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November 30, 2017

Le parole magiche di Michela Murgia

Forse è il caso di sollevare il livello della rissa sulla parola “Matria”, proposta dalla scrittrice italiana Michela Murgia, al livello di una discussione intellettuale.

Premetto che a me la parola “Matria” piace: la usavo quando Murgia era appena nata.

E aggiungo pure che detesto la parola “Patria”.

Questo per motivi anche strettamente personali: pensate al mio cognome e alla mia identità sarda.

Detto questo, dico immediatamente che la sua proposta è una gran fesseria, per due ordini di motivi: uno strettamente empirico e uno che deriva dalla verifica della teoria, proposta negli anni Trenta, dell’influenza che la lingua avrebbe sulla percezione della realtà. Teoria che Murgia, certamente senza averne idea, ripropone.

Il primo motivo è evidente a chiunque sappia che la parola Matria non l’ha inventata lei, Murgia.

La parola esiste chissà da quanti decenni e non ha prodotto un bel niente.

Nel secondo articolo sull’Espresso, che ho linkato qui sopra, Murgia ammette di non essere l’ideatrice del termine, mentre nel primo non fa cenno alla questione.

Ora, i casi sono due: Murgia era cosciente del fatto di non aver inventato nulla o non lo era.

Nel secondo caso, Murgia sarebbe da scusare: è una spacciatrice di parole e chiederle se crede al “potere della parola” sarebbe come chiedere al Papa se crede in Dio.

Nel secondo caso, avrebbe riesumato il cadavere di un nobile tentativo di ridefinizione del concetto, grosso modo, di “Nazione”, tentativo, come sappiamo bene noi che c’eravamo, fallito.

In questo caso, sarà forse interessante, per qualcuno, capire perché abbia effettuato questa riesumazione e, forse, perfino sapere perché ha taciuto che si trattasse di una riesumazione, ma per me non lo è: di quello che passa in testa a Michela Murgia non me ne importa nulla.

Murgia, comunque, non è nuova ai tentativi di trasformare la realtà attraverso la manipolazione delle parole e dei suoi lettori.

Poco tempo fa ha proposto di modificare la definizione della parola “femminicidio” in modo da farle significare tante altre cose che femminicidio non sono: “E’ femminicidio la quantità di rinunce lavorative legate alla gravidanza e alla nascita dei figli, un sacrificio mono genere tollerato dalle normative, favorito dall’assenza di un welfare specifico e percepito in generale irrilevante da una società dove la maggior parte delle persone resta convinta che la maternità sia il primo e il più nobile dei compiti femminili.”

Una manipolazione tra le tante dell’articolo, che hanno lo scopo di giustificare un allarme sociale immotivato, visto il bassissimo tasso di femminicidi.

Murgia vuole cambiare la realtà, cambiando il significato della parole.

Insomma, Murgia sta riproponendo, in una forma ancora più infantile la “Ipotesi Sapir-Whorf”, la più sfortunata teoria linguistica mai apparsa.

Nel link con wikipedia ne trovate una presentazione anche troppo benevola, ma non infieriamo.

Cosa dice questa teoria?

Dice che la lingua, ma ancora più precisamente la grammatica, influenza in modo decisivo la nostra percezione della realtà: “L’accurata analisi condotta da Whorf sulle differenze tra l’inglese e la lingua hopi, in un esempio ormai diventato famoso, alzò gli standard per l’analisi della relazione tra lingua, pensiero e realtà, basandosi su un’analisi accurata della struttura grammaticale piuttosto che su un resoconto più impressionistico delle differenze tra, ad esempio, i morfemi in una lingua. Per esempio, lo «Standard Average European» (SAE – Europeo Standard Medio, cioè le lingue occidentali in genere) tende ad analizzare la realtà come oggetti nello spazio: il presente e il futuro vengono considerati «luoghi», e il tempo è un sentiero che li collega. Una frase come «tre giorni» è grammaticalmente equivalente a «tre mele» o a «tre chilometri». Altre lingue, tra le quali molte lingue dei nativi americani, sono invece orientate al processo. Per parlanti monoglotti di tali lingue, le metafore concrete/spaziali della grammatica SAE possono avere ben poco senso. Lo stesso Whorf sosteneva che il suo lavoro sull’ipotesi di Sapir Whorf fu ispirato dall’intuizione che un parlante Hopi troverebbe la fisica relativistica fondamentalmente più semplice da capire rispetto a un parlante europeo.

Lampu!

E naturalmente questo l’ha detto Whorf.

Non abbiamo idea di cosa ne pensino gli Hopi di oggi o di allora della teoria della relatività.

Insomma–erano gli anni Trenta–ancora una volta un Europeo ci dice cosa passa per la mente di un membro di un’altra cultura: vi ricorda qualcosa?

Ma vediamo di verificare questa ipotesi con degli esempi linguistici più vicini a casa nostra.

Prendiamo in esame il caso della neutralizzazione di genere–piacerebbe ai propugnatori del Gender Neutral!–nel gallurese.

“La femmina” al plurale diventa “Li femmini”.

Questo fenomeno è condiviso da moltissime altre lingue, tra cui il tedesco e l’olandese.

Secondo l’ipotesi Sapir-Whorf, i Galluresi, grazie a questa neutralizzazione, dovrebbero percepire un gruppo di donne come soggetti maschili.

In seconda ipotesi, la neutralizzazione di genere avrebbe luogo perché i galluresi percepiscono un gruppo di donne come maschi.

La domanda la giro ai miei amici galluresi.

Ma a rendere le cose ancora più complicate ci si mette il sardo di Luras, nel quale, per via del contatto con il gallurese si effettua la neutralizzazione di genere, ma–per fare dispetto ai parlanti del gallurese?–tutti i plurali sono al femminile: “sas omines”.

I propugnatori del Gender Neutral proporranno il lurisinco come lingua universale?

Mi dispiace deludervi, ma lo fa anche il tedesco.

Allora, gli uomini di Luras sarebbero femminili in gruppo?

Meno male che ho traslocato, ma non ho dato il mio nuovo indirizzo a nessuno!

Dico, a Luras hanno il candelotto facile, eh!

La lingua influenza la realtà?

Traete da voi le vostre conclusioni.

La realtà influenza la lingua?

A livello del lessico senz’altro–quando ha origine un nuovo concetto, si inventa o si cambia una parola–ma a livello di grammatica, questi esempi mostrano che non è così.

Cosa, nella realtà dei Galluresi, potrebbe aver indotto a usare il plurale maschile anche per le donne?
E poi, “dulcis in fundo”, la parola olandese per “governo” (regering)  è di genere femminile.

Corrisponde, insomma alla “matria” riesumata da Michela Murgia.

L’Olanda non ha mai conosciuto un governo a guida femminile.

Questo dice tutto quello che c’era da dire.

Insomma, tontesas a stracu baratu.

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