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July 31, 2017

Della letteratura sarda e della letteratura, eja, quella

Come la pillona di un vecchio—anzi, anziano, che oggi mi sento politicamente corretto—la discussione sulla letteratura sarda si inturgidisce per un attimo e poi se ne muore.

Ogni anno la stessa storia: un cagallone usa i soldi dei sardi per decidere cosa sia letteratura e cosa no.

Notate l’uso della parola CAGALLONE.

Non uso la parola STRONZO, che ancora possiede una sua perversa dignità.

Nossi: CAGALLONE e bo’!

Ogni anno la discussione infuria sul tema della letteratura sarda: si propongono definizioni su definizioni.

Tutte sbagliate tranne la mia: “La letteratura sarda si definisce politicamente”.

E tutte le discussioni si concludono sempre con vari emuli del CAGALLONE NUMBER ONE che dicono: “Non importa definire la letteratura in base alla lingua usata, o i temi trattati, o la nazionalità dell’autore. Ciò che importa è che sia buona letteratura.

I cagalloni sono gli unici esseri umani capaci di definire non solo cosa sia la letteratura, ma addirittura cosa sia la buona letteratura.

Il CAGALLONE NUMBER ONE pretende di escludere la letteratura sarda dal suo festival personale, pagato dai sardi cotzine, sulla base di ciò che lui stesso definisce come buona letteratura.

Per puro caso al cagallone sardignolo che, lo ha ammesso in pubblico, si vergognava fino a poco fa di parlare in sardo, non piace la narrativa in sardo.

Ma cosa sarebbe mai la buona letteratura?

Ma perfino la letteratura, cosa sarebbe mai?

Io ci ho rinunciato da molto a definirla.

Dai tempi in cui ho dato i miei bravi esami.

Studiando letteratura ho capito che, a me, della letteratura non me ne frega niente.

Detto questo, esiste narrativa che mi piace e narrativa che non mi piace.

E non penso che uno debba farsi chissà quali film sulla narrativa che gli piace.

Il mestiere del critico letterario è un mestiere come un altro: se ci campano, buon pro gli faccia.

Uno scrittore, ogni tanto, riesce a campare senza una definizione di letteratura.

Un critico letterario non camperebbe.

La definizione di letteratura non serve a chi la letteratura la produce, ma a chi la definisce.

E adesso, per ridere, vi racconto la storia del mio romanzo.

Eja, io che non credo alla letteratura, ho scritto un romanzo.

Dopo molti tentativi in sardo, ho finito per scriverlo in italiano.

Per cui, io, in tutta la discussione sull’esclusione della narrativa in sardo non c’entro.

La mia è letteratura regionale italiana, secondo la mia definizione.

Di cosa parla il mio romanzo?

Di una pillona grande grande.

Oppure del nostro bisogno di avere sempre qualche illusione.

O forse di cosa sia la normalità.

O molto più probabilmente è un gioco perverso con il lettore.

Un giornalista/filosofo con grandi ambizioni—ispirato da unu calloni chi esistit—vuole intervistare un guaritore per sputtanarlo.

Ma il guaritore lo frega: non si lascia intervistare, ma gli racconta quello che vuole lui al registratore e glielo racconta in sardo, lingua che il calloni tontu si è rifiutato di imparare.

Allora lui si rivolge al collega/amante saltuario, molto meno ambizioso di lui, corrispondente locale sensazionalista e anche bugiardo, perché gli traduca il racconto del guaritore.

A questo punto comincia la storia di Giagu Tuttominca.

E a questo punto tutti i lettori, sia quelli a cui il romanzo è piaciuto, sia a quello che ci hanno vomitato sopra, non si rendono conto che la storia che leggono non è quella di Giagu, ma quella che traduce—traduce?—il corrispondente locale sensazionalista e anche bugiardo.

Manco uno che se ne sia accorto.

Il racconto di Giagu, in un linguaggio quotidiano, antiletterario, risulta evidentemente così credibile che diverse persone mi hanno chiesto se il romanzo fosse autobiografico.

Invece ho preso un romanzo di Hemingway—The sun also rises—e l’ho ribaltato—dove quello finisce, il mio comincia—e ho reso esplicito quello che Hemingway, quasi cento anni fa, non poteva esplicitamente raccontare.

E poi l’ho infarcito di citazioni sfacciate dal mio autore preferito, Marquez,  e, a sbarradura, Bibbia e perfino Cesare.

Ma, naturalmente, i personaggi sono tutti amici o conoscenti: Giagu consiste di due amici, uno molto mincuto e un’altro coglione abbastanza da fare da protagonista a una barzelletta tragica.

Gli amici romanzieri che hanno letto il mio romanzo ultraletterario l’hanno definito come “non-letteratura”.

Secondo Antoni Arca, il nostro editore non avrebbe mai dovuto pubblicarlo.

Secondo Savina Dolores Massa il romanzo comincia a poche righe dalla fine.

Nanni Falconi ci ha visto solo un’autobiografia.

Nicolò Migheli ha svicolato—su richiesta—con un un diplomatico: ”malinconico”.

A una piccola maggioranza dei miei lettori il romanzo è piaciuto.

Marco Zurru: “È un libro del cazzo!”

Federico Gobbo: “Scritto bene, fa ridere e fa pensare”.

Insomma, cosa sarebbe mai questa letteratura?

Secondo quello che ho imparato all’Università di Amsterdam—in quegli anni, la miglior facoltà di Lettere d’Europa, a detta del tedesco Der Spiegel—letteratura è quello che si presta a un gran numero di interpretazioni differenti.

Io, allora, sono riuscito a farne.

Cazzo, se ci sono riuscito!