Archive for May, 2016

May 27, 2016

Diamo a Claudia quel che è di Claudia: oggi, onore!

firino

Leggete questa notizia: http://www.agi.it/regioni/sardegna/2016/05/25/news/lingua_sarda_insegnamento_a_scuola_si_lavora_su_nuova_legge-802253/

L’assessore Firino dice due cose fondamentali in una frase: “La Regione dovra’ definire un indirizzo di riferimento per la produzione dei testi scritti in limba da destinare alle scuole, promuovendo la standardizzazione grafica della lingua”.

  1. La LSC non è lo standard del sardo, malgrado tutte le menzogne sparse dai professionisti e dai mandroni che li ascoltano;
  2. La RAS vuole arrivare alla standardizzazione del sardo scritto, lasciando intatta la situazione del parlato, come io ho proposto già nel lontano 1997 (si vedano gli atti del convegno del GLS di Quartu: http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=296933)

Adesso sta a noi incalzare la RAS e Claudia Firino in particolare, perché traduca in atti concreti queste dichiarazioni di intenti.

May 24, 2016

Se la Sardegna si spopola, la colpa è dei maschi sardi

pigliaruLeggetevi quest’intervista con l’assessore alla sanità,  Luigi Arru, concessa al giornale dei nazionalisti italiani di Sardegna (http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2016/05/24/news/l-assessore-arru-natalita-e-popolazione-a-picco-la-sardegna-riparta-dai-migranti-1.13533064?ref=hfnsolbr-1).

“Per invertire la rotta (che porta allo spopolamento) ogni donna sarda in età fertile dovrebbe mettere al mondo almeno tre figli e iniziare a farlo subito. (…) Per questo, dice l’assessore regionale alla Sanità Luigi Arru, bisogna guardarsi intorno. E cogliere tutte le opportunità. Per esempio quella offerta dagli sbarchi di migranti: la maggior parte giovanissimi in cerca di riscatto nella nostra isola. E che nella nostra isola potrebbero decidere «di mettere radici e famiglia», dice Arru. Ma per questo è necessario creare occasioni di lavoro.”

Visto che la stragrande maggioranza dei profughi economici sono giovani maschi, di solito non in grado di partorire molti figli neanche loro, ne consegue che l’assessore si affida a loro non tanto per la loro fecondità, quanto per far aumentare la fertilità delle donne sarde.

Insomma, il problema dello spopolamento della Sardegna viene implicitamente attribuito alla scarsa virilità dei maschi sardi.

Infatti, l’assessore, invece di invitare i sardi a fare più figli, mettendoli in condizione di farli–dico, con la metà dei giovani disoccupati–si affida piuttosto ai rinomati paracarri degli immigrati.

Per loro sì che bisogna creare occasioni di lavoro!

Evidentemente non dubita della disponibilità delle giovani donne sarde.

Per i giovani sardi che continuano ad emigrare o per far rientrare le centinaia di  migliaia di sardi emigrati non ci sono proposte.

Ora, io emigrato e padre di tre figli emigrati non ho niente contro gli immigrati: ovviamente, sono un immigrato anche io.

Ma mi sembra curioso che una terra di emigrazione ininterrotta affidi il proprio futuro all’immigrazione

È chiaro che quello che i nostri governanti vogliono è una Sardegna priva di sardi, abitata da loro stessi e, per il resto, da gente talmente disperata da voler immigrare in una terra da cui i sardi stessi emigrano per disperazione.

Perché altrimenti la servitù, i nostri governanti, come se la procurerebbero?

 

Va aggiunto che l’idea di Arru è già stata avanzata dal presidente del consiglio regionale, Ganau.

Inevitabile pensare che i nostri governanti si preoccupino del personale di servizio che, tra una generazione, occorrerà ai loro figli.

Ce lo vedete il figlio di Arru o di Ganau pulirsi da solo la villa ricevuta in eredità?

May 21, 2016

Il manuale dell’aria fritta

pigliaru

Quale è il problema degli indipendentisti sardi?

Elettoralmente contano come l’asso di bastoni.

E questo in una situazione in cui il 48% dei sardi preferisce non andare a votare, piuttosto che votare per la miriade di partitini e partitelli che si richiamano in un modo o nell’altro alla nazione sarda.

Quasi la metà dei sardi si rifiuta di farsi rappresentare dai partiti italiani, ma anche da quelli sardi.

Insomma, gli indipendentisti non riescono a rappresentare lo scontento generale e più che giustificato dei sardi.

Un bel problema e grosso, molto grosso.

Come ha sottolineato Omar Onnis in un intervento su Facebook, se il problema è in parte causato dal frazionamento e settarismo dell’area indipendentista, questo frazionamento è anche il semplice riflesso delle divisioni esistenti all’interno della società sarda.

Allo stesso modo si può dire che la scarsa credibilità elettorale di questi partitini sia il riflesso del fatto che i sardi non credono alla possibilità di una Sardegna indipendente.

Da questa constatazione parte il libriccino esile–in tanti modi esile– scritto da Franciscu Sedda.

“L’indipendentismo, non solo il nostro che ha esplicitamente e coraggiosamente scelto la via del governo, deve dunque misurarsi su un terreno nuovo e complesso: quello di passare dalla pura testimonianza alla concreta pratica della sovranità […]. Solo così potrà conquistare la fiducia dei tanti sardi che si dichiarano per l’indipendenza ma evidentemente non votano per gli indipendentisti.” ((Manuale d’indipendenza politica, pagg. 16-7)

Quale soluzione propone Sedda?

“In altri termini dobbiamo lavorare oggi perché ci sia domani un momento in cui chi oggi dichiara al telefono segretamente di essere per l’indipendenza dovrà alzare quello stesso telefono–e ancor di più scendere in strada!–per rendere partecipi amici, parenti, vicini, compagni di lavoro o di passioni, compaesani o connazionali, del proprio indipendentismo. Per convincere anche altri a diventare indipendentisti. Ma questo sereno coming out indipendentista–di cui abbiamo un gran bisogno–avverrà solo quando avremo colmato le distanze fra intenti e azioni, desideri e pratiche,simpatia e credibilità, sentimenti popolari e visioni politiche. Solo nel momento in cui avremo costruito ponti, rianimato cuori, ridato ossigeno alle menti l’indipendenza si trasformerà in un grande movimento e sommovimento di popolo.

Per riuscirci non c’è altro da fare, dunque, che lavorare a ricucire amorevolmente i frammenti della nostra coscienza e del nostro paese. Dimostrando a chi desidera l’indipendenza che il momento giusto è maturo. Dimostrando anche a chi non crede nell’indipendenza che ciascuno è invitato a partecipare al cammino di autodeterminazione nazionale.” (Manuale d’indipendenza politica, pagg. 17-8)

A costruire ponti, asfaltare strade e progettare piste ciclabili ci sta già pensando il datore di lavoro di Sedda: sarà questo a convincere i sardi a scegliere l’indipendenza?

Ovviamente, a questo punto stavo per riciclare il libro, gettandolo nella busta della carta–qui la raccolta della differenziata si fa seriamente–ma una curiosità mi ha trattenuto.

Per chi l’ha scritto Franciscu Sedda questo libriccino?

Ovviamente, non per chi non crede nell’indipendenza, perché loro lo prenderebbero a papinas a conca o lo inviterebbero a scrivere canzoni d’amore meno brutte e, soprattutto, rivolte alla sua fidanzata e tassativamente in privato.

Non faccio qui nuovamente l’elenco dei problemi drammatici della Sardegna: dico solo che Sedda  ne nomina uno solo–lo spopolamento imminente, che poi è il risultato finale di tutti gli altri problemi–e, naturalmente, non propone nemmeno una soluzione concreta.

Non lo dice esplicitamente, ma è altrimenti chiaro che per lui tutti i problemi della Sardegna si risolveranno con il raggiungimento dell’indipendenza: “L’indipendenza infatti non è il punto di partenza ma quello d’arrivo. E il lavoro per l’indipendenza è la trama che ci lega, che ci connetterà di nuovo, in modo nuovo. 

Una Sardegna migliore, libera, prospera, giusta, degna, è un tappeto tessuto insieme.” (Manuale d’indipendenza politica, pag. 18, l’enfasi è mia)

Questo è millenarismo di infimo livello, il livello dell’Unione dei Comunisti Italiani, meglio noti come Servire il Popolo, che nei primissimi anni Settanta promettevano che, con loro, l’Italia sarebbe diventata”un giardino fiorito”.

Potrei continuare questa deprimente operazione, descrivendo come Sedda lasci che sia il mare a definirci come nazione, faccia due citazioni in sardo e entrambe sbagliate–per dire quanta importanza abbia per lui la lingua–dica due banalità due sull’importanza della lingua, visto che se si parla di Catalogna viene un po’ in salita parlare invece della sua insularità, si dilunghi per pagine e pagine piene di melensaggini degne di un adolescente, ma non reggo.

Un solo esempio: “E la politica, una politica alta, autorevole, al servizio della propria terra e della propria gente, questo dovrebbe fare: mettere a sistema il positivo–come quando si fanno girare razionalmente le colture o si fa arrivare l’acqua ad un terreno senza sprecarne una goccia–o quantomeno lasciare che il positivo cresca da sé–come quando si pulisce attorno ad un piccolo fiore o un piccolo albero che rischia di rischia di venir soffocato dalle erbacce e dalle frasche.”

Tra l’altro, non ho trovato alcuna analisi dell’imperialismo culturale e linguistico italiano, vero responsabile dello spappolamento e mancata coagulazione di una coscienza nazionale dei sardi. E, conseguentemente, nessun progetto di conquista dell’egemonia culturale: la sola che potrebbe far aderire la maggioranza dei sardi all’idea dell’indipendenza.

Questo libriccino è un comizio prolisso su carta stampata, rivolto a un pubblico di spettatori già adoranti. Ha richiesto tutta la mia forza di volontà per farmi arrivare alle conclusioni.

E le conclusioni sono di una banalità disarmante.

“A noi sta convincerci e decidere che veramente vogliamo andare verso la nostra indipendenza.” (Manuale d’indipendenza politica, pag.98)

Fa tenerezza: sette piani di tenerezza.

May 14, 2016

L’isola dei depressi

Bolognesu: in sardu

Perché è quasi impossibile trovare vino sardo ad Amsterdam?

O i pomodori secchi?

O il pecorino, le olive, il mirto.

IL MIRTO!

Perché la Sardegna non esporta i suoi prodotti agroalimentari?

Per lo stesso motivo per cui quasi nessuno sa dov’è la Sardegna:

-E sai dov’è la Corsica?

–Certo!

–La Sardegna è appena sotto la Corsica ed è…tre volte più grande!

–Ah, e quando sei tornato dalla Sicilia?

Il motivo è lo stesso che porta il mondo a ignorare il nuraghe di Santu Antine, mentre tutti conoscono Stonehenge.

Il motivo è che i Sardi non si fanno conoscere, si nascondono.

I Sardi non sono capaci di amarsi.

Basta guardare l’autolesionismo delle lotte degli operai del Sulcis.

Adriano Sofri ha scritto che quelle lotte gli ricordavano le lotte dei carcerati che salivano sui tetti.

Ieri ho sentito di un ragazzo, laureato e disoccupato, che si è suicidato.

Qual’è il rapporto tra…

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May 13, 2016

Il sardo non è sexy: a trabballare est!

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Il sardo sarà salvo quando sentiremo tre ragazze belle e giovani parlarlo per le vie del centro di Cagliari.

Come facevano con l’euskara queste tre ragazze basche che ho fotografato l’anno scorso a Donostia (San Sebastian).

È vero che queste ragazze erano militanti della sinistra nazionalista basca e che si sono offese per il mio articolo interclassista, ma tant’è.

La situazione in Sardegna l’ha riassunta molto bene una ragazzina di quindici anni citata su Facebook da Nicolò Migheli: “Il sardo lo parlano soltanto gli intellettuali e i biddai. La gente normale parla in italiano.”

Quello che dice la ragazza–tonta come è logico che sia a quell’età: scusate, io con i quindicenni ci lavoro–non è necessariamente vero, ma riflette il modo di vedere il sardo della sue generazione.

Si nota una grande differenza rispetto a una quindicina di anni fa.

Allora, come riportato da Antonello Garau, secondo gli adolescenti, a parlare in sardo erano solo i “grezzi”.

Come ho spiegato nel mio libro Le identità linguistiche dei sardi, quel giudizio coincideva con il rapporto sulla situazione sociolinguistica sarda compilato per conto della Commissione Europea nel 2002: il sardo era diventato la lingua dei gruppi sociali meno competitivi.

Ancora non era percepito come lingua di una minoranza di intellettuali⁄attivisti.

In questo senso, l’attivismo di una piccola minoranza ha dato alcuni frutti.

Ma se non sono sexy i “grezzi”, i “professoroni” sono ancora meno attraenti per i giovani.

Ah, per la prima volta mi sono beccato del “professorone” anche io.

Ci vorrebbero dei personaggi dotati di sex appeal, ma questo, in Sardegna, è strettamente legato all successo che uno ha tra gli italiani, sennò i media manco ti cagano.

Questo implica che i sardi “di successo” sono automaticamente quelli che rinnegano la lingua sarda.

Anni fa ho cercato di convincere Kelledda Murgia a scrivere in sardo.

È vero che io sono stato ruvido come sempre, ma lei mi ha sfanculato di brutto, liquidandomi con un “deliri mattutini”.

Vabbuo’, così va la vita e anche Kelledda ormai non è più sexy: sic transit gloria sardorum.

Allora, il lavoro fatto dagli attivisti della mia generazione ha dato i suoi frutti: esiste una minoranza di sardi che usa la lingua in modo che viene percepito come “intellettuale”.

Adesso tocca a i giovani che hanno raccolto il nostro testimone impegnarsi per rendere sexy il sardo.

Non potete pretendere che sia io, con i pochi ormoni rimastimi, a farlo.

  • A trabballare est!
May 9, 2016

Della vittoria, del Cagliari e di Carlo Feroce

corrscud

“Il Cagliari vinse lo scudetto perché in quel campionato non c’era di meglio”.

Questa frase l’ho letta una quindicina di anni fa su un giornale online del Nord Italia, quindi il Corriere della Sera, visto che non ne leggo altri.

Già allora del calcio me ne importava poco e niente, ma ugualmente mi si son contorte le budelle.

Non solo era soltanto una frase razzista e sprezzante, ma anche clamorosamente falsa: quell’anno la nazionale italiana, basata sul Cagliari campione, arrivò seconda ai campionati mondiali del Messico, sconfitta in finale dal Brasile di Pelé.

La mia reazione, credo, spiega il rapporto complesso che i sardi hanno con il Cagliari.

Tutto vero quello che dice Raffaele Deidda: http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/10216

Il calcio è il nuovo “oppio dei popoli” e viene sfacciatamente usato dal potere per rincoglionire la gente, oggi, con quel giro incredibile di miliardi, più sfacciatamente che mai.

Io, infatti, il calcio non lo seguo più, ma in fondo al mio cuore ci sarà sempre un posto per Gigi Riva e per il Cagliari campione.

E capisco ancora la gioia dei cagliaritani per il ritorno del Cagliari in serie A e l’addobbo della statua di Carlo Feroce.

Perché?

Molto primitivamente: perché, l’anno prima, ho visto il Cagliari sconfiggere all’Amsicora il ricco Milan di Rivera.

Perché–erano gli anni del banditismo e delle campagne razziste contro i sardi–il Cagliari di Riva mi faceva sentire un vincitore nei confronti di quei milanesi ricchi e arroganti e razzisti, che ancora non hanno digerito la sconfitta di allora, a giudicare dalla frase che ho riportato.

C’era, in quella vittoria, qualcosa di quel “El pueblo unido jamás será vencido”,  che avremmo cantato pochi anni dopo.

Perché tutti gli esseri umani vogliono vincere.

Eh già, lo stesso sentimento di “Vincere e vinceremo“.

Quella sera ho preso il treno con Nanni Sotgia e sono andato a Cagliari a festeggiare.

E quella sera stessa ho cominciato a distaccarmi dal calcio.

Quella sera mi sono sentito estraneo a quella gioia esagerata, scomposta e ho capito che quel sentimento che provavo io era stato sommerso da qualcos’altro che non mi piaceva per niente.

Abbiamo preso l’ultimo treno per Iglesias, quello dell 21.10, e non ci sentivamo più così vincitori, ma un po’ presi per il culo.

Avevamo vinto, ma qualcosa di diverso da quello che avrei voluto.

Non si festeggiava la rivalsa dei “banditi” su chi li dipengeva come tali a ogni occasione, ma qualcosa che non riuscivo a sentire e nemmeno a capire.

Vincere, va bene, è bellissimo se ottieni con la vittoria quello per cui hai lottato.

Ma quando la vittoria in sé è l’unico premio, allora io rimango indifferente.

E il calcio è questo, esattamente questo.

Ottenere vittorie fini a se stesse, che poi non cambiano nulla al resto della tua vita.

La vittoria che prometteva Mussolini e che promette Renzi.

E allora “El pueblo unido ecc.” non è la stessa cosa di “Vincere, dobbiamo vincere”.

Vincere la bambolina di pezza al tiro a segno (videogioco, di questi tempi) non è la stessa cosa che “fare il culo a quei milanesi razzisti e arroganti” e vendicarsi del loro razzismo e della loro arroganza.

Certo che vorrei di nuovo vedere il Cagliari campione, possibilmente del mondo, ma vorrei una vittoria che si festeggiasse abbattendo la statua di Carlo Feroce, anziché addobbarla a festa.

Vorrei uan vittoria che non sia fine a se stessa.

 

May 8, 2016

L’anatra che vuole essere un’oca

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L’albergo era in mezzo a un bosco di querce, abeti e faggi enormi.
Tra l’altro, non ho mai trovato del personale così gentile, sinceramente gentile, oltre che professionale.
La faraona al forno era incredibile e ho chiesto la ricetta.
Il cameriere è andato a chiedere.
Solo la temperatura precisa de forno non me l’hanno rivelata.
Dovrò fare diversi tentativi, ma chiaramente molto bassa.
A poche decine di metri dall’albergo c’era una villa con un recinto pieno di oche.
Oche bianche.
Oche domestiche.
E in mezzo a quelle oche ce n’era una strana: alta come le altre, o quasi, ma striminzita.
Un corpicino misero.
Se fosse stata un’oca ne sarebbe mancata oltre la metà.
Ho guardato meglio: era un’anatra bianca che camminava in punta di zampe, tenendo il corpo quasi verticale per essere alta come le oche.
Quell’anatra vuole essere alta come le oche.
Ma è un’anatra.
Ma è anche l’unica anatra in un recinto di oche.
Che cazzo ne sai lei di essere un’anatra?
Chi può dirglielo: “No, senti, darling, tu non sei un’oca, sei un’anatra. È inutile che cammini verticale, in punta di zampe.”
Le oche, quelle vere, la maltrattano.
Non la riconoscono come oca.
Infatti non è un’oca: è un’anatra.
Ma lei non lo sa, perché in quel recinto non ci sono altre anatre.
Forse hanno fatto covare il suo uovo da un’oca.
Come potrebbe sapere di essere un’anatra e non un’oca?
Mi sono ritrovato a pensare ai sardi.
Poi a uno in particolare.
Cronaca di questi giorni.

May 5, 2016

Sa Die 2017

Copertina copy

Ajó, è stato un orgasmo.

Si dd’eus fatu a biri!

“Unu buciconi a faci!”

Ma tutto è finito lì.

Abbiamo reagito a un insulto grave e adesso siamo soddisfatti e riprendiamo con le nostre pessime abitudini di sempre.

L’anno prossimo saremo da capo.

Ripeto: dalle rape non si cava sangue e da questa giunta di sardignoli non possiamo aspettarci niente.

Semplicemente non sanno di cosa stiamo parlando.

La festa dei sardi non è la loro festa.

Ma di chi è questa festa?

È la festa di chi si sente sardo?

Tutti i “sardi” si sentono sardi.

Ajó, quasi tutti.

Tanto, tutto questo “sentirsi sardi” non implica assolutamente nulla.

E ci mancherebbe che non fosse così, chiaro: i sentimenti personali sono, appunto, personali.

Questo “sentirsi sardi” è innocuo come la medicina omeopatica: non fa male, ma non serve a un cazzo.

Io mi sento sardo qui in Olanda, molto sardo, ma nessuno lo vede.

E come potrebbero?

Il problema è che tutto questo “sentirsi sardi” non si vede nemmeno in Sardegna.

È un po’ come quel consigliere regionale, appesa insediatosi, ma senza applauso,  che dice di “sentirsi innocente”.

Il sentirsi qualcosa non può essere slegato da dei comportamenti concreti, come, presumo, scoprirà presto il neoconsigliere regionale.

Allora, se il “sentirsi sardi” non implica niente, l’assessore Firino può tranquillamente stravolgere il significato de Sa Die e farne una festa dei migranti, altrettanto omeopatica.

Il problema, allora, è tutto nel non voler accettare che quel benedetto “sentirsi sardi”, non è la stessa cosa dell’avere un’identità sarda.

“Avere un’identità”, come ha messo in chiaro Judith Butler–leggetevelo il mio libro–significa mettere in atto una serie di “pratiche” (comportamenti concreti) che permettono agli altri di identificarti.

Come dice Butler: “Dietro queste pratiche non c’è niente.”

Insomma, conoscere il sardo, ma rifiutarsi di parlarlo, è come avere la carta di identità, ma rifiutarsi di esibirla.

Semplicemente non sei identificabile.

Ora, questa cosa, che io dico da anni, provoca resistenze fortissime, perfino tra gli indipendentisti ed è stata variamente fraintesa, ma di questo ho già parlato.

Quindi, visto che per molti “sardi” il sentirsi sardi significa essere coscienti del divario che esiste tra gli interessi dei sardi e quelli degli italiani–come Sa Die ci ricorda–questi sardi-sardi dovrebbero fare tutto quello che è in loro potere per farsi identificare come tali (= portatori di interessi divergenti da quelli italiani).

Anni fa, gente che ha poi fatto una fine miserabile, ci parlava di Irlanda e di Joyce e di uno stato senza lingua e identità proprie, ignorando o facendo finta di ignorare che l’identità irlandese proveniva dalla religione e che Joyce detestava il bigottismo papista dei suoi connazionali.

“Sentirsi sardi” non è la stessa cosa dell’avere un’identità sarda: quella ce l’hai soltanto se gli altri ti possono identificare.

Festeggiare Sa Die, allora, significa festeggiare la propria identità di sardi = portatori di interessi divergenti da quelli degli italiani.

Ma la festa ha senso solo come culmine di una realtà vissuta, altrimenti diventa come il Natale per i cristiani: tutti buoni/sardi per un giorno.

Inutile prendersela con le rape, allora.

La storia sarda va condivisa ogni volta che se ne presenta l’occasione, il sardo va parlato ogni giorno con tutti, la sardità va testimoniata concretamente, se vogliamo che gli altri ci identifichino come portatori di interessi, affetti e simboli divergenti da quelli italiani.

Oggi.

Ogni giorno.

Non soltanto il 28 aprile.