Archive for January, 2018

January 20, 2018

Perché voterei s’arrumbiamerda

Hanno cominciato nel modo peggiore possibile.

Un simbolo egizio che rimanda–almeno sperano–al nostro passato glorioso, vecchio di millenni.

Accompagnato poi da etimologie cervellotiche.

In effetti, poi, sono solo un cartello elettorale composto per lo più dai soliti noti e messo insieme all’ultimo momento.

Insomma, faccio mie tutte le critiche di Vito Biolchini e ci aggiungo anche le prese in giro di un certo Pitzalis.

Eppure voterei ugualmente per loro.

No, la maggior parte di loro non mi è neppure simpatica.

Sapete tutti, oltretutto, che io non sono nemmeno indipendentista, almeno nel senso che considero l’impendenza statuale al massimo un mezzo e non un fine.

Il fine è vivere bene da Sardi in Sardegna.

Ma ugualmente voterei per AutodetermiNazione.

Perché alle elezioni si va a votare per motivi politici, non per dimostrare a noi stessi quanto siamo belli: eja, Liberi e Belli!

La realtà politica è che i Sardi sono il 2,6% dell’elettorato della Repubblica Italiana e che quindi i partiti italiani non hanno alcun interesse a rappresentarla.

Pensate alle servitù militari: perché i terreni sottoposti a servitù militare non sono localizzati in Lombardia o in Sicilia?

Perché i Lombardi e i Siciliani non lo accetterebbero mai.

Ma soprattutto perché rappresentano un numero sufficiente di elettori da garantirsi contro la prepotenza dello stato.

A nessun partito conviene far incazzare tutti questi milioni di elettori, che quindi, come sappiamo bene, condizionano anche le iniziative politiche dei partiti.

I Sardi invece sono pochi e non contano una mazza: né per lo stato, né per i partiti italiani.

Se un sardo prova a fare gli interessi dei suoi elettori, viene cacciato: così è successo a Cotti e Scanu, proprio rispetto alle servitù militari.

È l’ennesimo esempio del fatto che i partiti italiani rappresentano gli interessi degli italiani, non quelli dei Sardi.

Del resto, nei partiti italiani, i Sardi vanno avanti in maniera direttamente proporzionale al loro grado di alienazione dalla realtà sarda: si veda, per tutti, l’ultima menata di Massimino Arrì Arrò : Dice no all’indipendentismo, anche se poi aggiunge che «lo Stato deve riconoscerci maggiori diritti e noi dobbiamo essere più bravi a esercitare l’Autonomia. E rivela poi un «sogno: gli Stati uniti d’Europa, quello è il futuro e speriamo non sia lontano».

Ancora qui a mendicare “maggiori diritti” dallo stato, anziché riconoscere che i nostri interessi sono spesso inconciliabili con quelli dello stato italiano.

Votare un partito italiano è come spararsi agli zebedei.

Stessa storia il non andare a votare.

Si ndi seus lingius is didus de Pigliaru!

Pigliaru è stato eletto soltanto perché la metà dei Sardi non è andata a votare.

Non c’è bisogno di essere indipendentisti per capire che alla Sardegna occorre uno schieramento politico che sia lì per fare gli interessi dei Sardi ogni volta che questi contrastano con gli interessi degli Italiani.

Pensate soltanto alla tragicommedia della Vertenza Entrate.

Io, socialista, federalista, una vita a sinistra, voto nella Circoscrizione Europa, quindi non potrò votare per s’arrumbiamerda.

Ma se fossi in Sardegna, lo farei di cuore.

Non fosse altro che per mandare agli Italiani il messaggio chiaro che “avete davvero rotto i coglioni!”

 

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January 14, 2018

Su carrabusu, ovvero, l’incapacità di immaginare un futuro

Lo scarabeo–arrumbiamerda, in iglesiente–spinge la sua palla di sterco all’indietro.

Eccolo qui il simbolo egizio-nuragico che fin dall’inizio non mi ha convinto.

Al di là di tutte le critiche già fatte da altri, quel simbolo non mi convinceva.

Non sapevo esattamente perché, ma non mi convinceva.

Mi son preso il tempo.

Ci ho scherzato su.

Volevo crederci, ma non ci riuscivo.

S’arrumbiamerda torrat agoa.

E infatti è un simbolo che ci rimanda al passato, un grande passato, ma un passato millenario.

Non potrebbe esserci simbolo più adeguato per esprimere la nostra paura del presente e del futuro.

Tornare ai nuraghi, tornare indietro di millenni.

Già mi ripugnava tornare alla Sardegna dei giudicati, come proponeva quel gigolo a stracu baratu.

Tornare alla Sardegna dei nuraghi, tornare agli Egizi.

Ita tristura.

E, quie cheret cumprender, cumprendat.

January 9, 2018

Una lingua unitaria che non ha bisogno di standardizzazioni

  1. Introduzione

Il sardo avrebbe già da decenni una sua forma ufficiale e condivisa, se sulla sua strada non avesse trovato due miti secolari, nati prima che la linguistica avesse origine e propagati da uno studioso aderente a una fase ancora rudimentale della linguistica, studioso che, nelle università italiane di Sardegna, e quindi dal grande pubblico, viene considerato l’unica autorità in merito alla lingua sarda: Max Leopold Wagner.

Il primo mito vuole che il sardo sia diviso in due varietà: il campidanese e il logudorese; il secondo proclama il sardo meridionale come spurio, non rappresentativo, a causa del contatto con il toscano medievale.

Il sardo è una lingua naturale e, in quanto tale, possiede la sua normale dose di varianti locali. La variazione esistente è comunque limitata fondamentalmente alla pronuncia differente di parole per il resto identiche (variazione fonologica/fonetica), a un totale di parole differenti del 17,5% dell’insieme del lessico (variazione lessicale), verificate nei due dialetti più distanti fra di loro (Orune e San Giovanni Suergiu) e a una notevole variazione nella composizione fonematica dei morfemi verbali. La grammatica nel suo insieme (morfo-sintassi) presenta invece una grande omogeneità (si veda Bolognesi, 2013).

Contemporaneamente, la grande variabilità fonologica/fonetica non impedisce la mutua intelligibilità dei vari dialetti sardi: chiunque abbia una buona competenza di uno dei dialetti locali è in grado di conversare in sardo con un parlante di qualunque altro dialetto.

Data questa situazione di omogeneità, quello che occorre per arrivare a una forma unitaria del sardo scritto è soltanto una norma ortografica che risulti accettabile alla maggioranza dei sardi, considerare la variazione lessicale come quella ricchezza di sinonimi che in effetti è e identificare un paradigma verbale (il set di morfemi) che si presenti come il più condivisibile.

Questa proposta generale, presentata per la prima volta in Bolognesi (1999), trova oggi un sostegno diffuso. A questo va aggiunto che, data l’esistenza della LSC (Limba Sarda Comuna) e data la sua larga accettazione da parte dei parlanti delle varietà centro-settentrionali, una proposta di ortografia unitaria del sardo può essere sviluppata apportando gli opportuni emendamenti alla LSC, in modo da permettere un passaggio agevole dalla pronuncia dei dialetti locali alla grafia normalizzata e viceversa.

Premesso tutto questo, ciò che rimane da superare sono gli ostacoli politici che finora hanno impedito di trovare il consenso della maggioranza dei sardi a una proposta di ortografia unitaria.

E questi ostacoli—ripeto, politici—sono tradotti da chi, apertamente o velatamente, si contrappone all’ortografia unitaria nei due miti citati qui sopra: a) sarebbe impossibile unificare il sardo; b) il sardo meridionale non sarebbe rappresentativo, in quanto influenzato dal contatto con le lingue dominanti.

Svelando i miti come pregiudizi ascientifici, si apre la strada per un approccio razionale all’unificazione dell’ortografia del sardo

 

 

  1. Il mito della divisione del sardo in due varietà

Almeno a partire dal 1567, le denominazioni di Cabu de susu e Cabu de josso hanno distinto vagamente il meridione dal settentrione dell’isola e cioè le regioni amministrate dai due capoluoghi dell’isola: Cagliari e Sassari, (si veda Hieronimus Olives, proemio a “Commentaria et glosa in Cartam de logu”, citato in Storia naturale di Sardegna (Francesco Cetti, 2000, Ilisso, Nuoro).

La pretesa polarizzazione linguistica dell’isola è il risultato dell’estensione, effettuata da non linguisti, della polarizzazione amministrativa esistente da secoli ad altri settori della realtà sarda.

Il naturalista Francesco Cetti, sbarcato in Sardegna nel 1765, con lo scopo di studiare la fauna dell’isola, afferma: «Si divide pure questo continente in parte meridionale, e in parte settentrionale con altri nomi, chiamando la parte meridionale Capo di sotto, e la settentrionale Capo di sopra.». (Cetti 2000:63-64)

Cetti ha il problema “pratico” (amministrativo?) di dividere la Sardegna in due parti uguali, basandosi, per esempio, sull’orografia.

A questo punto, Cetti decide anche di suddividere la lingua della Sardegna  in due varietà che, ora necessariamente, devono corrispondere alla suddivisione dell’isola in due capi: «Nella lingua propriamente sarda il fondo principale è italiano; vi si mischia il latino nelle desinenze, e nelle voci; vi è pure una forte dose di castigliano, un sentor di greco, un miscolin di franzese, altrettanto di tedesco, e finalmente voci non riferibili ad altro linguaggio, che io sappia.  […] Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ciò sono il campidanese, e ‘l dialetto del Capo di sopra. Le principali differenze sono, che il campidanese ha in plurale l’articolo tanto maschile quanto femminile is e ‘l Capo di sopra dice in vece sos e sas; inoltre il campidanese termina in ai tutti i verbi che il Capo di sopra finisce in are, non senza altre differenze di parole, e di pronuntzia». (Cetti 2000:69-70)

Cetti non era un linguista, né sarebbe potuto esserlo in quel tempo. Dopo aver tracciato una divisione geografica della Sardegna, che lui stesso ammette essere arbitraria, fornisce due caratteristiche in base alle quali l’isola si può – visto che, per lui, si deve – dividere anche linguisticamente in due. Tutto qui.

Marinella Lőrinczi, sulla base di questo brevissimo passaggio di Cetti – naturalista, ribadiamo, non linguista – che lei oltretutto non cita letteralmente, ritiene di poter trarre la seguente conclusione: «La percezione tradizionale dei dialetti sardi viene registrata nel Settecento dal naturalista Francesco Cetti nell’introduzione ai Quadrupedi di Sardegna». (1774, ora in Cetti 2000:70)

Quello che Lőrinczi tralascia di riportare è il fatto che, ai tempi di Cetti, gli abitanti stessi della zona centrale non sapevano esattamente a quale capo appartenessero: «[…] onde in luogo medesimo si trova chi si ascrive al Capo di Sopra, e chi a quel di Sotto». Possiamo quindi, sulla base di quello che il Cetti medesimo riporta, escludere che la divisione netta della Sardegna in due capi sia qualcosa che i Sardi stessi effettuavano “tradizionalmente” almeno là dove tale distinzione poteva essere rilevante. Inoltre, non si comprende né perché le due ‘isoglosse’ menzionate dal Cetti debbano essere considerate “principali”, né da chi.

Un’altra autorità storica che viene invocata, per poter suddividere il sardo in due varietà nettamente distinte, è il canonico Giovanni Spano, autore di Ortografia sarda nazionale, ossia grammatica della lingua logudorese paragonata all’italiana (1840). Giovanni Spano, di Ploaghe, nella sua grammatica fa coincidere il sardo con la varietà locale di cui era parlante, e distingue questa dalla “varietà meridionale”.

Nella prefazione al dizionario dello Spano, scritta dal suo editore, si trova l’esplicita suddivisione del sardo in due varietà nettamente separate: «Tra le otto famiglie di dialetti che originarono la lingua italiana, havvene due che alla nostra isola si appartengono, la Sarda e la Sicula, parlata la prima nelle parti meridionali e centrali, la seconda nelle parti settentrionali. […] Pisani e Genovesi come intaccarono il nazionale governo, ci guastaron pure la unità di lingua.» Mentre gli Spagnoli: «[…] molto la bruttarono nelle parti meridionali da formare quasi un distinto dialetto». Insomma, sassarese e gallurese (le due varietà non linguisticamente sarde parlate nel settentrione dell’isola) vengono definiti come dialetti siciliani, mentre più avanti si ritrova il tema delle pretese influenze del pisanoe genovese medievali sul sardo meridionale, riprese poi dal Wagner e dai suoi adepti. Notevole è anche il disinvolto collegamento tra le vicende politiche della Sardegna e la lingua: «Pisani e Genovesi come intaccarono il nazionale governo, ci guastaron pure la unità di lingua». Siamo chiaramente in pieno clima culturale risorgimentale, nel quale vige l’equazione “una lingua = una nazione = uno stato”.

Venendo meno l’unità dello stato, deve venir meno anche l’unità linguistica. Ancora più avanti si trova l’esplicita divisione del sardo in due gruppi, effettuata non in base alle caratteristiche strutturali dei vari dialetti, ma in base alla geografia: «Il dialetto sardo quindi rimase distinto in due gruppi, il meridionale parlato in Cagliari, Iglesias, Tortolì, Oristano, in quanti insomma vivono da

Spartivento al Belvì; il centrale parlato in Logudoro da Gennargentu fino a Limbara». (Spano 1851-52)

Nel solco di questa tradizione si è inserito Max Leopold Wagner, il quale aveva in proposito delle idee già ben formate nel momento stesso in cui pose piede in Sardegna per la prima volta.

Wagner, al termine del suo primo viaggio in Sardegna, durato alcuni mesi, tra il 1904 e il 1905, si era convinto di aver rilevato una stretta connessione tra lingua, cultura e, addirittura, razza, e che queste si riflettessero in una divisione generale della Sardegna: «È difficile trovare in Europa altre regioni in cui meglio si sono conservate le tradizioni e gli usi di una volta, e dove gli abitanti – uomini liberi e belli – ricompensano di tutti i disagi. Il sardo dei monti è un tipo del tutto diverso dal suo fratello della pianura. Mentre questo è di statura piccola, colorito pallido, carattere servile e tradisce chiaramente l’impronta spagnola, il sardo delle montagne è alto, il sangue gli si gonfia e ribolle nelle vene. È attaccato alla sua vita libera e indomita a contatto

con la natura selvaggia. Egli disprezza il sardo del meridione, il Maureddu, come nel Nuorese vengono chiamati gli abitanti della pianura. È fuori di dubbio che in queste montagne l’antica razza sarda si sia conservata molto più pura che nella pianura, continuamente sommersa dai nuovi invasori. Anche la lingua è la più bella e la più pura; è un dialetto armonioso e virile, con bei resti latini antichi e una sintassi arcaica, quello che sopravvive in questi monti con sfumature varianti da un villaggio all’altro.». (Wagner 1921/1996)

Questi pregiudizi, mai verificati, ma riprodotti acriticamente, si ritrovano nella motivazione della scelta delle forme settentrionali effettuata con la LSU: « Sa norma istandard unificada deliberada dae sa cumissione cheret mediare intro de sas variedades tzentru-orientales, prus cunservativas e sas meridionales de s’ìsula, prus innovativas, e est rapresentativa de sas variedades prus a curtzu a sas orìzines istòricu-evolutivas de sa limba sarda, prus pagu esposta a interferèntzias esternas, meda documentadas in testos literàrios, e in foras de sa Sardinna prus insinnadas e rapresentadas in sas sedes universitàrias e in su mundu sientìficu. »

A questo punto, non rimane che vedere i lavori di Contini (1987) e Bolognesi (2013) e scoprire che il mito della suddivisione del sardo in due macrovarietà non ha alcun fondamento scientifico: è semplicemente un mito.

 

  1. La pretesa toscanizzazione del sardo meridionale

L’altro mito ripetuto da quasi tutti quelli che si sono occupati di sardo, riguarda la pretesa toscanizzazione del sardo meridionale, che sarebbe avvenuta nel Medioevo, a partire dalla caduta del Regno di Cagliari nelle mani della repubblica di Pisa, nel 1258. Si tenga presente che il dominio pisano su Cagliari è durato soltanto 80 anni e che, quindi, la toscanizzazione del sardo meridionale avrebbe qualcosa di miracoloso, alla luce di quello che oggi sappiamo, per esempio, sulla cronologia dell’italianizzazione linguistica della Sardegna.

Cito la sociolinguista francese Emmanuelle Andre (1997:37) per esemplificare il modo in cui il luogo comune sull’influenza sulla fonologia del sardo da parte delle lingue dominanti viene riprodotto in lavori che si limitano a consultare le fonti standard sulla storia linguistica del sardo: «In effetti, le dominazioni di Pisa e di Genova provocano la pluralizzazione delle varietà del sardo. Si distinguono essenzialmente il “logudorese-nuorese” al centro dell’isola e il campidanese al sud. Quest’ultimo ha subito un’evoluzione fonetica, morfologica e lessicale, che tende a differenziare le une varietà dalle altre seguendo l’influenza linguistica alla quale è stata sottoposta. Così, il sud è stato condizionato fortemente da Pisa».

Le affermazioni di Andre si basano su Blasco Ferrer (1984), il quale a sua volta si rifà a Wagner (1932). Per quanto riguarda lo studioso tedesco, egli aveva concepito questa visione della variazione linguistica nell’area sarda ben prima di avere l’opportunità di studiare a fondo il problema, come si è visto qui sopra. Ma Wagner stesso non ha neppure il merito di essere il creatore del mito: si limita a riprenderla da un altro autore: il canonico Giovanni Spano, già citato.

Blasco Ferrer (1984) presenta una manciata di fenomeni che egli stesso attribuisce al contatto tra il pisano medievale e il sardo meridionale. Faccio copia-e-incolla dal mio libro Sardegna fra tante lingue (Condaghes, 2005)

I fenomeni fonetici indicati da Blasco Ferrer (1984) sono i seguenti:

  1. a) sonorizzazione delle sorde intervocaliche (pag. 71);
  2. b) mancata labializzazione dei nessi KW e GW (pag. 135);
  3. c) palatalizzazione delle occlusive velari davanti alle vocali E e I (pag. 135);
  4. d) in camp. la sibilante /s/ in posizione postconsonantica diventa affricata come in toscano, it. mer. e romanesco antico /fórtse/ <forse> (pag. 135);
  5. e) il dittongo AU monottonga a /o/ come in toscano (pag. 136).

Sonorizzazione delle sorde intervocaliche

Analizzo, per motivi di spazio, soltanto il primo fenomeno, che è anche l’esempio più eclatante della rudimentalità delle analisi tradizionali sul sardo.

La scelta di questo fenomeno per esemplificare l’influsso alloglotto sulla fonologia del sardo ci lascia perplessi, visto che esso non è affatto presente nel toscano (sardo: muδu, pagu, saβa ~ fiorentino: muϴo, poho, saɸa ~ italiano: muto, poco, sapa), mentre è attestato già nella Carta Volgare del Giudice Torchitorio (1070-1080), primo documento in sardo, antecedente alla dominazione pisana di circa due secoli.

Il fenomeno che Blasco Ferrer etichetta come “sonorizzazione” consiste, in effetti, nei dialetti sardi in cui è presente, oltre che nella sonorizzazione, anche nella spirantizzazione delle plosive sorde: il fenomeno si definisce tradizionalmente come lenizione. Come è noto, la spirantizzazione presente nel toscano moderno (Gorgia toscana) non prevede la sonorizzazione delle consonanti sorde (es. muϴo, poho, saɸa). Inoltre, neanche la spirantizzazione del sardo può in alcun modo essere attribuita al contatto con il toscano. L’attestazione della rappresentazione grafica della Gorgia toscana (sec. XVI, si veda Izzo 1972:8) è di molto posteriore all’attestazione della “sonorizzazione” nel sardo e alla fine della dominazione pisana in Sardegna. A questo si aggiunga che nel pisano la Gorgia Toscana implica soltanto la spirantizzazione della /k/ a /h/, o la sua caduta (cfr. Izzo 1972:99), mentre nel sardo il fenomeno coinvolge tutte le occlusive sorde (plosive e spiranti). Quest’ultimo punto è cruciale anche perché indica che la Gorgia Toscana, a partire da Firenze, si è diffusa in modo diverso nei territori delle altre città toscane assoggettate nel corso dei secoli, raggiungendo parzialmente le zone più distanti, fra cui Pisa, e posteriormente al dominio pisano in Sardegna.

Come sostenuto da Giannelli & Savoia (1979-80): «È verosimile che questo processo di adeguamento alla pronuncia della Toscana centrale si collochi nel quadro della “pax fiorentina” imposta alla regione dopo il 1559». A questo va poi aggiunto il fatto che lo stesso Blasco Ferrer (1984:24), per motivi completamente oscuri, classifica lo stesso fenomeno fra quelli arcaici, per attribuirlo poi al pisano, alla pagina seguente, appoggiandosi a Wagner (1941). E si tenga anche presente che il fenomeno è diffuso in tutte le varietà del sardo, tranne che in un ristretto gruppo di dialetti centrali.

Per una confutazione delle altre attribuzioni di Blasco al pisano, rimando a Bolognesi & Heeringa (2005). In questo studio si possono trovare anche le misurazioni delle distanze tra l’italiano e decine di dialetti sardi. Da queste misurazioni risulta che i dialetti più distanti dall’italiano sono, contrariamente a quanto vuole il mito, i dialetti meridionali.

 

 

  1. Conclusioni

 

Da quando l’analisi scientifica di un gran numero di dialetti, effettuata in Contini (1987), Bolognesi & Heeringa (2005) e Bolognesi (2013) ha liberato il campo dai due miti che intralciavano l’unificazione ortografica del sardo, è diventato chiaro che gli unici ostacoli a questa unificazione sono di natura politico-ideologica.

Il sardo non è diviso in due macrovarietà inconciliabili tra loro e i dialetti meridionali sono, se possibile, ancora più “sardi” degli altri.

Gli oppositori dell’unificazione e i sostenitori della superiorità dei dialetti settentrionali non hanno più foglie di fico pseudoscientifiche per nascondere le loro vergogne politiche.

Entrambe le posizioni si sono sempre fatte scudo del lavoro di Wagner, effettuato con strumenti rudimentali all’interno di un quadro teorico rudimentale.

Il sardo è una lingua fondamentalmente unitaria, suddivisa in varietà locali che sono tutte altrettanto “pure” e rappresentative.

Non esiste alcuna giustificazione scientifica dell’uso di un doppio standard, né di preferire le forme centrosettentrionali a quelle meridionali.

Per arrivare a creare un consenso generale attorno a un’ortografia standard, basta, a questo punto, adottare un criterio neutrale e costante per scegliere delle forme che, con le regole naturali di pronuncia che le accompagnano, permettano a tutti i sardi di sentirsi a loro agio con il sardo scritto.