Le “finestre rotte” e il femminicidio

femminicidio

Nella discussione che si sta svolgendo sui social media in questi giorni sul tema del “femminicidio”, si possono individuare due posizioni.

Una attribuisce il “femminicidio” al clima culturale maschilista che, in modo comunque mai chiaramente definito, porterebbe certi individui a interpretare tale maschilismo nel modo più estremo.

Il “femminicidio” sarebbe un fenomeno socio-culturale, da curare, curando la cultura degli uomini.

C’è da notare che i sostenitori di questa posizione, maggioritaria nei media più importanti, non presentano i dati sul fenomeno.

O almeno io non li ho mai visti.

L’altra posizione vede nell’assassinio di un numero limitato di donne da parte di uomini un fenomeno dovuto al malessere di un numero estremamente limitato di individui e che, in quanto tale, è competenza di psichiatri, psicologi e criminologi.

Oggi, però, mi è capitato di leggere questo interessante articolo di Giuseppe Melis, che mi ha fatto ricordare della teoria delle “fimestre rotte”.

“La teoria delle “finestre rotte” fa riferimento a un esperimento di psicologia sociale, condotto nel 1969 presso l’Università di Stanford, dal prof. Philip Zimbaldo. Lo studioso dimostrò che non è la povertà ad innescare comportamenti criminali ma il senso di deterioramento, di disinteresse, di non curanza che si genera su una situazione qualsiasi, tale per cui si diffonde la percezione che i codici di convivenza, una volta rotti, inducano le persone a pensare che le regole e più in generale qualsiasi codice di regolazione sociale sia del tutto inutile, generando in questo modo un progressivo deterioramento delle stesse.

L’esempio è proprio quello di un vetro che si rompe e non viene riparato, dando luogo ad un progressivo decadimento dell’edificio, tale per cui dopo il primo vetro rotto, se ne rompe un altro, e così via tutti gli altri elementi dell’edificio. Ecco perché quando non si interviene subito per rimettere in ordine una situazione negativa, presto si innescherà un processo di decadimento senza fine. “Se una comunità presenta segni di deterioramento e questo è qualcosa che sembra non interessare a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. Se sono tollerati piccoli reati come parcheggio in luogo vietato, superamento del limite di velocità o passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi” (http://www.unitresorrentina.org/foto/24-forum/85-la-teoria-delle-finestre-rotte).”

Ora, questo determinismo meccanicista, applicato a una disciplina umana, può solo far sorridere: le variabili di cui tener conto, quando si fanno previsioni su una cosa così complessa come il comportamento degli umani, sono semplicemente troppe.

Uno psicologo indiano di cui non ricordo il nome una volta ha scritto che uno psicologo probo si reincarna come fisico, mentre uno empio si reincarna come sociologo.

Questa battuta rende bene quale sia il grado di complessità delle diverse discipline.

Comunque sia, la posizione “culturalista” rispetto al “femminicidio” sembrerebbe ispirarsi alla teoria delle “finestre rotte”: in un clima di generale disprezzo per le donne, il “femminicidio” ne sarebbe solo la conseguenza più estrema, ma logica.

Ma esiste questo clima in Italia?

Per esempio, viene tollerato che un uomo picchi una donna per strada?

Due recenti episodi, a Polignano (http://bari.ilquotidianoitaliano.com/cronaca/2016/06/news/120119-120119.html/), dove il violento ha rischiato il linciaggio, e a Sassari, dove un passante è intervenuto (Pier Franco Devias. “Durante un litigio lui le tira un pugno in faccia. Interviene un passante e rischia di prendersi una coltellata da questo elemento.”) fanno ritenere di no.

Ora, io cresciuto in Sardegna e abitante in Olanda da oltre 30 anni, non posso fare affermazioni sul grado di accettazione, in Italia, della violenza sulle donne in pubblico. Posso solo dire di aver trascorso in tutto molti mesi in Italia e di non essere mai stato testimone di un singolo episodio del genere.

Chi dei miei lettori conosce meglio l’Italia potrà giudicare da sé.

Questo per quanto riguarda la violenza in pubblico, ma che dire della violenza in privato, tra le mura di casa?

Esiste in Italia una cultura diffusa che accetta, tollera o forse addirittura incoraggio la violenza domestica?

Io non lo so.

Ma chi vive in Italia o la frequenta spesso, saprà se gli è capitato di sentire parlare favorevolmente della violenza domestica, magari per strada, o al bar, dal barbiere, mentre si fa una fila.

Perché se tale violenza è nascosta, segreta, vuol dire che esiste un clima generale di riprovazione, non di accettazione.

Insomma, la condizione necessaria per poter concludere che il “femminicidio” sia la conseguenza finale ed estrema delle “finestre rotte” è che “questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi“.

Ora, verificare se in Italia esiste un clima culturale favorevole alla violenza sulle donne non mi sembra così difficile.

La cultura è per definizione pubblica, aperta.

Se una cosa la si tiene nascosta è per sottrarsi a un eventuale stigma.

Io, ripeto, conosco l’Italia troppo poco, ma a giudicare dal numero di “femminicidi”, mediamente inferiore al numero di quelli che avvengono in Olanda, e ragionando all’interno della teoria delle “finestre rotte”, dovrei concludere che la violenza sulle donne sia rifiutata ancor più che qui, paese in cui la violenza è uno dei tabù più grandi, e non solo quella nei confronti delle donne.

One Comment to “Le “finestre rotte” e il femminicidio”

  1. In Olanda sono gli immigrati che alzano la media degli atti di violenza in generale.

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