Il latino deriva dal Sardo? Processi storici possibili e impossibili

Giorni fa, su Facebook ho scherzato sulla “fissione” della B in sardo che, prendendo per buona la tesi di Bartolomeo Porqueddu,  avrebbe portato a ben 4 suoni differenti in latino.

Ora, mettendo da parte gli scherzi, mostrerò come un tale processo di “fissione” di un fonema sia impossibile, mentre il contrario–quattro fonemi o nessi consonantici che diventano una B unica–è possibile e facilmente spiegabile.

Per capirci, bisogna prima di tutto sapere cosa rappresenta la lettera B in termini di articolazione di quel suono.

Mettetevi davanti allo specchio, poggiate un dito sulla gola, all’altezza delle corde vocali e pronunciate una B.

Vedrete che le labbra si chiudono completamente, bloccando l’uscita dell’aria proveniente dai polmoni, per poi aprirsi. Nel mentre sentirete che le corde vocali vibrano.

La lettera B rappresenta una plosiva labiale sonora.

La lettera P, invece, rappresenta una plosiva labiale sorda: le corde vocali non vibrano.

Fate la prova davanti allo specchio.

Questo significa che, diversamente dal modo in cui le lettere dell’alfabeto li rappresentano, i fonemi /b/ e /p/ non sono degli oggetti completamente diversi, ma differiscono soltanto per una caratteristica distintiva.

Il fonema /b/, quindi è il risultato della combinazione di tre caratteristiche distintive:

labialità = il flusso dell’aria proveniente dai polmoni viene bloccato per un’attimo serrando, appunto, le labbra;

discontinuità: il flusso dell’aria proveniente dai polmoni viene bloccato per un’attimo;

sonorità: durante l’emissione dell’aria le corde vocali vibrano.

Possono queste caratteristiche della B trasformarsi in qualcos’altro?

No, non spontaneamente, ma una o più di esse possono essere sostituite da altre caratteristiche provenienti dal contesto: fonemi adiacenti o altro.

Affrontiamo adesso il problema della B del sardo settentrionale che avrebbe dato origine a quattro suoni diversi in latino:

  1. boe —> bos, bovem
  2. boghe = boGe —> vox, vocem = wokem (la V latina rappresentava la semivocale bilabiale)
  3. batoro —> quattuor = kwat:wor
  4. limba —> lingua = liNgwa

Messo in questi termini, il fenomeno avrebbe qualcosa di miracoloso: la moltiplicazione dei fonemi e per di più in seguito a una mutazione spontanea.

Vediamo in cosa consistono questi mutamenti:

  1. w = semivocale bilabiale: si pronuncia non ostruendo il flusso dell’aria, ma modulandolo con le labbra semichiuse, e facendo vibrare spontaneamente le corde vocali. Un mutamento spontaneo da /b/ a /w/ è poco probabile, perché la /b/ costituisce un incipit sillabico superiore alla /w/, essendo una consonante a tutti gli effetti (si veda Bolognesi 1998). Ammettendo comunque un tale mutamento spontaneo, non richiesto da alcun contesto fonologico, rimarrebbe da spiegare come mai la /b/ di boe rimanga immutata in un contesto identico.

2) kw = nesso costituito dalla plosiva velare sorda + semivocale bilabiale. Da dove proverrebbe la plosiva velare sorda? Impossibile rispondere a questa domanda.

3) gw = nesso costituito dalla plosiva velare sonora + semivocale bilabiale. Da dove proverrebbe la plosiva velare sonora? Impossibile rispondere a questa domanda. Impossibile anche spiegare la presenza della sonorità, visto che la parola sarda settentrionale chimbe ([kimbe])  avrebbe dato in latino quinque (kwinque]).

Se invece ribaltiamo il processo, si ottiene una spiegazione lineare delle differenze tra sardo settentrionale e latino:

  1. boe <— bos, bovem
  2. boghe = [boGe] <— vox, vocem = [wokem] (la V latina rappresentava la semivocale bilabiale)
  3. batoro <— quattuor = [kwat:wor]
  4. limba <— lingua = [liNgwa]

1) La forma sarda boe deriva direttamente dall’accusativo latino bovem, tramite la caduta della V e della M.L’ipotesi contraria dovrebbe spiegare da dove viene la S del nominativo latino bos.

2) La forma sarda binu deriva dal latino vinum, con caduta della M, e trasformazione della semivocale /w/ in un perfetto incipit sillabico costituito da una consonante vera.

3) I nessi consonantici /kw/ e /gw/ si fondono nella consonante /b/, che conserva la caratteristica labiale della /w/ e la sua sonorità, evitando però che questa si trovi in una posizione extrasillabica, come in latino (si veda Bolognesi 1989 per un’analisi dell’extrasillabicità).

Un fenomeno identico ha portato, nel sardo di Pattada a fondere il nesso /kj/ nella affricata sonora alveo-palatale [d3]: chiaru —> giaru.

L’elenco di fenomeni impossibili da spiegare con la teoria di Porqueddu è lunghissimo.

Questo comunque basta a mostrare che il latino non può essere derivato dal sardo.

 

 

3 Responses to “Il latino deriva dal Sardo? Processi storici possibili e impossibili”

  1. Il libro costa 148 euro.

  2. Il libro di Porcheddu costa 148 euro.

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