Sardegna: nazione DOCG, ma nessuno si arretta

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La notizia è di quelle che dovrebbero eccitare le masse: la Sardegna riconosciuta come nazione dall’Encyclopedia of race, ethnicity andNationalism, “bibbia mondiale per gli studi sulle identità nazionali”, come titola l’Unione Sarda.

Invece, dal mio osservatorio privilegiato di Facebook, popolato principalmente da persone dell’area che possiamo definire nazionalista, ho notato solo un paio di reazioni e anche scettiche.

Ho visto il video l’intervista con Carlo Pala, che ha curato il capitoletto “Sardegna”, di poche centinaia di parole, per la “bibbia mondiale per gli studi sulle identità nazionali”, quello in cui la Sardegna riceverà il suo bravo diploma con su scritto NAZIONE.

Per giustificare la sua definizione, Pala enumera un certo numero di proprietà che un determinato gruppo sociale deve avere, per essere definito “nazione”.

Insomma, siamo ancora alla visione ottocentesca, ancestrale, statica, del concetto di nazione, almeno stando a quello che ho potuto sentire.

Insomma, la nazione come corrispettivo collettivo del vaghissimo concetto di identità che tutti usano per dire tutto e il contrario di tutto.

Quel concetto di identità contro il quale si scaglia l’ottimo Riccardo Mura, nel suo disperato tentativo di fornire al Partito dei Tardi un paio di mutande di lamiera, dopo l’ennesima dimostrazione di sardofobia di questa giunta sardignola, che loro puntellano contro i nazionalisti.

La Sardegna, a dispetto del diploma assegnatole da Pala, non è una nazione.

Non è una nazione, così come un vitigno non è un vino.

La nazione, come l’identità–e come il vino–non è il risultato di un “essere”, ma di un “fare”.

Carlo Pala può ignorare il mio lavoro e vivere felice, ma farebbe meglio a leggersi quello che dice la mia musa, Judith Butler, sull’identità.

Così come l’identità è il prodotto di un agire sociale, la nazione è il risultato di una tecnologia sociale, quella inventata dalla borghesia francese per giustificare l’esistenza di uno stato che non si identificasse più, e non ricevesse più la sua ragione di esistere, dalla persona del re.

Allora, la Catalogna è una nazione, perché la sua borghesia si comporta da classe dirigente nazionale.

Ed era nazione ben prima che i catalani decidessero di scegliere l’indipendenza.

La Sardegna non è una nazione, perché non ha una borghesia nazionale, una classe dirigente che si comporti come tale.

Come ha detto Mialinu Pira, uno dei pochi intellettuali sardi, la borghesia sarda è una borghesia compradora, coloniale.

Questa borghesia sardignola non fa nulla per creare quella cultura nazionale che, unica, può trasformare un’ammucchiata di individui in una nazione.

Quest’ultimo episodio, con l’assessore al nulla come protagonista, mostra ancora una volta come la loro unica preoccupazione sia quella di impedire che i sardi siano esposti a rappresentazioni differenti da quelle richieste dal potere coloniale metropolitano.

Insomma: i sardi non sono una nazione perché la scuola in cui ricevono un’istruzione è quella italiana, una scuola in cui non imparano nulla della lingua, della cultura e della storia della loro terra.

Non sono una nazione, perché la borghesia sarda continua a lasciare che siano gli italiani a raccontarci.

Gli italiani e solo gli italiani.

Il monolinguismo e monoculturalismo isterico degli italiani fatto proprio dai sardignoli.

Sei nazione solo quando ti insegnano a esserlo, quando qualcuno fa qualcosa che ti fa capire di essere parte di una nazione, cioè di un grande gruppo di persone che condividono la stessa identità.

Quell’identità definita da Judith Butler: risultato di una serie di pratiche condivise.

Neanche linguisticamente–uno degli argomenti invocati da Pala–i sardi sono una nazione.

Non possiedono ancora uno standard–la pratica condivisa–per la loro lingua maggioritaria.

Non hanno ancora definito i rapporti con le lingue minoritarie.

Nella sfera pubblica hanno abbandonato la loro lingua a favore dell’italiano scarciofato di Sardegna–sottoposta allo stigma della scuola, con il risultato di una dispersione scolastica da record europei–e, ormai, anche nella maggior parte delle situazioni della sfera privata.

I sardi non sono una nazione perché non hanno un’identità condivisa, identità definita non da un vago senso di appartenenza, ma da concrete pratiche sociali che li distinguerebbero, per esempio, dagli italiani.

Cosa fanno oggi i sardi per poter dire: “Noi siamo una nazione distinta da quella italiana?”

L’identità, quindi, è una cosa lontanissima da quella che rifiuta Riccardo Mura, che, al contrario di Pala, non è giustificato nella sua felice ignoranza del mio lavoro.

Forse, allora, è meglio che le mutande di lamiera le riservi per se stesso.

 

9 Comments to “Sardegna: nazione DOCG, ma nessuno si arretta”

  1. “La visione ottocentesca” è tutta da vedere, dato che per ora di dati ce ne sono pochi. E non sembra ci sia nessun legame con lo stato, ad esempio, in ciò che ha scritto Pala. Judith Butler, comunque, non ha l’ultima parola per ciò che riguarda il significato di “nazione”. La sua è una definizione come tante altre.

  2. L’identità nazionale è sempre una forma di identità. Se l’identità è solo di un certo tipo influenza anche cosa può essere una nazione. O no? Per il resto, il problema è che non ho ancora potuto leggere cosa ha scritto davvero Pala, per ora.

    • Quale tipo di identità? Finché non si definisce di cosa stiamo parlando, parliamo a vanvera. Io ci ho provato. Sette anni di lavoro. Allora: di cosa stiamo parlando?

      • Di tutti i tipi di indentità, da quello caratterizzato dal “fare” agli altri, come quello derivante dal sentirsi parte di una storia comune, o dal possedere una determinata eredità culturale. Parlare di questi, se li si considera nella loro evoluzione costante, non è più “ottocentesco” che riferirsi alla lingua. Anche perché con il “fare” sono comunque legati, e l’apertura al di fuori degli stereotipi non è affatto in contraddizione con essi. Così ha fatto Pala, che ha fatto bene. Perché sentirsi “nazione” è un qualcosa che può essere basato su più fattori, e lui aveva il dovere di considerarli tutti e di definire se la Sardegna è o meno una nazione secondo i più disparati punti di vista sull’idea stessa di nazione. La lingua sarda è una parte fondamentale ed imprescindibile, ma non per tutti è l’unica. In sostanza, quindi, quello che volevo dire è che non c’è nulla da sminuire, in questo lavoro (per lo meno, fino ad una sua analisi approfondita), e che è comunque un buon risultato per la Sardegna, che si spera aiuti a raggiungerne anche altri.

      • “Sentirsi sardi”, “Sentirsi nazione”…
        Parole vuote.
        Scuse per non fare nulla e darsi un sacco di arie ugualmente

  3. Non so, di erezioni (come suggerisce il titolo)?

  4. Ciao Roberto, stavo cercando la tua proposta di emendamento della lsc… e mi trovo nudo con delle mutande di lamiera in questo tuo articolo… Ma davvero ne ho/abbiamo tanto bisogno? Il Partito dei Sardi fa parte della giunta, ma è pur sempre un partito con le sue idee e prospettive, spesso in contrasto con gli alleati, battallende. Facciamo quel che possiamo in un contesto di politica reale, insomma, e con tutti i limiti di tempo, energie e persone.

    Per quanto mi riguarda, devo confessare che il tuo libro ho avuto più volte intenzione di leggerlo, ma quel titolo mi ha sempre scoraggiato. Identità linguistiche… Lo vedi quanto contano le parole… Contano perché condizionano il pensiero, in bene o in male, e quindi l’azione. E a me la parola identità mi puzza… E’ un discorso lungo. Tu citi Judith Butler, io posso rimandare a François Laplantine e al suo “Identità e métissage” (Eleuthera), che racchiude bene quello che penso al riguardo.

    Al tempo stesso, però, credo che non dovremmo dare un peso eccessivo alle parole. Per esempio, se mi sforzo di “tradurre” il lessico del tuo articolo, ne condivido abbastanza la sostanza. E questo, credo, è quello che conta. Comunque il tuo libro lo leggerò, e poi magari ne riparliamo con calma… Adesso mi dici dove cazzo hai messo la tua proposta di emendamento della lsc?!

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