Trivella tua cugina!

boschi

–Ah?

–Amincu’!

–Minca mia a culu tu’!

–Il mio culo si ribella, minca mia a tua sorella!

Io sono cresciuto a Cordilanna, quartiere proletario di Iglesias, allora città mineraria, e noi ragazzini minerari ci sfanculavamo così.

Per questo lo slogan “Trivella tua sorella” mi è piaciuto.

È volutamente pecoreccio e autoironico.

Sfrontatamente scorretto, come la fotografia qui sopra.

L’autoironia, ovviamente, non è stata percepita da chi è pagato per non percepirla, ma neanche da chi si piglia troppo sul serio.

Dietro quello slogan c’è una visione del mondo che ancora condivido, quella che esprimeva il compagno Franco Mocci, il mio capo-operaio, quando ero manovale al comune di Iglesias: “Viva l’Italia, ma a mei non mi coddas!”

Non ci sono grandi discorsi da fare: basta la consapevolezza che continuare sulla strada di un’economia non sostenibile ci sta portando tutti a finire in malora.

I nostri interessi contro i loro.

O meglio: i loro interessi contro quelli di tutti noi, in questa lotta di classe dei ricchi contro i poveri.

Io, ormai, so che non arriverò a vedere il disastro che ci stanno preparando, ma ho figli e spero di avere dei nipoti.

E quell’accozzaglia di brutti, sporchi e cattivi, che chiamiamo umanità e che siamo, continua a piacermi.

Continuo a voler bene agli esseri umani, anche se non a tutti, eh!

Continuando a consumare combustibili fossili, entro poco tempo sulla Terra ci sarà posto soltanto per quell’1% di figli di bagassa che già oggi si spartiscono la maggior parte della ricchezza, soltanto per poter dire che sono quelli che ce l’hanno più lungo, il conto in banca.

Che si trivellino la sorella, allora.

Non vedo perché dovrei dimostrare rispetto per lo 0,5% di quei bastardi, solo perché di sesso femminile.

E la mia vuole solo essere una riflessione sulla nostra cultura e il nostro linguaggio.

I miei lettori–pochissimi lettori–non hanno bisogno dei miei consigli su come votare al referendum.

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