Ci sono cose molto peggiori di quei cagalloni di Untoreblog

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Ci siamo, insomma.
Minchette bollite e–a quanto pare–criminali di serie C.
Salterà fuori anche qualche archeologo precario o anche garantito, forse un paio di nomi di docenti delle università italiane di Sardegna.
Spero adesso che chi è stato davvero ferito sia ripagato in soldoni: fateli sudare quei cagalloni!
Colpiteli lì, nell’unica cosa che li colpisce.
Un piccolo scandalo provinciale, comunque, che rivela, però, la miseria morale e culturale della borghesia coloniale sarda.
Se fossimo una nazione, dovrei parlare–dati i temi in questione–di “scandalo nazionale”, ma siamo soltanto una provincia–e poverissima–del merdaio italiano.
A noi spetta un piccolo scandalo merdoso.
Di più non ci meritiamo.
Stiamo andando in ora mala, ma ci saremmo andati comunque.
Il nostro problema non sono questi miserabili, ma il fatto che non riusciamo a far coaugulare un’alternativa ai cagalloni.
E comincio a pensare che non ne usciremo mai.
Permettetemi un´osservazione feroce.
Siete tutti stati formati nella scuola e–chi ci è arrivato–nell’università del merdaio italiano.
Le università italiane di Sardegna sono in fondo alla classifica del merdaio italiano.
Le scuole…
Un quarto dei ragazzi sardi abbandona la scuola prima del diploma.
Dato costante.
Così si formano culturalmente i sardi.
In quei luoghi.
E poi ci sono i bagonghi–qualche mio coetaneo lo spieghi agli altri–che mangiano a quattro ganasce dal merdaio italiano e poi ci parlano di stato, agire da stato, a innantis fintzas a sa repubblica…
E non pensate solo a lui, che ci sono anche le lei.
E poi ci sono gli altri bagonghi, che non mangiano nemmeno dal merdaio italiano, ma di mettere in discussione la fonte principale del rincoglionimento dei sardi non ne vogliono proprio sentire.
E ddoi funt is merdoneddas e is cumandantis de is cammellieris, abetendi cussus puru a is sardus a ddus andai infatu.
Ma s’ollu de procu est spaciau e nemus ddus sighit prus.
Bellu a bellu, seu torrendi a sa lei de Podda, ca, mancai beciu, l’uomo non vive di solo pane e vino.

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