Identità? Prima definiamola

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Adriano Bomboi–finalmente qualcuno!–ha scritto un articolo che mette in discussione la mia idea di identità sarda: http://www.sanatzione.eu/2015/09/cultura-lidentita-sarda-e-determinata-solo-dalla-lingua/

“Implicitamente però,  Bolognesi sostiene che una lingua sia l’unico elemento capace di conferire una identità (notare bene: nazionale), ad una comunità stanziata su un dato territorio. Non mi trovo d’accordo.

Perché?

Perché la teoria è priva di evidenze empiriche. Se fosse vera i brasiliani si sentirebbero portoghesi, gli austriaci tedeschi, gli statunitensi inglesi, la plurilingue Svizzera non esisterebbe, e via discorrendo.”

Qui c´è un problema–e grosso–per Bomboi: io non dico questa cosa da nessuna parte!

Io dico una cosa molto diversa: l´unica cosa rimasta ai sardi a permetter loro di assumere un´identità sarda è la lingua.

Bomboi coglie questo punto, ma fraintende il concetto di identità: “Bolognesi interpreta la lingua sarda come nuova “periferia” in quanto la lingua è l’unico elemento distinguibile che differenzia i sardi dagli italiani. Ciò non significa tuttavia che, sul piano politico e culturale, questa caratteristica debba essere esclusiva. Infatti abbiamo anche indipendentisti a cui della lingua sarda non importa nulla.”

Gli indipendentisti a cui non importa niente della lingua sono quelli che io chiamo “indipendentisti all´amatriciana”: gente che vuole costituire uno stato indipendente, situato geograficamente in quell´isola, e con loro al governo, ovviamente.

Gente culturalmente italiana che vuole soltanto governare la propria repubblichedda o asilo infantile che sia.

Ovviamente non hanno la più pallida idea di come convincere i sardi a farsi governare da loro.

Lasciamoli allora a trastullarsi con il loro italiano scarciofato di Sardegna e i loro sogni di gloria.

Torniamo alla questione dell´identità

Tanta gente parla di identità, ma poca gente ha cercato di darne una definizione univoca.

E si badi bene, “univoco”  non vuol dire “giusto”, ma soltanto che quella definizione significa una cosa precisa e non altre cose a piacimento di chi legge.

Io ho adottato la definizione di identità, fornita da Judith Butler, e che suona come “adesione a una comunità di pratica”.

Insomma, secondo Butler e anche secondo me, per avere un´identità bisogna fare qualcosa di concreto che permetta agli altri di identificarti con una certa comunità.

Quindi, secondo questa definizione, “sentirsi sardo”, “conoscere la cultura sarda e la storia sarda”, “avere il DNA sardo”, “essere nati in Sardegna”, non ti attribuiscono un´identità, ma al massimo un senso di appartenenza, tuo, privato, individuale.

Perché nessuno può vedere il tuo “sentirti sardo”, se non poi traduci questo sentimento in un comportamento concreto e riconoscibile dagli altri.

Insomma, se quello che si intende per identità è invisibile, la tua identità sarà invisibile, e quindi non avrai alcuna identità.

Provate a mostrare una carta di identità invisibile a un posto di blocco ….

Insomma, non è colpa mia se quasi tutti per identità intendono una cosa vaghissima e indefinita, come quella sottintesa da Bomboi: “Orientarsi per l’una o l’altra forma di nazionalismo è solo una scelta ideologica che attiene alla volontà dei singoli individui di una comunità.”

Qui Bomboi confonde chiaramente il senso di appartenenza–psicologico, individuale, soggettivo–con l´identità: fenomeno sociale, oggettivo.

Per capirci: non si può essere “sardo”  ognuno per conto suo, senza condividere qualcosa con gli altri “sardi” e senza che questo qualcosa sia qualcosa di concreto che facciamo e che permette di essere identificati come sardi.

Per dirla con Judith Butler: i sardi sono una comunità di pratica o non sono.

E infatti, praticamente non sono nulla e i risultati si vedono.

Cosa è rimasto ai sardi, nelle cose che fanno, a continuare a identificarli come tali e diversi dagli italiani?

Si vestono come gli italiani, parlano italiano, mangiano italiano, praticano–o non praticano–la stessa religione degli italiani e tante altre cose.

Il loro italiano è un po´ diverso, mangiano un po´ diversamente: esattamente come in tutte le regioni italiane.

I sardi, oggi, hanno un´identità italiana regionale.

E gli indipendentisti che si accontentano di questo sono solo dei coglioni all´amatriciana.

Quindi, lasciamo pure in pace i papisti irlandesi con la loro identità data dalla religione, i brasiliani, che con i portoghesi condividono soltanto la lingua e fino a un certo punto, gli svizzeri che condividono tutto meno la lingua.

Argomenti del cazzo già proposti dai cazzari amatriciani per giustificare la loro italianità linguistica e il loro feticismo statalista, almeno fino a quando al governo ci finirebbero loro stessi.

L´unica cosa rimasta ai sardi da praticare per darsi un´identità antagonista rispetto agli italiani è la lingua.

O meglio: le lingue.

Tutte.

In quanto tutte non italiane.

Io non sono necessariamente indipendentista.

L´idea dello stato non mi ha mai fatto arrettare.

Vorrei invece vedere la Sardegna–entità geografica–trasformarsi in  una terra abitata da una comunità che condivide affetti, interessi, simboli e pratiche sociali.

Fin dove questo sia ragionevole, è chiaro.

Per usare una parola che ancora mi crea qualche problema: una nazione.

I cazzari si riempiono la bocca di “stato”, ogni tanto si ricordano che prima bisognerebbe essere “nazione”, ma evitano come la peste di affrontare il modo–l´unico modo–in cui i sardi possono diventare nazione: le loro lingue.

Perché da lì passa la discriminante: i cazzari mangiano italiano, chi fa cultura sarda deve lavorare davvero per mangiare.

7 Comments to “Identità? Prima definiamola”

  1. Credo che la differenza di approccio stia proprio nella valutazione dell’identità. Ad esempio, per te l’identità è solo quella – sulla falsariga di Butler – che si sostanzia nell’azione. Azione che poi sarebbe vista da interlocutori diversi che riconoscerebbero poi in te la tua specificità (questo si chiama principio di corrispondenza o circolarità/complementarietà).
    Ma per altri autori l’identità non è necessariamente praticata. Come il nazionalismo, per vari politologi, fra cui Walker Connor, è solo un sentimento, uno stato emotivo la cui estensione nel tempo è mutevole. E questi non sempre sfocia in un moto concreto o empiricamente misurabile. Ne consegue che il concetto di identità vale solo per l’identificazione all’interno del gruppo con cui si condividono valori e interessi comuni, senza che necessariamente qualcuno dall’esterno veda o ci dica che cosa siamo.

  2. Però c’è, è come l’amore ahah

  3. Appunto: l´amore non dimostrato è completamente inutile

  4. Mi piace ricordare che l’identità sia quello speciale rapporto che ciascheduno riesce a intrattenere con il “più sentito” sé stesso. Cioè, io sono Sardo non perché nato in Sardegna e parlante (male) la lingua sarda! Io sono Sardo perché “mi sento” Sardo! E poiché mi sento Sardo, ci tengo a conoscermi facendo ricorso alla memoria. E faccio di tutto per ritagliarmi quei pensieri e conseguenti attività che mi portino a relazionarmi col mio passato! E poiché Sardo, mi collego con tutto ciò che rappresenta la Sardegna. Ma, poiché non mi basta e non mi identifico e non mi riesce di relazionarmi con ciò che vedo e leggo circa la Sardegna, vado personalmente a scoprire il mio passato! Alla ricerca della mia identità, che voglio vestire di bel nuovo, son costretto a far ricorso a questo mezzo, perché convinto che riscrivendo la storia di me stesso, ovvero della mia Terra, sarò in grado di costruire un’autostrada che colleghi perennemente la ricomposta “identità” di me stesso con le espressioni che essa farà apparire all’esterno. E, sarò riconoscibile proprio attraverso tali espressioni.
    E, la mia identità è la stessa che altri individui possono far propria, ma ciascuno in totale autonomia e con indirizzi differenti, quali lingua, arte, architettura, botanica, geologia, avendosi appunto, alla fine, una unità di sostanza. Tenendo presente che non va a costituire la stessa identità ciò che solo “accidentalmente” è unito (ad esempio in una area geografica)! Infatti, non basta essere nato a Bacu Abis, aver frequentato l’università a Sassari (forse neanche conoscendo la lingua sarda), aver costituito un’impresa a Pratosardo, aver moglie sarda, fare il tifo per il Cagliari o sventolare la bandiera quadrimoresca, per sentirsi Sardo! E, per l’appunto, quì non vedesi altri che UN POVERO QUALSIASI, PERDUTO NELL’INGENTE MUCCHIO DELL’ANONIMATO! Quivi non è proprio neanche un viottolo che metta in relazione con l’esterno una qualche identità con sé stessi!
    A dimostrazione che non sia bastevole il luogo di nascita e la parlata per crearsi una identità, ricorderò che negli ultimi anni, in un blog, una Signora continentale si innamorò sì visceralmente delle preziose antichità sarde a tutto tondo, andandole tutte personalmente a sindacare e con ciò rivoluzionando il modo di “fare ricerca in ambito sarde antichità”, che i lettori decisero, per votazione (ventidue voti), di chiamarla Sa Mama Sarda: ella aveva costruito quella perfetta relazione di identità con quella parte di sé stessa che aveva fatto voto di sardità!
    mikkelj

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