Arregulas mali arreguladas

La proposta di norme linguistiche contenute nel libretto “Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda” sta vivendo quello che forse è soltanto un quarto d’ora di celebrità o forse qualcosa di più.
Vedremo.
Il destino di questa proposta è strettamente legato al destino elettorale del suo sponsor e lunedì sapremo se la scommessa di chi la propone e di chi la sostiene avrà pagato, almeno in termini elettorali.
Ora di parlarne seriamente, allora.
Pu cussu puru scriu in italianu, ca candu scriu in sardu mi benit prus mali a non brullai.
Cosa penso della proposta in se?
Tutto il bene possibile, e so di non essere l’unico a dare un giudizio positivo sulla natura intrinseca della proposta.
Serve una norma per chi vuole scrivere seguendo quella tradizione ortografico-letteraria che ci siamo abituati a chiamare “campidanese”?
Una norma è certamente utile, per esempio, agli editori-quei pochissimi esistenti-che pubblicano opere in sardo. Quando un’autore vuole pubblicare in “campidanese”, è chiaro che l’esistenza di una norma facilita il lavoro. Ed è chiaro anche che, vista l’anarchia grafica dei sardoscriventi, una norma che riesca a farsi accettare da una buona parte di questi scrittori è già un progresso molto grande.
Un’altro aspetto positivo è costituito dalle persone stesse che hanno proposto queste norme: tutta gente impegnata da anni sul fronte della lingua sarda che, oltre al criticare le altre proposte di normalizzazione del sardo (LSU prima, LSC in seguito), ha anche sempre portato avanti iniziative costruttive di insegnamento e diffusione del sardo.
Inoltre, diversi di questi propositori si possono tranquillamente definire come ottimi scrittori in sardo: insomma, questa non è gente che predica bene e razzola male.
Non sono i soliti criticoni del sardo (ufficiale) che scrivono, parlano e pensano esclusivamente in italiano e per il resto si guardano bene dal muovere un dito a favore della nostra lingua, e dicono di voler difendere dialetti locali dalla “glottofagia” dei fanatici propositori di standard, tacendo sul fatto che la vera minaccia per la diversità linguistica in Sardegna è costituita dall’italiano.
Questa è gente diversa: li definirei avversari dell’unificazione del sardo, ma assolutamente da non confondere con i nemici della nostra lingua: po prexeri!
Ora, dato che tutti conosciamo le regole della retorica, dopo questa introduzione positiva tutti si aspetteranno bordate di critiche, e visto che vengono da uno dei propositori della LSC, critiche pesanti.
E infatti le mie critiche a “Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda” sono pesanti.
Le mie sono critiche di due ordini diversi: complementari, ma diversi.
Una proposta di normalizzazione è sempre una proposta politica, che sempre implica delle scelte tecniche che possono, ma non necessariamente devono, discendere dalla proposta politica.
I propositori delle Arrègulas non dichiarano quale sia il loro obbiettivo politico, che comunque è lì, evidentissimo, ma non dichiarato.
Perché?
Troviamo invece due affermazioni pseudo-tecniche che rivelano tutta la natura politica dell’operazione: operazione politica più che legittima, ma allora perché nasconderla?
Nell’introduzione, Graziano Milia scrive: “Est una proposta chi fait contu de sa realidadi, chi iat a bolli nai de su tretu stòricu chi est faendi oindii sa Sardìnnia in sa chistioni de sa Lìngua. Duncas no circant una lìngua artificiali de fai nasci in laboratòriu, comenti po malasorti megant de circai de fai de unu tretu de tempus in Sardìnnia.
Po contras in is Arrègulas s’agatat po primu cosa ca sa Sardìnnia no est lòmpia ancora a un’aunitzamentu de sa Lìngua e duncas sa Lìngua sarda est mancai una, ma a duas (macro) bariedadis diatòpicas (diasistemas sintzillus etotu) e literàrias chi tenint – e depint tenni – sa matessi dinnidadi: su Campidanesu e su Logudoresu.
Insandus su lìburu proponit, po primu cosa, s’arreconnoscimentu de is duas macrobariedadis, e po segundu cosa, abarrendi in su Campidanesu, proponit una Norma campidanesa, cun arrègulas, comenti narat su tìtulu, po s’ortografia, sa fonètica, sa morfologia e su fueddàriu de su Campidanesu.”
La proposta politica di dividere la lingua sarda in due varietà ufficiali o, se vogliamo, di ufficializzare la divisione del sardo, viene presentata come semplice presa d’atto di una realtà indiscussa.
Insomma, siamo di fronte a una manipolazione sfrontata, per usare dei termini molto diplomatici.
Decenni di ricerca scientifica e di dibattito politico scompaiono in questa formulazione.
Anche evitando per ora di affrontare gli aspetti tecnici del problema, rimane l’evidenza enorme del fatto che Milia sceglie di ignorare l’esistenza di interpretazioni molto più articolate della situazione dialettologica nell’area linguistica sarda.
Milia fa una proposta politica di divisione del sardo in due varietà e ha pienamente diritto di farlo, ma non ha il diritto di nascondersi dietro interpretazioni tecniche della realtà che sono, diciamo pure cosí, controverse.
Ci dica invece perché vuole dividere il sardo in due, visto che la “realtà”-a cui lui si appella-lo contraddice smaccatamente.
Sono anni che chiedo ai fautori delle norme per il sardo di motivare politicamente la loro proposta, e credo quindi che la risposta di Milia non arriverà mai.
Un’altra constatazione politica da fare è che, se la Provincia di Cagliari-qualunque fosse la ragione della sua scelta-si limitasse a introdurre il “campidanese” per il suo uso-un po’ come la Regione fa con la LSC-la sua proposta sarebbe ancora tutta interna alla logica che ha prodotto la LSC, la quale lascia gli enti locali completamente liberi di adottare o meno lo standard giuridico-amministrativo regionale.
Ma l’obbiettivo delle Arregulas è dichiaratamente un’altro. Le Arregulas sono intese: “ad uso della Regione Sardegna, a fianco dell’altra varietà della lingua sarda, il LOGUDORESE.” ( Arregulas, pag. 19)
L’obbiettivo politico, allora, eccolo qui: evitare di rappresentare attraverso un’unica lingua ufficiale la fondamentale unità linguistica e culturale dei sardoparlanti.
Hanno tutto il diritto di volerlo, ma allora perché non lo dicono apertamente?

Visto che chi propone le Arregulas nasconde le proprie motivazioni politiche dietro parole importanti come realidadi, andiamo a vedere quale sia stato l’approccio alla realtà da parte del comitato scientifico che le ha proposte. Già, perché definire una realtà complessa come quella della suddivisione dialettologica dell’area linguistica sarda (o qualunque altra) non è proprio un compito da poco.
Tratterò, per motivi di spazio, soltanto alcuni aspetti della metodologia impiegata dagli autori per defifinire la loro realidadi.
A pag. 25 di Arregulas troviamo: “Infatti poiché lo stesso studio di linguistica computazionale di Prof. Bolognesi (componente della commissione regionale) dimostra che la distanza tra dialetti logudoresi e LSC è più breve perfino di quella tra LSC e alcuni dialetti “di mesanía”, è facile immaginare come questa distanza sia ancora superiore rispetto ai dialetti campidanesi (→ il grafico a pag 26 e la tabella a pag. 27”.
La prima sorpresa ce la riserva proprio il grafico a pag. 26: improvvisamente dobbiamo constatare come, in Arregulas, la dialettologia si sia traformata in una branca della teologia.
Non vedo come altrimenti si possa spiegare il fatto che in questo grafico il LOGUDORESE (cioè, “la varietà del sardo non CAMPIDANESE” sia rappresentato come “Uno e Trino”.
Nel grafico sono infatti riportate le distanze tra LSC e dialetti “campidanesi” e, ciascuna separatamente, quelle tra LSC e dialetti “logudoresi”, “nuoresi” e “di mesanía”.
Nel tipo di realtà che affronta la scienza, bisogna scegliere: o il sardo è effettivamente diviso in “duas bariedadis diatòpicas” o non lo è.
Sul dogma della “Santissima Trinità” la scienza non si pronuncia: questa è una questione di fede.
Ma forse la realtà è un po’ più banale: basta dare un’occhiata al grafico per capire che se si mischiassero i dati dei dialetti “logudoresi” (secondo la definizione data in Arregulas) il grafico risulterebbe molto meno suggestivo (in entrambe le accezioni del termine). E per di più non si capisce proprio in base a quali criteri la moltiplicazione “dei pani, dei pesci e dei logudoresi” sia stata effettuata: su questo punto gli autori di Arregulas tacciono. Probabilmente a loro conviene tacere.
Insomma, se il grafico rispettasse la suddivisione del sardo che loro stessi propongono, questo risulterebbe interamente equivalente alla rappresentazione multidimensionale delle distanze tra dialetti sardi e LSC che si può trovare alla fig. 19, pag. 58 della mia ricerca (LSC e varietà…), alla quale gli autori di Arregulas fanno riferimento, ma a modo loro.
Eccola qui: Immagine 1, sotto il testo

Quindi, prima il “logudorese” viene definito come “tutto quello che non è campidanese”, poi come “tutto quello che assomiglia di più alla LSC”,escludendo dalla definizione quelle varietà del sardo che si allontanano di più dalla LSC. Per gli autori di Arregulas, il problema è costituito dal fatto che il sardo di Orune (“logudorese” secondo la loro definizione originaria, sulla quale è costruita tutta la proposta di divisione del sardo) mostra una distanza dalla LSC del 22,04%, mentre quello di Gesturi mostra una distanza del 22,80% e quello di Quartu una distanza del 23,26%. Gli altri dialetti montagnini mostrano distanze analoghe dalla LSC.
Il dialetto “campidanese” più distante dalla LSC è quello di S. Giovanni Suergiu, con il 28, 20%.
Ma se andate a S.Giovanni Suergiu, vi consiglio caldamente di non chiamare gli abitanti “campidanesi”.
Chiunque può trarre le conclusioni che vuole dai miei dati, anche i lettori di questo mio intervento.
Io mi limito a constatare da sempre che la LSC non è PERFETTAMENTE equidistante.
Dai miei dati risulta che soltanto il sardo di Seneghe lo è: ma a Seneghe, per esempio, la parola per “pane” è “pãe”: non ci vuole molto a capire che solo i Seneghesi sarebbero contenti di questo tipo di equidistanza.
Gli autori di Arregulas dicono che la distanza media tra LSC e dialetti “campidanesi” è superiore a quella tra LSC e dialetti “logudoresi”.
Verissimo! Ma questa differenza è grande o piccola?
Nell’immagine in basso, mostro la scalatura multidimensionale delle distanze reciproche tra varietà del sardo (inclusa la LSC) e l’Italiano, oltre a tre dialetti sardi non appartenenti all’area linguistica sarda.
Immagine 2, sotto il testo

Visto che il concetto di “grande” o “piccola” è relativo, date un’occhiata alle differenze tra i dialetti sardi propriamente detti e tra questi e le varietà non sarde e giudicate voi stessi!
A pag. 68 della mia ricerca, scrivo: “Dalle misurazioni risulta che il dialetto foneticamente più vicino alla LSC è nuovamente quello di Abbasanta (7,32%). Seguono a poca distanza quelli logudoresi comuni di Pattada, Budduso, Berchidda, Oschiri e Luras. L’altro dialetto di Mesania, Atzara, segue con una distanza del 8,25%.
I dialetti meridionali sono invece tutti compresi tra il 18,49% del dialetto relativamente conservatore di Teulada e il 23,38% del dialetto relativamente innovativo di San Giovanni Suergiu. Il resto dei dialetti centrosettentrionali è compreso tra i valori di Atzara e quelli di Teulada.
Questo significa che, foneticamente, la LSC è per il 76,62% uguale al dialetto sardo più distante. Per avere un’idea della rilevanza di questa distanza si pensi che l’italiano mostra una distanza fonetica dalla LSC del 34,06% ed è perciò uguale alla LSC per il 65,94%. Il dialetto di Orgosolo, quello più distante dalla LSC tra i dialetti centrosettentrionali, mostra invece una distanza del 17,07%.”
Come si vede, qui i dati differiscono da quelli presentati in Arregulas, perché gli autori hanno scelto di presentare i dati che contengono anche le distanze dovute a differenze lessicali, mentre, dato che la LSC lascia libero il lessico, queste potrebbero essere ignorate. Insomma, hanno scelto di presentare quei dati che mostrano le distanze maggiori, evitando di chiarire il motivo della loro scelta. Rimando alla mia ricerca per le mie motivazioni.
Potrei continuare questo mio intevento già così lungo sulla metodologìa impiegata dagli autori per motivare le Arregulas, ma preferisco concludere con un’ultima osservazione sulla fonte normativa che gli autori dichiarano di aver seguito per fare la loro proposta: is cantadoris.
Graziano Milia scrive nell’introduzione: “Ma de cali Campidanesu fueddat su Comitau Scientìficu? Forsis ca sa fueddada campidanesa puru no est partzia in medas e medas dialetus? Est berus, ma acanta a custus dialetus s’est stantargiada in is sèculus, gràtzias a su traballu sena de pàsiu de is Cantadoris unu Campidanesu literàriu, chi, a nai, no est de peruna tzitadi o bidda, ma chi totus is Sardus de su Cabu de Bàsciu cumprendint, aprètziant e portant che a espressada insoru in forma e in sustàntzia literària.”
Un’altro miracolo: la poesia estemporanea, espressione orale per definizione, che riesce a costituire la fonte normativa di un sistema ortografico.
In “Sardegna fra tante lingue” offro una soluzione più prosaica per l’esistenza di un sardo meridionale sovradialettale e vicino alla varietà parlata a Cagliari: “Il villaggio sardo di Sestu, per esempio, durante il primo dopoguerra era diviso linguisticamente in due socioletti, quello civili ‘civile’ e quello craccau ‘calcato, esagerato = non raffinato’. I due socioletti, abbastanza distinti nel lessico e nella pronuncia, corrispondevano grosso modo ai due rioni del villaggio – Patt’e Susu e Patt’e Jossu, separati dal Rio Matzeu – e venivano parlati, rispettivamente, dai proprietari terrieri, il primo, e il secondo dagli abitanti meno abbienti (Cfr. Bolognesi 1998, e Wagner 1951 per una distinzione sociolinguistica simile, estesa a tutta la Sardegna meridionale: Wagner parlava di “borghesia dei villaggi”).
È chiaro che la “fonte normativa” è costituita dagli autori stessi di Arregulas, con la loro competenza del sardo meridionale urbano (civili), i quali hanno apportato le modifiche che hanno ritenuto necessarie a quella che, in fondo, non è nient’altro che l’antica proposta ortografica di Vincenzo Porru. Non c’è niente di male, ma perché appellarsi a unu cantadori morto nel 1792?
L’hanno intervistato per mezzo di una seduta spiritica? (La battuta l’ho rubata a Lucia Molinu!)
Insomma, e concludo, le Arregulas sono una proposta decente di normalizzazione che presenta gli stessi limiti di tutte le altre proposte (arbitrarietà, non coincidenza con alcuna varietà esistente, ecc.).
A questi difetti, si aggiunge la colpa di non voler dichiarare l’obbiettivo politico di questa operazione e l’uso manipolativo dei dati. Il sedicente comitato scientifico, infatti, non usa i dati per verificare un’ipotesi, ma per dimostrare che la propria tesi è corretta, Per farlo, non esitano a saltare da una definizione all’altra, contraddicendosi apertamente.

scalatura multidimensionale delle distanze tra dialetti sardi
scalatura multidimensionale delle distanze tra dialetti sardi con l’aggiunta di italiano, sassarese e gallurese

One Comment to “Arregulas mali arreguladas”

  1. …Salude Roberto, sono perfettamente d’accordo, sopratutto sulla constatazione che si torna di dieci anni indietro nel dibattito sulle varietà della lingua sarda, ma in generale come può la provincia di Cagliari affermare che in Sardegna ci sono due varietà o macro-varietà di lingua sarda. avrebbero potuto fare quest’operazione senza citare LSC loguodoresi etc etc,avrebbero fatto più bella figura sia sul piano scientifico che politico.
    Infatti la Sardegna non pullula di adoratori della LSC, ma neanche di tagliatori a tavolino di lingue e varianti…

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