Omar Onnis e la lingua, ovvero, quando la buona volontà è offuscata dalla presunzione.

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La lingua è di tutti, ma non la linguistica.

Tutti possiamo parlare di lingua, ma prima di parlare di linguistica, ebbé, bisogna studiarla, la linguistica.

Problema, questo, che esiste da quando esiste la linguistica: siamo tutti linguisti e commissari tecnici della nazionale.

Non sfugge a questa tendenza generale neanche Omar Onnis, il prolisso tuttologo nuorese.

Nel suo lungo articolo  pubblicato una quindicina di giorni fa, taccia di ingenuità la mia definizione di identità linguistica: “È una questione fondamentale, non per questioni identitarie o addirittura di rivendicazione politica, come – a mio avviso ingenuamente – sostiene qualcuno (per esempio Roberto Bolognesi, il cui contributo è comunque prezioso). Che siamo sardi non ce lo deve spiegare nessuno e nessuno può negare la nostra identificazione e la nostra appartenenza, se è davvero nostra. E l’identificazione non può essere risolta in un unico fattore, in termini riduttivamente essenzialisti, come mera adesione volontaria e astratta a una comunità linguistica. Non funzionano in modo così meccanico, rigido e unidirezionale i processi di identificazione.”

Onnis taccia di ingenuità il frutto della propria mente.

Nel mio libro Le identità linguistiche dei sardi io dico chiaramente che la mia ricerca è rivolta a definire l’identità linguistica e non quella cosa vaghissima che tanti chiamano identità, intendendo per essa ciascuno un po’ quello che vuole, e nel mio  libro–che evidentemente Onnis ha letto sbadatamente–dico chiaro e tondo che non intendo avventurarmi nelle sabbie mobili di quella cosa indefinita di cui parla lui.

Onnis parla di “identificazione” e di “appartenenza” e chissà cosa vuole dire.

Io parlo nel mio libro di identità linguistiche, date, queste, dalle pratiche linguistiche concrete che un determinato parlante implementa in un certo momento.

Se un determinato individuo parla sardo, assume un’identità linguistica sarda, mentre, se parla italiano, ne assume una italiana.

Scegliere di aderire, con un concretissimo comportamento pratico, alla comunità linguistica sarda è un atto volontario: si sceglie di parlare in sardo e non in italiano e si sceglie di imparare il sardo, se non lo si conosce, con un preciso atto di volontà.

Pigliaru, per esempio, ha scelto di non impararlo, visto che in Sardegna ci sono tutte le opportunità per farlo.

Evidentemente, Omar Onnis ha letto il mio libro sbadatamente e|o non ci ha capito una mazza.

Omar Onnis è, purtroppo, presuntuoso.

Lo invito a leggersi allo specchio quello che lui stesso ha scritto sulla stupidità: http://sardegnamondo.eu/2016/03/04/linsostenibile-pesantezza-della-stupidita/

Omar Onnis appartiene a quella scuola di pensiero che pensa che basti la geografia a farci assumere un’identità: “Le rivendicazioni di autodeterminazione e di indipendenza, dal canto loro, attengono alla sfera oggettiva dei rapporti di forza, delle relazioni tra popoli, dell’economia e della storia, nonché – e nel nostro caso in modo determinante – della geografia. Sono fattori concreti quelli che rendono necessaria l’autodeterminazione della Sardegna ossia di chi la abita, chiunque sia. Il problema si porrebbe comunque anche se putacaso la Sardegna fosse svuotata di tutti i suoi abitanti attuali e popolata di italiani (di qualsiasi provenienza specifica) o di inuit o che so io, quale che fosse la lingua parlata. Dunque non è questo l’aspetto a cui fare appello per sollecitare la risoluzione politica della questione linguistica.”

Per Onnis, come per il suo maestro rinnegato, Franciscu Sedda, la lingua è un elemento secondario, rispetto alla geografia.

A renderci sardi basterebbe il Tirreno.

Per Onnis, la questione linguistica è funzionale alla presa di coscienza indipendentista: “Il problema si porrebbe comunque anche se putacaso la Sardegna fosse svuotata di tutti i suoi abitanti attuali e popolata di italiani (di qualsiasi provenienza specifica) o di inuit o che so io, quale che fosse la lingua parlata.”

A proposito di stupidità: dove si distingue Onnis da Ganau?

Onnis, come il maestro che ha rinnegato, sogna la repubblichina italiana di Sardegna.

Esattamente la Sardegna che abbiamo già, popolata da italiani sardignoli–come teorizzato dal consulente di Maninchedda–ma con Onnis (o Sedda) al potere.

A queste grandi menti non passa neppure per l’anticamera del cervello di porsi il problema del come mai, in Sardegna, l’indipendentismo–e loro stessi–contino come il due di picche.

I sardi si identificano con l’Italia.

In nome della loro italianità accettano tutte le porcherie che l’Italia ci propina.

Interesse nazionale superiore a quello locale, no?

In Catalogna non accetterebbero mai che il 60% dei poligoni militari fosse sistemato nel loro paese.

I sardi votano i partiti italiani: i partiti di queste due grandi menti non contano una bella mazza.

I sardi mangiano come gli italiani, si vestono come gli italiani, hanno–o non hanno–la stessa religione degli italiani, guardano la stessa televisione e leggono gli stessi libri.

Parlano anche –ma male–la stessa lingua.

E questo grazie anche a quelle teste di cazzo di indipendentisti che teorizzavano l’italiano come lingua nazionale dei sardi.

Io non ho mai detto che solo la lingua sia determinante per l’assunzione di quella cosa vaga che Onnis chiama “identità” e che permetterebbe ai sardi di riconoscersi ed essere riconosciuti come altro dagli italiani.

Ho solo detto, ma non nel mio libro, che non ci è rimasto altro che la lingua.

E quella sta morendo.

Del resto è la Sardegna stessa che sta morendo, assieme alla sua lingua.

I sardi non si sentono una comunità di affetti e interessi  condivisi, perché non condividono quei simboli esclusivi che ti permettono di identificarti con quella comunità.

E, per loro, il sistema simbolico più naturale e condiviso–la lingua–è ormai quello dei loro padroni.

Tutto questo sarebbe “ingenuo”  secondo questo genio all’incontrario, che scopre con 40 anni di ritardo la questione linguistica e ancora non ci capisce una minca.

Ma bai e bufa-ti unu brodu!

One Comment to “Omar Onnis e la lingua, ovvero, quando la buona volontà è offuscata dalla presunzione.”

  1. Molto spesso l’identità linguistica arriva, per alcuni, a coincidere con il concetto (per quanto labilmente definibile) di “identità”, solamente per il fatto che, come da lei magistralmente e purtroppo sottolineato, in Sardegna ormai abbiamo solo quel tipo di identità da difendere.
    Mi spiego meglio: sebbene anche dal punto di vista linguistico ci stiamo, scusando il francesismo, tagliando le palle da soli, i Sardi oggi sono pienamente (e troppo) immersi nella cultura italiana e ne fanno pienamente parte, questo anche e sopratutto a causa della politica “nazionale” nei nostri confronti, dell’atteggiamento passivo dei Sardi stessi, delle chiacchiere sconclusionate (e bisogna dirlo) degli ultimi 40 anni di movimenti indipendentisti isolani.
    La lingua, per alcuni, rimane l’ultima spiaggia di sardità su cui gettarsi, e questo è confortante e orribile allo stesso tempo.
    Scrive un suo ammiratore e aspirante linguista, Sardo fiero purtroppo molto lontano da casa.

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