Sentirsi sardi, perché a una certa ora ne abbiamo voglia?

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Un lettore scrive:

Per me essere sardo vuol dire sentirsi sardo: io, nella mia libertà di definire a chi mi sento “identico” (identità questo è), mi accosto o mi discosto dagli altri. Per es. posso avere un’identità cristiana pur non frequentando nessuna chiesa e mettermi al fianco di persone che vanno in questa o quella chiesa tutti i giorni. Posso sentirmi sardo pur non parlando il sardo e dicendo ogni tanto “cazzu diaulu”. Quello che a me importa è che nessuno voglia dirmi i parametri attraverso i quali posso o non posso sentirmi parte di un gruppo: questo è un tantino pericoloso. Libero tu (è un tu generico) di sentirti sardo perché parli il sardo, libero io di sentirmi sardo perché sono nato in Sardegna e mi piace l’aragosta alla catalana. Altrimenti è nazismo.

Ovviamente, ciascuno di noi è libero di sentirsi come vuole.

E infatti ci sentiamo in tanti modi diversi in momenti diversi e in situazioni diverse.

Ma il problema dell´identità non è quello.

Cos´è l´identità se non quell´insieme di cose che permettono agli altri di identificarti?

E, come ha messo in chiaro Judith Butler, queste cose che ci danno un´identità—cioè, permettono agli altri di identificarci e a noi stessi di farci identificare—sono dei comportamenti concreti.

Il mio lettore si sente sardo.

Che bello!

Ma cosa vuol dire?

E, soprattutto, come faccio io a identificare quel suo sentimento, se questo non si traduce in un comportamento per me riconoscibile?

Se ho capito bene, per il mio lettore essere sardi è un sentimento privato.

Ma da quando in qua sentirsi parte di un popolo, di una società—sarebbe bello se i sardi si potessero definire una comunità–sarebbe una questione privata?

Si può essere sardi ognuno per conto suo e nel modo in cui ognuno ritiene di essere sardo, senza condividere almeno una serie di comportamenti identitari?

Può la “sardità” vivere privatamente nella mente di ciascun individuo che sì, si sente sardo, ma poi non condivide questo suo sentimento in un modo visibile, identificabile, appunto.

Se sì, allora non ha senso usare la parola “sardi”  in modo collettivo.

Uno si sentirebbe sardo nello stesso modo in cui tutti, a volte, ci sentiamo felici, o altri si sentono Napoleone.

Il sentirsi sardo come condizione psicologica, individuale, soggettiva.

Tutto lecito, per carità!

Ma vuol dire qualcosa?

Perché c´è un problema: come faccio io a sapere che tu sei sardo—o ti senti tale—se non me lo fai vedere?

In altre parole: come faccio io ad attribuirti un´identità sarda, se tu quell´identità sarda non l´assumi?

E poi mi sorge subito una domanda: “Se tu sei sardo, perché non fai niente per essere identificato come tale, tranne, ovviamente, il dichiararti tale, ma senza spiegarmi cosa vorrebbe dire?”

Se uno si sente sardo, ma non parla il sardo e non fa niente di quello che ci si aspetterebbe da una sardo, beh, credo proprio che una spiegazione ce la debba.

E, magari non sarà sempre così, ma questi signori e signore che si sentono sardi ed evitano come la peste di parlare o imparare il sardo?

Cosa vuol dire “sentirsi sardo”  senza fare niente di sardo?

È il mare a definirvi sardi?

L´anagrafe?

Il DNA?

A proposito di DNA, visto che ci sono anche quelli che si arrettano con quello, il 98% del DNA dei sardi è identico a quello degli scimpanzé.

Così, tanto per saperlo.

Folaghe.

Sentitevi pure come volete, cari conterranei sardignoli.

Ma non potete impedirmi di pensare che voi siate “wanna be Sardinians”, sardignoli, italiani di periferia che parlano male l´italiano.

Italiani riusciti male.

Ma il mare più bello del mondo …

Il nazismo, ovviamente, se lo può ficcare dove meglio crede.

A ddu bidides ca cun tzerta gente tocat a scrier in italianu?

12 Comments to “Sentirsi sardi, perché a una certa ora ne abbiamo voglia?”

  1. un milanese che sente parlare un sardo in italiano comunque lo identifica come sardo, la pronuncia è caratteristica.

  2. is sardus chi est narendi fusteti, sparessendi funti… e a dolu mannu tocat a nai ca “s’identitadi” no est unu crastu, una perda chi no cambiat mai ma est una cosa chi mudat e po imoi est diaici “sardo-italiani di serie b che vivono in una terra considerata da tempo provincia dove mettere servitù militari e industrie già fallite”

  3. Tu mi citi Butler, io ti cito Amartya Sen (ci sono tanti punti di vista). Ognuno di noi condivide, soggettivamente, tante identità (al plurale), che sono dinamiche e complesse.
    http://www.pansofia.it/files/2015/03/09/678-Amartya_Sen_Identita_e_violenza.pdf

  4. Ma non è che sei capitato sul vecchio sito? A me sa che Luca ha pure l’Ichnusa, vini di Argiolas…

    • Ajò, siamo seri. L’Ichnusa è olandese. E in un ristorante ci si va a mangiare. Ma siamo alle solite, ai sardignoli non piace essere definiti tali. Vi capisco, ma non posso farci niente. Essere sardi è un’altra cosa dalla Pizza Costa Smeralda

      • Perché non brevetti la sardità? Fai il manifesto del vero sardo, chi è dentro è dentro, chi è fuori peggio per lui!

      • Sei duro, eh? Ceee! Mi paris Clint Eastwood! Comunque il tuo caso, moilto diffuso, è motlo semplice. Sei uno dei tanti sardignoli che hanno interiorizzato lo stigma contro tutto quello che è sardo, tranne le poche cose che piacciono agli italiani: il mare, il mirto, la birra Ichnusa. Auguri e figli maschi!

  5. e hanno il carasau…

  6. Io condivido in pieno la tesi di Roberto Bolognesi, per essere sardo bisogna conoscere la lingua sarda e fino a quando non ce ne sarà una imposta come hanno fatto per l’italiano, va bene qualsiasi sardo per essere chiamati sardi; altrimenti parliamo di sardignoli, , diversamente sardi ( o italioti , cioè quelli che hanno vergogna di parlare la loro lingua e si pavoneggiano con un italiano storpiato, e magari qualcuno gli da anche il tono milanese, romano o torinese o ligure), poi ci sono i diversamente sardi quelli che sfruttando certi prodotti sardi , o decantando le bellezze della Sardegna, come il mare e le spiagge e le coste , per trarne dei profitti personali ; poi c’è un buon numero di,persone , per fortuna non tutte, che aderendo a un gruppo folkloristico si crede sardo perchè sfoggia nelle processioni la “berritta” ma parla solo italiano. Sono d’accordo con Roberto Bolognesi io mi sento veramente sardo quando parlo con la mia lingua con un altro sardo sia in Sardegna, sia in Italia, sia in Germania sia in America. A me è capitato e forse devo dire che i veri sardi li ho trovati all’estero , tra gli emigrati con loro ho sempre parlato subito in sardo e anche secondo me questa è la vera identità, poi vengono tutte le altre cose. Ma anche Riccardo Serreli dice una cosa seria e cioè che is sardus funti sparessendi e se continua così , se non ritroviamo la nostra lingua torneremo ad essere tutti scimpazè: italioti, sardignoli e sardi quaquaraquà. Spereus ki sa mia siada un’impressioni sballiàda. A si biri.

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