La merda, la lingua, la comunità

bloem

Il dialetto dell’olandese più vicino allo standard non è quello di Amsterdam, ma quello di Haarlem.

Questo è strano, perché è la grande borghesia di Amsterdam che ha guidato la guerra di indipendenza contro gli imperiali di Carlo V e, soprattutto, di Filippo II e che ha sempre egemonizzato la politica e la cultura delle–in origine–sette province che si sono liberate dal giogo degli Asburgo.

Eppure dalle misurazioni di Wilbert Heeringa–il coautore di “Sardegna fra tanta lingue”–è risultato che il dialetto di Haarlem è il più vicino a quello che gli olandesi chiamano “olandese civile generale”.

Cosa è successo?

Io adesso vivo a Bloemendaal, il secondo comune più ricco dei Paesi Bassi: a volte anche gli scellerati hanno fortuna.

La fortuna che mi è capitata è ben altra, ma non è rilevante in questa sede.

Bloemendaal (Valle dei fiori) è appena fuori Haarlem.

Nel 1600, saranno stati 5 chilometri di distanza.

Bloemendaal è ancora un villaggio da poco, ma, come nel “Secolo d’Oro”, è un rifugio per ricconi.

Nel 1600 i ricconi di Amsterdam si facevano costruire le loro residenze di campagna a Bloemendaal.

Soprattutto a Bloemendal.

E in estate se ne venivano qui, per sfuggire alla puzza di merda che saliva dai canali di Amsterdam.

Perché loro, i ricconi, vivevano in quei palazzi che ancora si possono ammirare sui canali,

Ma i canali di Amsterdam erano fogne a cielo aperto e perfino i ricconi hanno il naso fino.

Così hanno cominciato a farsi costruire le residenze di campagna a Bloemendaal, appena fuori Haarlem.

La mia teoria sullo standard olandese, allora, è la seguente: i ricconi di Amsterdam hanno cominciato a parlare con l’accento di Haarlem per far sapere a tutti che loro avevano la casa a Bloemendaal: “Noi sfuggiamo all’odore della vostra merda”.

Niente di strano.

La lingua dell’elite è in continuo movimento, visto che viene in continuazione rincorsa dalle classi medie, che cercano di scimmiottare la lingua dei ricchi e li pedinano linguisticamente.

A sua volta, l’elite, per continuare a distinguersi dai parvenus, deve cambiare in continuazione modo di parlare.

Tutta roba già descritta e analizzata negli anni Settanta da Labov.

Così, secondo me, è avvenuto che il dialetto di Haarlem–città decaduta dopo l’egemonia di Amsterdam su tutti i Paesi Bassi–diventasse, con le modifiche apportate dai ricconi, lo standard del Neerlandese.

L’ho presa alla lontana…

In effetti volevo parlare della merda che regolarmente si trova appena usciti da un paese sardo e di quello che secondo me questo vuol dire.

A proposito di merda: visto che ogni tanto qualcuno si irrita se confronto l’Olanda con la Sardegna, ancora nell’Ottocento, nei quartieri popolari di Amsterdam si cagava tranquillamente per strada.

Così tanto per capirci.

Il mio lavoro di precario nomade mi porta quasi ogni anno a conoscere nuovi villaggi dell’Olanda.

Ogni volta è la stessa sorpresa.

Ossimoro.

Ma io sono sardo e ogni volta che vedo come sono puliti i villaggi olandesi mi sorprendo.

E subito mi metto a pensare che qui, quei mucchi di aliga/arga che si vedono fuori dai nostri paesi, ecco, qui non si vedono.

E siccome anche quest’anno mi sono ritrovato da un’altra parte dell’Olanda, anche quest’anno ho avuto la stessa sorpresa.

Ma quest’anno ho pensato qualcosa di nuovo.

Eja, la prendo alla lontana perché anche le mie idee vengono da lontano.

Da quando ho letto La rivolta dell’oggetto, nel 1979, pensavo che i sardi non fossero una nazione, ma una raccolta di comunità tribali.

Tutte le mie proposte sulla lingue comune sono basate su questa idea.

Per me il libro di Mialinu Pira è stato fondamentale e molte cose non le ho mai messe in discussione.

Oggi mi rendo conto di aver accettato acriticamente la sua idealizzazione della comunità di un villaggio sardo.

Se è vero che la Sardegna non è una nazione, non è neppure vero che i villaggi sardi siano delle comunità coese.

Se lo fossero, non ci sarebbe quell’aliga/arga appena fuori dall’abitato, come non c’è fuori dai paesi olandesi.

In Olanda–appena si esce dalle città piene di immigrati,come me, e sporche–si vede che il territorio è considerato patrimonio comune.

E il bene comune è di tutti e da tutti viene rispettato: almeno fin dove si può vedere e fin dove può agire il singolo cittadino.

Per il resto, i capitalisti olandesi sono uguali a tutti gli altri e l’inquinamento invisibile è appunto invisibile.

Ma a livello di singoli cittadini, quello che può essere pulito è pulito.

Non trovi i televisori, frigoriferi, lavatrici, calcinacci, ecc. abbandonati sul ciglio della strada.

Perché?

Ovviamente, perché nessuno ce li lascia.

Ma attenzione, non voglio fare il solito discorso moralistico su caddotzi che abbandonano la loro merda sul ciglio della strada.

Questo lo fate già in tanti.

Il mio discorso è un altro.

Se è vero che esistono i caddotzi che cagano sul ciglio della strada, è anche vero che nessuno si preoccupa di rimuovere la loro merda.

Il resto degli abitanti–sicuramente la stragrande maggioranza–lascia la merda dove è.

Probabilmente il ragionamento che fa questa gente è del tipo: “Spetta alle autorità rimuovere la merda dei caddotzi”.

Ragionamento anche giusto, ma visto che le autorità non lo fanno?

I nostri benpensanti–che magari, indignati, postano le foto dell’aliga/arga su Facebook–si tengono la merda dei caddotzi.

A nessuno passa per la mente di andare a togliere l’aliga/arga dal ciglio della strada.

Eppure non è mai neppure moltissima.

Basterebbe che un paio di amici si mettessero d’accordo.

Il messaggio sarebbe chiaro: “Cunnu de mamma tua, il territorio è il mio e lo voglio pulito!”

E visto che molto spesso sappiamo chi sono i caddotzi, sarebbe molto spiritoso depositargli l’aliga/arga di fronte alla porta di casa.

Altrimenti, basterebbe avvisare il comune che si sta arrivando con la merda dei caddotzi.

E naturalmente far sapere a tutti che vogliamo che il nostro territorio sia pulito.

Semplice no?

Semplice, ma per farlo bisogna sentire di far parte di una comunità che condivide–almeno nella sua maggioranza–il senso del bene comune.

Ecco dove l’idealizzazione di Mialinu Pira va a farsi fottere.

Neanche a livello di paese i sardi riescono a essere comunità.

Altro che balle!

Vi tenete l’aliga/arga depositata da pochi caddotzi, magari protestando moralisticamente, perché pensate che non spetti a voi pulire il vostro territorio/bene comune.

Avete delegato–democraticamente–a un sindaco la gestione del territorio e vi sentite la coscienza a posto.

Sporcarvi le mani per il vostro territorio, no, eh?

Ecco perché in Sardegna si trova l’aliga/arga fuori dai paesi e in Olanda no.

E la lingua, cosa c’entra?

La stragrande maggioranza dei sardi vuole che il sardo venga tutelato, ma non fa una minca per impedirne l’estinzione.

Per rivitalizzare il sardo basterebbe che quei due terzi e passa che hanno dichiarato di averne una competenza attiva si decidesse a usarlo in qualunque situazione e il sardo sarebbe salvo, vivo e vegeto per i prossimi mille anni.

Ma una minoranza di caddotzi pezzi di merda ha deciso che usare il sardo in pubblico è da maleducati.

La stragrande maggioranza dei sardi non la pensa così, ma accetta di comportarsi secondo i dettami dei pezzi di merda.

Una minoranza di pezzi di merda detta legge a una maggioranza di individui che non formano una comunità.

La Sardegna–presieduta da uno che si vanta di non parlare il sardo–non solo non è una nazione, ma non è nemmeno un insieme di comunità tribali.

La Sardegna non è nulla.

È soltanto un’espressione geografica abitata da minche bollite.

4 Comments to “La merda, la lingua, la comunità”

  1. Non ci riesco a non risponderti: in fondo, nonostante le profondissime differenze, abbiamo delle cose in comune: siamo ambedue dei provocatori, sia pure in senso contrario.
    Io abito proprio accanto ad una strada ad intenso traffico pesante proveniente dalla zona industriale di Macchiareddu. I camionisti buttano giù di tutto, svuotano la burrumballa sul ciglio della strada e se ne vanno. Io e i miei vicini ogni anno ci armiamo di buste di plastica e le riempiamo di ogni mal di Dio, e le portiamo all’isola ecologica perchè il comune ha deciso che in campagna, densamente abitata, la raccolta non si fa ( e abbiamo un sindico 5 stelle). Credo che molti sardi facciano così, puliscono davanti a casa. E quello lontano da casa? Io non abito in un paesello (Assemini è a 15 km da via Roma ed ha quasi 30,000 abitanti. Le strade di campagna sono piene di aliga, che nessuno raccoglie. Forse una volta l’anno il comune tenta un repulisti. La cosa curiosa è che ogni comune in zona organizza la raccolta dei rifiuti ingombranti e in genere, un centro di raccolta rifiuti. Eppure, a poche centinaia di metri da casa mia è stato di recente depositato un bel materasso. Perchè? Cosa costava portarlo all’isola ecologica anzichè buttarlo in campagna, oppure farlo prendere dai netturbini? E’ veramente un mistero, anche perchè si rischiano salate sanzioni da parte della Polizia Forestale o dei vigili urbani. Perchè? E’ vero che i popoli mediterranei hanno una casa pulitissima e linda, ma di quello che succede fuori non si interessano che in parte. Eppure quante signore ho visto nei paesi vicini armarsi di ramazza e pulire il marciapiede davanti casa. Ignoranza. Ignoranza dell’esistenza dell’isola ecologica, tradizionale non apprezzamento di ciò che c’è fuori di casa, su sartu, che è cosa da sfruttare e non da proteggere. Un ziu che ha un terreno vicino, porta burrumballa di ogni tipo nel suo terreno, compresa la classica vasca da bagno. In genere sono gli anziani che hanno questo tipo di atteggiamento. Per loro in su sartu si può fare di tutto. E io e i miei vicini puliamo. Io sono sicuro che solo una minoranza di sardi si comportino in questo modo: bastano due buste di aliga per riempire la cunetta. In molti comuni, come a Cagliari, organizzazioni di volontari raccolgono l’aliga dove non arrivano i netturbini, tipo Monti Urpinu, dove raccolgono ghindoli a manetta. Credo lo facciano in molti comuni.
    Quale è la conclusione di questo discorso? Gli olandesi saranno pure stronzi ma sono un paese altamente sviluppato e ricco. La Sardegna no, tutto il sud-Italia no.La Sardegna è un paese in via di sviluppo, è indietro economicamente, socialmente e culturalmente (eccetto Cagliari, secondo l’Agenzia delle Entrate). Queso non fa di noi una nazione? No, noi siamo una nazione, con dei confini ben definiti, con una storia delle istituzioni che prevalentemente ci era comune. Siamo da sempre consapevoli delle nostre diversità, che sono diversità linguistiche, antropologiche, culturali. Nonostante tutto questo siamo una nazione, senza se e senza ma, da alcune migliaia di anni. Ma non saremo mai una Catalogna o una Serbia, e io dico, per fortuna.

  2. La Sardegna non è sud-Italia per geografia, evidentemente, per storia, e per cultura. Grazie a Dio da noi non c’è la criminalità organizzata, anche se nel nuorese è radicata ancora l’omertà per omicidi, che ne fa la provincia più omicida d’Italia, al livello di Agrigento o Catanzaro. Ma la Sardegna non è sud-Italia: prendetela come volete, ma per PIL siamo gli ultimi de primi o i primi degli ultimi. Siamo un po’ a metà strada: il nostro PIL pro capite è superiore a tutte le regioni del sud. Non solo: secondo l’Agenzia delle Entrate, i contribuenti cagliaritani dichiarano allo Stato una media del 140 % della media nazionale, la Sardegna intera solo l’80%. Cagliari è il quinto capoluogo di Regione, dopo Milano, Roma, Bologna, Firenze, ma prima di Torino, Genova, Venezia, Trieste. Curioso no? Come Casteddaio sono orgoglioso della mia città, di quello che ha fatto dopo che la guerra l’aveva rasa al suolo. Come sardo mi pongo il problema del disequilibrio dello sviluppo: in Sardegna gli unici poli di sviluppo sono Cagliari, secondariamente Sassari e, parzialmente, Olbia.
    Possiamo avere mille recriminazioni sullo Stato Italiano, ma la programmazione socio-economica è competenza regionale. L’idea delle province era eccellente, ma ne hanno fatto un carrozzone con poche competenze e con confini spesso assurdi (Seulo in provincia di Cagliari !!! Pazzesco). Anzichè accorpare i piccoli comuni, ne abbiamo uno che credo abbia una….ottantina di abitanti, si è preferito, su un’onda un po’ populista, eliminare le province, unico organo intermedio aggregatore per funzioni sovracomunali. Ora si stanno inventando le “Unioni (volontarie) di comuni: anzichè 8 province, ne avremo cinquanta. E che dire delle comunicazioni interne? Siamo l’unica regione italiana senza un metro di autostrada, le nostre ferrovie sono ancora Littorine e ci vogliono 4 ore per andare da Cagliari a Sassari. Per raggiugere le zone interne bisogna affrontare viaggi avventurosi su strade tortuose e lente.
    Siamo una nazione per mille motivi, lo saremmo ancora di più se avessimo comunicazioni più facili facciano incontrare le comunità con più frequenza.
    Non siamo una nazione per “etnia”, concetto ottocentesco di significato antropologico e non sociologico. Non siamo una nazione per lingua: dobbiamo prendere atto che la Sardegna è una nazione plurilingue: secondo le opinioni vanno dalle 4 alle 6, perfino 7. E la seconda città della Sardegna, capitale storica del Capo di Sopra, non è tradizionalmente Sardofona: al più storicamente diastraticamente bilingue. Dobbiamo escludere i Sassaresi dalla Nazione Sarda perchè non sono sardofoni? Assurdo, impensabile. Per questo il pensiero di Bolognesi secondo il quale, per “creare” la nazione sarda (che esiste da millenni) è necessaria la lingua unica non solo non è percorribile, è inopportuna e divide i sardi tra sardofoni e non sardofoni. La LSU e la LSC hanno poi avuto il pregevole merito di dividere i sardofoni più di quanto già non li abbia distinti la storia linguistica della nostra isola. La Svizzera è una nazione con 4 lingue, perchè noi non possiamo esserlo con 6, insegnate ed utilizzate correttamente, con l’italiano lingua comune? E’ l’unica strada percorribile perchè l’unica che rispetta democraticamente la pluralità linguistica della nostra isola. Poi dipende dalle nostre istituzioni se farne uno specchietto per allodole o una seria ed impegnativa politica linguistica.

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