Contributo alla discussione nel sito iRS

Come ha detto una volta il grande timoniere Mao Zen Dong: “tutto va bene: la confusione regna sotto il cielo!”

Questa per me è l’ennesima discussione sulla questione dell’unificazione della lingua e mi permetto di constatare che tutto va come previsto: un gran casino che, se le cose dovessero andare come le altre volte, farà aumentare esponenzialmente la coscienza linguistica dei partecipanti e di moltissima altra gente.
So per certo che il dibattito è seguito anche da esterni.
Le novità, questa volta, sono costituite dal livello molto alto della discussione-anche grazie all’esplosione del sardo su Internet, che permette di accedere a una mole molto più grande di informazioni-e il fatto non sorprendente che i rapporti di forza tra favorevoli e contrari in questa sede si sono ribaltati, rispetto ad altre discussioni.
Le costanti sono, appunto, quelle di sempre:
Esistono due posizioni politiche, ma solo la prima (“vogliamo una qualche unificazione del sardo”) viene apertamente dichiarata come tale.
L’altra posizione (“non vogliamo alcun tipo di unificazione del sardo”) viene invece contrabbandata come un dato di fatto (“il sardo è diviso in due varietà”) che, per qualche misteriosa ragione, non potrebbe essere superato pena, cito uno dei partecipanti anti-unificazione, la fine del mondo o quasi: “Se lei non vede politicamente gli effetti che avrà la sua scienza, ma si preoccupa di accertarsi che la sua tecnica funziona, è come colui che mentre assembla la bomba atomica non si pone il problema di chi e come la userà.”
Anche queste esagerazioni sono una costante del dibattito.
Un’altra è costituita dalla condannna per vizi formali del sottoscritto.
Come se non ci fossero archiviati tutti gli interventi e non si potessero ricostruire cause e conseguenze di certe reazioni: i forum su Internet non sono come la televisione, in cui tutto dura al massino una sera.
Un’altra costante ancora è costituita dal fatto che i fautori della tutela del “campidanese”-tanto sempre di quello si tratta-si guardano bene dall’esprimersi nella lingua che dicono di voler tutelare.
Ora, quando è che una lingua muore? Quando nessuno più la parla!
E qual’è la prima cosa da fare se vogliamo salvare una lingua? Usarla nel parlato e nello scritto in qualsiasi occasione possibile!
Perché non lo fanno?
Strettamente collegata, ma non necessariamente coincidente, è l’altra costante: i difensori a oltranza del “campidanese” entrano in azione soltanto-ma davvero soltanto allora-quando questo “viene minacciato” dal progetto di unificazione del sardo.
L’esempio più eclatante viene dal Presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, che ha lasciato inutilizzati qualcosa come 450.000 Euro ricevuti dallo stato in ottemperanza alla legge 482/99, che sono stati restituiti allo stato, mentre il Presidente ha trovato il tempo e l’energia per scrivere l’introduzione a un pamphlet anti LSC.
Perché non ha utilizzato quel mucchio di soldi per il “campidanese”, magari in aperta polemica con la LSC? Finanziando, per esempio, corsi di “campidanese” per funzionari e insegnanti, che ne so?
Perché?
Quando c’è da tutelare tutto il sardo (“campidanese” compreso) dall’invadenza dell’italiano o dalle prevaricazioni dello stato e dei suoi adoratori, il loro amore sviscerato per la loro identità linguistica esclusivamente locale e/o per la ricchezza linguistica della Sardegna improvvisamente si attenua.
Come in questi giorni in cui si è appreso che il sardo è stato escluso dal governo dal “Terzo rapporto dell’Italia sull’attuazione della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali”.
Perché nutrono per il “campidanese” un amore “a cucù”?
Solo i diretti interessati possono rispondere a queste domande.
Io mi limito a constatare il loro comportamento e a stupirmi.
Due posizioni politiche, dunque, ma la seconda viene presentata come un dato di fatto.
Ammettiamo che sia vero che il sardo è diviso in due varietà: questo impedirebbe una qualche unificazione della limba?
No, perché mai dovrebbe?
Viviamo in un epoca in cui una massa enorme di “dati di fatto” vengono in continuazione superati dal progresso tecnologico e/o sociale. Perché quello no?
Le obiezioni da fare-e anche queste sono state fatte-sono: quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa innovazione?
Quali sono e quanto sono alti i prezzi da pagare e chi dovrebbe pagarli?
In che modo e fino a che punto si pù realizzare l’unificazione del sardo, così da ottenere il massimo dei consensi?
Come si può vedere, le obiezioni strettamente -e sanamente- politiche comportano immediatamente delle risposte tecniche.
E i politici di tre diverse-molto diverse!-amministrazioni regionali hanno ingaggiato delle commissioni di tecnici perché rispondessero a queste domande.
A questo punto, però, bisogna aggiungere che l’amministrazione Soru non ha puntato a raggiungere uno standard che valesse per tutti i Sardi ma, più modestamente, a una forma centrale del sardo che fosse rappresentativa della Regione, in quanto entità amministrativa e rappresentativa di tutti i Sardi, nei documenti “in uscita”. Infatti, l’uso della LSC non è richiesto per coloro che alla RAS si rivolgono (“i documenti in entrata”). E la LSC ammette il lessico di tutte le varietà del sardo: il lessico non è stato quindi “standardizzato”.
Ora, se il problema per gli oppositori fosse stato: “Questa LSC non ci va bene, miglioratela!”, i politici avrebbero potuto incaricare i tecnici-altri tecnici?-di fare di meglio.
Ma questo tipo di critica è arrivata soltanto dal campo dei sostenitori.
Spero che qualcuno mi contraddica su questo punto: ne sarei molto contento…
Quello che si è visto è stato un rifiuto non della LSC, ma dell’idea stessa di qualsiasi forma di unificazione del sardo-“sempre e comunque una prevaricazione”, in nome delle due sacrosante varietà: “il campidanese e il logudorese”.
È a questo punto che la discussione si fa sempre torbida, perché si mescolano argomenti politici, spacciati per scientifici e argomenti scientici veri e propri.
Allora serve un brevissimo appunto metodologico: cosa costituisce un argomento scientifico? Qualsiasi argomento rilevante rispetto al problema affrontato, che possa anche essere verificato.
Ciò che non è rilevante o che non può essere verificato, va scartato a priori.
Non è democratico? No, assolutamente no!
La democrazia appartiene alla politica e non alla scienza.
Dunque un argomento del tipo: “Io mai accetterò la LSC, perché non è campidanese!” costituisce un problema politico, non linguistico. Spetta al politico che vuole unificare in qualche modo il sardo affrontare questo problema, non al linguista.
Il fenomeno può interessare lo psicologo, il sociologo, l’antropologo e il sociolinguista che si chiederanno “perché?” e potranno rivolgersi al linguista per chiarimenti più prettamente linguistici (“Quanto sono distanti il bittese e l’arburese?”), ma non il linguista.
Il linguista si limita a registrare quali sono le caratteristiche del bittese e dell’arburese e a confrontarle fra di loro.
E alla fine, poi, è al politico che tocca risolvere il problema del consenso e non ad alcuno degli specialisti nominati.
Allora, affrontiamo il problema linguistico: esistono il “logudorese” e il “campidanese”?
A livello dello scritto, forse esistono, ma non esistono delle norme chiaramente definite e comunque i sardi che scrivono in sardo rappresentano il 14% della popolazione: dalla ricerca sociolinguistica coordinata dalla Prof.ssa Anna Oppo (Le lingue dei Sardi, una ricerca sociolinguistica: pag.: 76: (http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_4_20070510134456.pdf) risulta che “la quota di persone che afferma di scrivere nelle lingue locali è piuttosto contenuta: solo il 14 per cento degli interpellati dichiara questa abilità”, mentre, “ i dati riportati nella figura 9.1 appaiono, dunque, un poco sorprendenti risultando che oltre il 60% degli intervitati legge in una delle lingue locali.”
Mi sembra ragionevole assumere che chi legge il sardo, legga anche testi scritti in altre varietà. Per quanto riguarda la scrittura, si può avere un’idea di quale sia la situazione, consultando l’archivio della mailing-list dell’Università di Berlino: https://lists.spline.inf.fu-berlin.de/lurker/list/sa_limba.html. Quest’archivio contiene probabilmente il maggior numero di testi in sardo. Altri dati si possono trovare nei vari forum che, su Internet, ospitano interventi in sardo.
Quello che si può rilevare da un’osservazione non sistematica di questi testi è che praticamente tutti i sardi che scrivono in sardo, lo fanno ancora senza seguire alcuna norma, tranne quelli che usano la LSC.
Gli autori del pamphlet “Regole per ortografia, fonetica, morfologia e vocabolario della Norma Campidanese della Lingua Sarda” hanno trovato un totale di 35 scrittori in “campidanese”, distribuiti su un arco di circa 250 anni.
Problema politico: di chi dobbiamo tener conto nel proporre un’unificazione del sardo?
La risposta ai politici!
Problema linguistico: il sardo parlato è diviso in due varietà?
No! E contraddicendosi, lo ha ammesso perfino lo stesso Wagner: “di fronte al logudorese, il quale è spezzettato in tante varietà dialettali, il campidanese ha il vantaggio di una maggiore unità e uniformità” (Wagner, 1951:56).
Rimando alla mia ricerca “La LSC e le varietà tradizionali del sardo” e alle ricerche di Michel Contini per ulteriori argomenti.
Problema politico: di chi dobbiamo tener conto nel proporre un’unificazione del sardo?
La risposta ai politici!

Conclusioni: esistono due posizioni politiche rispetto all´unificazione-in qualche modo-del sardo, ma non confondiamo le carte in tavola!

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