutto ciò che è sardo con l’arretratezza e l’immobilità.

La Sardegna è diventata folklore, un passato idealizzato e spesso ridotto a caricatura, a cui guardare con nostalgia e sensi di colpa misti a (auto)disprezzo.

Una degli artefici principali di questa “grandiosa” operazione di revisione storica—grandiosa nel senso che ha richiesto un lavoro immane di destrutturazione culturale e costruzione di un’intera mitologia—è stata proprio Grazia Deledda.

Vi invito a leggervi (o rileggervi) quello che ho scritto in proposito già molti anni fa, quando ancora ero uno studente all’università di Amsterdam:  https://bolognesu.wordpress.com/2010/11/29/linvenzione-del-banditosardo-nellopera-di-grazia-deledda/;https://bolognesu.wordpress.com/2010/11/29/l%E2%80%99invenzione-del-banditosardo-nell%E2%80%99opera-di-grazia-deledda-2-e-fine/

Deledda ha fatto proprio il mito italiano della Sardegna immobile nel tempo—povero Angioy e la sua guerra al feudalesimo, ben cento anni prima: completamente rimosso—e l’ha fatto nel modo che caratterizzerà l’atteggiamento della borghesia sarda fino ai nostri giorni: la “sardità” è bellissima da conservare … negli altri.

Per se stessi è meglio la modernità.

Non posso parlare per le ultime generazioni, visto che manco dalla nostra terra da 30 anni, ma fino agli anni Ottanta tutti i sardi erano intrappolati nel dilemma “Essere sardi o moderni?”

Ci sono segnali che per i giovani questo dilemma non si ponga più, ma intanto il disastro è già avvenuto.

L’atteggiamento della borghesia sarda è quello degli spettatori della sfilata di S. Efis: comodamente seduti in tribuna a godersi lo spettacolo del pittoresco biddunculismo altrui, per poi andare impellicciati al teatro lirico a godersi la Cultura.

Tra gli anni Sessanta e Settanta anche i biddunculus si sono rotti le palle del biddunculismo.

Erano gli anni di “Che roba Contessa, anche l’operaio vuole il figlio dottore!”

Anche il pastore voleva il figlio dottore.

Sono gli anni in cui Gavino Ledda scrive Padre padrone.

Sono gli anni in cui anche le madame bidduncule strillano: “Mi che non voglio a parlarlo in sardo, a mio figlio!”

Il parlare in sardo viene identificato con l’appartenere ai ceti meno competitivi della società sarda: il proletariato agricolo e i famigerati pastori-quasi banditi.

Erano gli anni in cui imperversavano i sequestri e la campagna ferocemente razzista dei media italiani.

Ricordo un titolo di Repubblica: “Arrestata in Puglia una banda di rapinatori, fra cui un sardo”.

Come attestato in L’italiano regionale di Sardegna, di Ines LOI Corvetto (1983) e poi confermato nella ricerca sociolinguistica coordinata dalla professoressa Oppo (2007), a partire dagli anni Settanta anche nelle bidde si interrompe la trasmissione intergenerazionale del sardo.

Da quel momento in poi l’italiano scarciofato di Sardegna diventa, da lingua straniera, la lingua usata all’interno delle famiglie.

La situazione sociolinguistica passa dalla diglossia alla dilalia—meglio definita come bilinguismo verticale da Marc  Tamburell—e il sardo diventa il gergo trasgressivo dei maschi, oltre, naturalmente a rimanere la lingua principale dei vecchi e dei ceti sociali meno competitivi.

L’identità dei sardi diventa l’identità sardignola: un ibrido che ne sancisce lo status di italiani di periferia, di serie C, che parlano male l’italiano, ma sono convinti di parlarlo benissimo.

Negli anni Ottanta, Videolina sancirà definitivamente la mutata funzione sociale del sardo, trasmettendo dei western all’italiana doppiati in un sardo che consisteva unicamente di parolacce.

In quegli anni nasce anche il movimento per la lingua, ma anche questo è viziato dall’ideologia deleddiana, che nel mentre è stata rafforzata dagli altri due monumenti della cultura sardignola: Wagner e Lilliu, i formalizzatori della divisione dei sardi in “puri” e “bastardi”.

Al momento della scelta della varietà che debba fungere da standard, la scelta cade, deleddianamente, sul sardo “più puro e autentico”, cioè quello che rappresenta la sardità eternamente sconfitta dalla “modernità”, la sardità immobile della “costante resistenziale”, la sardità bidduncula e montanara.

Non a caso questa scelta ha diviso immediatamente il fronte della lingua in due: una maggioranza che la rifiuta e una minoranza che ci si aggrappa disperatamente, sentendosi “unta dal Signore”.

Non a caso i due tentativi di imporre per delibera il sardo minoritario alla maggioranza sono falliti.

C’è però da aggiungere che nel caso della LSC, c’è stato da parte della commissione il tentativo di trovare una mediazione, ancora insufficiente, è vero, ma che non privilegiava sfacciatamente la varietà minoritaria.

Purtroppo, l’applicazione della LSC da parte dei burocrati della RAS ne ha visto lo stravolgimento e la sua riduzione alla versione “deleddiana” dell’idea di lingua sarda.

Ancora il sardo non possiede uno standard e non si intravvede la possibilità di raggiungerlo, soprattutto in presenza di un governo regionale che brilla per il suo menefreghismo sulla questione.

Il sardo è moribondo.

Continua ad essere appreso dai giovani come lingua trasgressiva, ma non viene più appreso dall’interazione con parlanti di prima lingua e mostra pesantissime interferenze dall’italiano, anche a livello grammaticale.

Mancano degli studi precisi, ma nel caso dei giovani forse è il caso di parlare di “neosardo”.

Ma soprattutto, la lingua “naturale” dei giovani è diventato l’italiano scarciofato di Sardegna.

Oggi, e lo conferma  il fatto che io, per essere letto al di fuori di una piccola cerchia, debba scrivere in italiano, il sardo non rappresenta più la maggioranza dei sardi.

Per la comunicazione normale, ormai, i sardi utilizzano l’italiano scarciofato.

E siccome è la lingua a darci un’identità, i sardi si ritrovano con un’identità italiana scarciofata, di serie C.

Sufficiente a frustrarli come italiani, ma insufficiente a farli sentire sardi, in senso inclusivo, e non-italiani, in senso esclusivo.

Fesserie tipo: “L’Identità ce la da una storia condivisa”,  non appoddant a nisciunu logu.

Mia nonna materna non sapeva una mazza di storia sarda, ma era sarda perché parlava in sardo e non in italiano.

E allora, come si può arrivare all’indipendenza di un popolo con un’identità italiana scarciofata, ma italiana?

Io non lo so e non credo che sia possibile arrivarci.

Quello che occorre alla Sardegna è un rinnovamento radicale della sua classe dirigente.

Alla Sardegna occorre una classe dirigente che pensi in sardo e guardi ai nostri problemi con occhi sardi.

E credo che questo l’attuale classe dirigente—governo regionale in testa—l’abbia capito molto bene.

Impegnarsi per il sardo come lingua (co)ufficiale della sardegna significherebbe per l’attuale classe dirigente italofona scavarsi la fossa da soli.

Non lo faranno mai.

Incominciando dai sedicenti indipendentisti, quelli all’amatriciana, quelli che sognano l’Irlanda.

P.S. Visto il successo dell’articolo, propongo, anche se in ritardo, la lettura del lavoro che ne ha permesso la scrittura:  Le identità linguistiche dei sardi 

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