lingua, dialetto e corrispondenti locali

Una dozzina di anni fa, mentre camminavo in un corridoio del dipartimento di Linguistica Generale dell’Università di Amsterdam, ho incontrato una collega marchigiana che faceva il dottorato a Utrecht.
Ci siamo salutati e lei mi fa: “Come va la tua ricerca sul dialetto sardo?”
Io l’ho guardata un po’ di traverso e ho risposto: “Prego? Il sardo è una lingua!”
E lei: “Ma tu sei un leghista!”
Mi sono voltato e me ne sono andato senza salutarla. Sono un buon incassatore, ma a tutto c’è un limite.
Questa collega-ovviamente di sinistra, come la maggior parte dei linguisti- pretendeva di imporre la sua verità politica (lo stato italiano non aveva ancora riconosciuto il sardo come lingua minoritaria) sulla verità scientifica (i linguisti non italiani riconoscevano da decenni lo status di lingua a se del sardo).
Io, rifiutando la sua verità politica, mi ero meritato l’anatema.
Conosco per fortuna diversi linguisti italiani che sono di sinistra e-proprio perché di sinistra-a favore della diversità linguistica.
Conosco anche altri linguisti italiani che sono a favore della diversità linguistica, per esempio, in Giappone (giuro che è vero!), ma non si sono mai resi conto che in Italia esistono tante lingue minoritarie.
A già, questi linguisti riconoscono l’esistenza di comunità che usano lingue che si parlano anche in altri stati, ma tutti gli altri idiomi che si parlano in Italia sono per loro dialetti.
Difficile capire cosa intendano per “dialetto”, visto che si guardano bene dal fornire una spiegazione per la loro definizione.
Intendono dire che i “dialetti” sono delle varianti locali dell’Italiano?
O si riferiscono allo status politico di questi idiomi? Insomma, la famosa definizione di Einar Haugen: “Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta”?
È immediatamente evidente che, qualsiasi definizione fornissero, si troverebbero subito con un bel problema: il veneto o il lombardo o il napoletano varianti locali dell’Italiano?
Ma siamo seri!
L’italiano è stato, fino all’avvento della televisione e della scolarizzazione di massa, una lingua praticamente sconosciuta alla stragrande maggioranza degli italiani. Questa cosa l’hanno chiarita già da decenni Tullio De Mauro e altri.
E l’altra definizione è meglio non usarla, perché così si rivelerebbe il trucco: la Lingua è soltanto il dialetto di chi ha il potere.
Allora meglio tacere!
Se si ammettesse, per esempio, che il veneto è una lingua distinta dall’italiano le conseguenze politiche e sociali sarebbero pesantissime…per i linguisti.
Insomma, addio carriera!
Anche per i linguisti italiani vale il motto: “Usi obbedir tacendo!”
In queste settimane, infatti si sente soltanto lo starnazzare dei corrispondenti locali, scatenati dalle loro testate “prestigiose” per denunciare gli “obbrobri linguistici della Lega”.
Ho visto perfino un titolo che conteneva la parola “operatuû” messa lì con l’intento di ridicolizzare l’assessore leghista che la pronuncia al telefono.
Come se questa parola normalissima avesse qualcosa di intrinsecamente ridicolo. Mentre “operatore”, ah, che bella parola!
Non ricordo come si chiamava quel linguista fascista che attribuiva la pronuncia “lasciva” del francese al loro carattere nazionale decadente.
Il titolo in questione era su Repubblica.
Evidentemente c’è chi pensa di combattere il neo-fascismo leghista con la cultura del fascimo storico: auguri!.
Ma già, Bossi ha proposto l’introduzione del “dialetto” nella scuola.
La cosa in sé è già molto interessante: Bossi infatti non parla di lingue, ma di dialetti.
Qualunque cosa voglia dire, come si vede, siamo distanti anni luce nel modo di definire le lingue locali.
E bisogna subito aggiungere che la sua proposta è bella e lodevole: finalmente i parlanti delle lingue locali vedrebbero riconosciuta la dignità del loro idioma. I bambini, soprattutto loro, non si sentirebbero rifiutati per il fatto di parlare ANCHE un’altra lingua. Se poi non la conoscono ancora, si arricchirebbero imparandola e imparando anche quegli elementi culturali che la lingua locale trasmette. Non c’è certo bisogno di spiegare quanto sia importante conoscere e capire la realtà in cui si vive.
Tra l’altro, è ormai praticamente certo che il bilinguismo-indipendentemente dallo status politico delle due lingue-comporta dei chiari vantaggi cognitivi (cercate su questo sito: http://www.bilingualism-matters.org.uk/. Esiste da qualche parte anche la traduzione in italiano).
Queste cose in Sardegna si fanno già, ma purtroppo ancora in troppe poche scuole.
Come avrete notato, la Sardegna è comunque ancora lì. Non si è allontanata di un centimetro dall’Italia e non si è neppure avvicinata all’Africa.
Se poi proprio volete avere la certezza della “correttezza politica” di queste iniziative in Sardegna, so per certo che in alcune scuole sono insegnanti che votano PD a portarle avanti: insegnanti che vedono gli indipendentisti come il fumo negli occhi.
Sono soltanto insegnanti veramente democratici che hanno capito, tra l’altro, che conoscere il sardo serve anche a migliorare la competenza dell’italiano, perché così i bambini prendono coscienza del fatto che certe strutture dell’Italiano Regionale appartengono in effetti al sardo e vanno evitate nell’italiano standard.
Di quello che si sta cercando di fare in Sardegna non si parla: bisognerebbe ammettere che esistono le lingue minoritarie!
Ma quando parla Bossi-cribbio!-bisogna reagire!
Da un lato è comprensibile-quanto idiota-che si condanni qualsiasi cosa faccia Bossi:“Se mai Bossi dovesse aiutare una vecchietta ad attraversare la strada, noi denunceremo il fatto!”
Dall’altro, però, quello che sta venendo su in queste settimane è l’eterna fobia antidialettale dell’Italiano acculturato: “La fobia antidialettale attechì ben presto nelle nostre scuole, nella
mentalità del ceto insegnante, nell’atteggiamento generale verso la lingua di tutte le autorità dello stato. Era in fondo un’ideologia del potere: una forma, la più immediata e violenta. […] Vedremo nelle prossime pagine che l’odio per il dialetto, vissuto con assoluta ignoranza e isterico autoritarismo dai pubblici poteri, durerà e si approfondirà nel corso del nostro secolo. Arriverà fino a noi, alle nostre scuole, all’esperienza di ciascuno di noi. Tutt’oggi esso non è stato interamente sconfitto” (Stefano Gensini (1982) Elementi di storia linguistica italiana, Minerva Italica, Bergamo).
È triste constatare che i neo-fascisti della Lega portano avanti quelle proposte culturalmente democratiche che dovrebbero essere patrimonio naturale della sinistra, mentre la sinistra, anziché vergognarsi dei suoi ritardi, ci propone il nucleo centrale della cultura fascista: il nazionalismo linguistico.
Una lingua, una nazione, uno stato!
Il monolinguismo come valore: “Sapere di meno è meglio che sapere di più!”
L’ignorance au pouvoir!
Ne abbiamo fatta di strada: oggi basta uno zoticone come Bossi a metterci in crisi.
Questo succede quando la cultura della lingua la si lascia gestire ai corrispondenti locali.
Povero Gramsci, il tuo erede linguistico è Bossi: “Franco in che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. […] Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi l’italiano che voi gli insegnerete sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente circostante e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e a bocconi per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada e in piazza” (lettera a Teresina del 27 marzo 1927).

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