Sa Die 2017

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Ajó, è stato un orgasmo.

Si dd’eus fatu a biri!

“Unu buciconi a faci!”

Ma tutto è finito lì.

Abbiamo reagito a un insulto grave e adesso siamo soddisfatti e riprendiamo con le nostre pessime abitudini di sempre.

L’anno prossimo saremo da capo.

Ripeto: dalle rape non si cava sangue e da questa giunta di sardignoli non possiamo aspettarci niente.

Semplicemente non sanno di cosa stiamo parlando.

La festa dei sardi non è la loro festa.

Ma di chi è questa festa?

È la festa di chi si sente sardo?

Tutti i “sardi” si sentono sardi.

Ajó, quasi tutti.

Tanto, tutto questo “sentirsi sardi” non implica assolutamente nulla.

E ci mancherebbe che non fosse così, chiaro: i sentimenti personali sono, appunto, personali.

Questo “sentirsi sardi” è innocuo come la medicina omeopatica: non fa male, ma non serve a un cazzo.

Io mi sento sardo qui in Olanda, molto sardo, ma nessuno lo vede.

E come potrebbero?

Il problema è che tutto questo “sentirsi sardi” non si vede nemmeno in Sardegna.

È un po’ come quel consigliere regionale, appesa insediatosi, ma senza applauso,  che dice di “sentirsi innocente”.

Il sentirsi qualcosa non può essere slegato da dei comportamenti concreti, come, presumo, scoprirà presto il neoconsigliere regionale.

Allora, se il “sentirsi sardi” non implica niente, l’assessore Firino può tranquillamente stravolgere il significato de Sa Die e farne una festa dei migranti, altrettanto omeopatica.

Il problema, allora, è tutto nel non voler accettare che quel benedetto “sentirsi sardi”, non è la stessa cosa dell’avere un’identità sarda.

“Avere un’identità”, come ha messo in chiaro Judith Butler–leggetevelo il mio libro–significa mettere in atto una serie di “pratiche” (comportamenti concreti) che permettono agli altri di identificarti.

Come dice Butler: “Dietro queste pratiche non c’è niente.”

Insomma, conoscere il sardo, ma rifiutarsi di parlarlo, è come avere la carta di identità, ma rifiutarsi di esibirla.

Semplicemente non sei identificabile.

Ora, questa cosa, che io dico da anni, provoca resistenze fortissime, perfino tra gli indipendentisti ed è stata variamente fraintesa, ma di questo ho già parlato.

Quindi, visto che per molti “sardi” il sentirsi sardi significa essere coscienti del divario che esiste tra gli interessi dei sardi e quelli degli italiani–come Sa Die ci ricorda–questi sardi-sardi dovrebbero fare tutto quello che è in loro potere per farsi identificare come tali (= portatori di interessi divergenti da quelli italiani).

Anni fa, gente che ha poi fatto una fine miserabile, ci parlava di Irlanda e di Joyce e di uno stato senza lingua e identità proprie, ignorando o facendo finta di ignorare che l’identità irlandese proveniva dalla religione e che Joyce detestava il bigottismo papista dei suoi connazionali.

“Sentirsi sardi” non è la stessa cosa dell’avere un’identità sarda: quella ce l’hai soltanto se gli altri ti possono identificare.

Festeggiare Sa Die, allora, significa festeggiare la propria identità di sardi = portatori di interessi divergenti da quelli degli italiani.

Ma la festa ha senso solo come culmine di una realtà vissuta, altrimenti diventa come il Natale per i cristiani: tutti buoni/sardi per un giorno.

Inutile prendersela con le rape, allora.

La storia sarda va condivisa ogni volta che se ne presenta l’occasione, il sardo va parlato ogni giorno con tutti, la sardità va testimoniata concretamente, se vogliamo che gli altri ci identifichino come portatori di interessi, affetti e simboli divergenti da quelli italiani.

Oggi.

Ogni giorno.

Non soltanto il 28 aprile.

 

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