Lezioni catalane

cata

Totus arretus cun sa minca de is cadalanus!

Questa volta il link con il suo blog non lo metto.

O non è vero che sia così intelligente–visto che apparentemente non capisce–oppure è lì proprio per cercare di impedire a noi di capire.

Questa seconda possibilità mi è venuta in mente oggi per la prima volta, perché mi sembra impossibile non capire quello che il risultato delle elezioni catalane ci racconta.

La classe dirigente catalana ha investito cifre enormi e decenni di impegno nella costruzione della nació catalana, spendendo il necessario per la lingua e per il resto della cultura.

Adesso la Catalogna ha dimostrato di esistere come nazione: questo è quello che queste elezioni ci raccontano.

E, comunque vada, adesso la Spagna deve fare i conti con loro, con i catalani.

Stato o non stato.

Esattamente come gli inglesi hanno dovuto fare i conti con gli scozzesi.

Perché quando si è nazione–cioè quando hai una classe dirigente che investe in questa tecnologia sociale e si diventa una comunità di affetti, interessi, simboli e pratiche condivisi–gli altri sono costretti a fare i conti con te.

Stato o non stato.

Ma noi abbiamo gli indipendentisti più intelligenti del mondo!

Quelli che prima vogliono lo stato, sa repubblica, poi a costruire la nazione ci penseremo…

Insomma il solito vizio dei grandi geni sardi: scimmiottare le malefatte degli italiani.

“Quando avremo fatto lo stato, penseremo a fare i sardi = Fatta l’italia bisogna fare gli italiani”.

Chissà perché la metà dei catalani sta al gioco dell’indipendenza?

Chissà!

Non può certo dipendere da tutto quello che hanno speso per la lingua e la cultura: la costruzione di una cultura e di un’identità nazionali.

È perché i tempi sono maturi…

Quindi anche per la Sardegna: e milli arretti, mi’!

Diversamente dai catalani, i nostri geni sanno che all’indipendenza, allo stato, alla repubblica, ci si arriva senza spendere un soldo per la lingua e per la cultura o almeno riducendo i fondi a disposizione, facendo l’elemosina alle scuole che presentano un qualche progettino sulla lingua, senza neanche avere uno straccio di direttive.

Cazzo, quanto la rispettano l’autonomia scolastica i nostri geni e i loro complici del PD.

Figurati se si permettono di sviluppare un qualcosa di simile a una pianificazione linguistica e delle direttive per le scuole.

Queste cazzate le lasciano fare ai catalani, che, si sa, non possono competere con i nostri geni.

Il successo catalano è dovuto allo spirito dei tempi, del quale profitteremo anche noi sardi: Stato! Repubblica!

L’indipendenza è lì, dietro l’angolo.

Totus arretus che canis cun sa minca de is cadalanus.

Il genio più genio di tutti da qualche tempo parla di “nazione”.

Oddío, a dir la verità parla di “Partito della Nazione”.

Ma si guarda bene dal dirci come voglia arrivarci a costruire la nazione.

Non ha mai parlato di lingua, se non per sostenere i suoi compari sassaresi–ai quali tanto deve–nella loro lotta contro la standardizzazione del sardo.

Parla di biciclette.

Parla in termini lirici del suo amico che si è rifiutato di imparare una delle nostre lingue nazionali.

I sardi–se Santu Efis gli fa la grazia–saranno una nazione di ciclisti che parlano in italiano scarciofato di Sardegna e si ispirano a Joyce, pur non avendolo mai letto.

E totus barri-falados.

Biciclette e agenzia delle entrate e pedaleremo “Finas a sa Repubblica!”

Biciclette e pareggio del bilancio.

Ge bolint a Stanlio e Ollio!

E is sardus abetendi a issus po ddus votai …

Eppure, da oggi, qualcosa non mi quadra.

Queste sono persone intelligenti.

Molto intelligenti.

Non capiscono?

O non vogliono che noi capiamo?

One Comment to “Lezioni catalane”

  1. Finchè la Regione Autonoma non avrà competenza primaria nel settore della pubblica istruzione e dei beni culturali, non si combinerà nudda. Ammesso che poi i nostri politici siano in grado di sfruttarle, queste competenze. Noi sardi siamo una nazione, lo siamo da migliaia di anni, ce lo sentiamo dentro. Ma non ne abbiamo una consapevolezza moderna, non tutti. Siamo stati alfabetizzati in italiano, la storia che si insegna nelle scuole è un sunto striminzito di mitologia nazionalistica italica, che emargina Sardegna ma anche tutto il sud-Italia, non si insegna la nostra cultura, la storia dell’arte, le tradizioni culturali. Non amo la Catalogna, i catalani hanno quel disprezzo degli altri spagnoli simile a quello dei Padani nei confronti di terroni e sardignoli. Hanno anche l’esatto termine corrispondente. Non mi piace la mitologia storica che si inventa guerre nazionalistiche al posto di guerre di successione. E non amo il nazionalismo fanatico che spezza in due famiglie, condomini, uffici e comunità. Non mi piace affatto la via Catalana. Però devo ammettere che hanno avuto la forza di chiedere al governo centrale la competenza sulle due materie sopra riportate. Vanno bene i greci, vanno bene i Romani (d’altronde, in quanto neolatini, siamo nati da padre ciociaro e madre “shardana”), ma vogliamo raccontare, almeno a noi stessi che la civiltà nuragica è stata la prima grande civiltà italiana e la prima grande ad ovest di Creta? Vogliamo raccontarci che i Giudicati sono stati gli ultimi scampoli di romanità politica in occidente (e pochi anni prima della caduta definitiva con Costantinopoli)? Dalla guerra tra Arborea e Aragona è nato il nostro stato moderno, durato 500 anni, con istituzioni proprie e di straniero solo su Vusurrei. Vogliamo raccontarlo bene questo nostro stato nazione, nato da una guerra ma cresciuto e durato secoli, in pace, con DUE università (mentre l’intero Regno di Napoli ne aveva una sola), col suo sistema di difesa, il suo parlamento (pattizio non democratico ovviamente), la sua magistratura autonoma? Forse quando ci libereremo della nostra pseudostoriografia delle dominazioni, potremmo insegnare la cultura sarda nelle scuole, quella vera, quella a tratti grande, ma soprattutto la nostra?

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