cappelletti in brodo

Melegatti Pellegrina.
Mia nonna paterna.
Per me era uno dei ritratti sbiaditi che mia mamma tirava fuori dall’armadio per il 2 novembre e ci metteva sotto i ceri rossi dei morti.
Era morta l’anno che sono nato io.
E la storia della sua paresi. Era arrivato il comunicato: “Il soldato Bolognesi Sergio risulta disperso”.
In Russia, disperso in Russia.
“Lei è andata di su, senza dire niente, e quando è tornata aveva la bocca tutta storta”.
Lui le aveva detto: “Se non torno dalla Russia è colpa sua.”
Lei aveva rifiutato di fare domanda di esonero per lui: due fratelli più grandi erano gia’ stati richiamati e lui sarebbe potuto non partire.
Ma-questa e’ una delle storie poco chiare di mia madre-allora sarebbe dovuto partire il figlio seguente al posto suo.
Mia madre raccontava spesso di queste storie poco chiare, cose che poi da vecchia avrebbe raccontato in modo molto diverso.
I “Bolognesi“ per me erano un popolo misterioso costituito soprattutto da morti che apparivano il 2 novembre con i loro ritratti sbiaditi, per poi sparire di nuovo, e dalle storie piene di rancore di mia madre. Lei non si era potuta abituare a vivere nella famiglia allargata emiliana: la famiglia azienda.
Pellegrina Melegatti e Paolo, il figlio maggiore, avevano deposto il patriarca Antonio, in origine becchino a Migliarino (FE). E a comandare erano Pellegrina e la Marcella, la moglie di Paolo.
Ha lottato fino a quando è riuscita a convincere mio padre a vivere in una famiglia mononucleare, come i sardi.
Poi, un giorno prima di Natale, i “Bolognesi” sono arrivati da vivi.
Dopo dieci anni di distacco, i rapporti erano ripresi.
Erano zio Paolo, Floriano e Sergio, miei cugini.
Alieni, marziani: venivano da Fertilia, una frazione di Alghero, ma non erano come noi.
Non parlavano come noi e non si vestivano come noi.
Io avevo otto anni e stavo per fare una delle scoperte più sconvolgenti della mia vita: i cappelletti.
I “Bolognesi” avevano portato un salame grosso e molliccio, che avavano fatto nella loro fattoria di Fertilia. Vedevo l’eccitazione dei miei genitori: “Domani facciamo i cappelletti!”
Anche io ho aiutato a piegare in quel modo strano la pasta ripiena.
Ma vedere quell’impasto grigiastro mi faceva un po’ schifo.
E al pranzo di Natale esitavo a mettermi in bocca quel boccone molliccio e dall’odore così diverso da tutto quello che avevo mangiato fino a quel giorno.
Il sapore, invece era sconvolgente: mi faceva pensare alle cose che si fanno quando i grandi non vedono quello che fanno i bambini.
I grandi dicevano “Sono proprio come li faceva la mamma”. I cappelletti di Pellegrina Melegatti.
Quella morta dal viso duro e tristissimo era diventata una creatrice di gioia.
Non riuscivo a crederci.
Quando ho capito che non avrei più avuto un vero posto fisso in cui ripararmi, mi sono fatto insegnare da mia madre a fare i cappelletti. L’unica ricetta che ho imparato da lei.
Me li faccio solo a Natale: cappelletti in brodo, alla ferrarese.
I miei amici e amori olandesi non capiscono come uno possa passare tante ore in cucina per un primo piatto.
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2 Comments to “cappelletti in brodo”

  1. ma io mi aspettavo la ricetta!

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