Archive for August, 2010

August 8, 2010

Palpavamo la passeggera leggeri

Uscendo dalle tenebre di Kras, apparivamo improvvisi sulla scalinata illuminata. Ancora pieni dei sogni appena interrotti, giovani guerrieri dalla testa di Uccello (Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica) ci arrampicavamo sul carro-di-fuoco che ci avrebbe condotto al Castello, come ogni giorno.
I cavalli che tiravano il carro-di-fuoco erano neri come la notte stessa e nessuno poteva vederli. Nella notte, intonavamo i nostri canti bellicosi e suonavamo i sacri tamburi di legno che avevamo di fronte. E così impedivamo anche che qualche blasfemo ci si sedesse su.
Pochi avevano il coraggio di avvicinarsi.
Il carro-di-fuoco partiva molto lentamente, sputando fumo nero. I cavalli barrivano nel buio.
Poi il carro-di-fuoco acquistava velocità e noi cantavamo e suonavamo i nostri tamburi parlanti.
Dopo poche ore il carro-di-fuoco si fermava a metà strada tra due villaggi: Case Nuove e Massakra.
Nessuno dei due villaggi aveva voluto che il carro-di-fuoco passasse per i suoi terreni di caccia e così questo si fermava lungo la frontiera sanguinosa che separava i territori dei due villaggi.
Mentre i cavalli invisibili venivano sostituiti da altri cavalli invisibili, altri passeggeri salivano sul carro-di-fuoco, ma solo i nostri alleati potevano sedersi accanto a noi, sui nostri tamburi sacri.
Il carro-di-fuoco ripartiva verso l’alba e attraversava lande spopolate dove si diceva che, dopo le grandi piogge del mese-di-letame, branchi enormi di strani esseri dalle corna retrattili emergessero dalle viscere della terra. Nella nostra lingua antica li chiamavamo Tzitz-tzitz-korr.
E c’era chi raccontava che in quei luoghi crescessero di funghi di carne del peso di centoventi libbre.
Le ore passavano e noi cominciavamo a diventare nervosi e impazienti. Alcuni di noi cominciavano a minacciare gli altri, imponendo che il tamburo che avevano di fronte restasse libero.
Finalmente il carro-di-fuoco arrivava a Sili-Quodha.
Noi guardavamo ansiosi i passeggeri che salivano.
Lei, Margò, arrivava immancabilmente e si sedeva su uno dei pochi tamburi che avevamo lasciati liberi.
Si parlava un po’, poi quello di noi che sedeva di fonte a lei-o anche tutti e due contemporaneamente-cominciava a toccarle le gambe. Centimetro per centimetro, le falangi del desiderio cominciavano l’esplorazione di quel mondo misterioso che si trovava sotto la sua gonna.

Margò teneva le gambe ben strette, perciò l’esplorazione era necessariamente limitata all’esterno delle cosce. Ma lì, piano piano, un centimetro alla volta, i polpastrelli potevare arrivare leggeri anche oltre le calze velate.
E dopo quel confine c’era il mondo dolce della sua pelle morbidissima.
Margò era assolutamente, come dire, brutta, ma la morbidezza della sua pelle te lo faceva dimenticare.
E nel mentre si continuava a parlare del più e del meno e lei parlava con quello che la palpeggiava o con qualcun altro e non l’abbiamo mai vista cambiare espressione.
Lei non ha mai fatto un gesto di protesta e non le abbiamo mai chiesto se le piacesse o no.
Andava così e basta in quel piccolo mondo antico.
Prima di arrivare al Castello, uno alla volta ci ritiravamo per immaginare quello che mai avremmo avuto il coraggio di fare davvero.
Eravamo giovani guerrieri dalla testa di Uccello: Kon-ke-katz, nella nostra lingua antica.
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August 6, 2010

sa comunidade linguistica

“Ddoe at una tendentzia de prus pagu importu intra  de is Americanos de cunsiderare sa limba issoro che diferente de sa de is Bitannicos, e custu si torrat a  bier espressu in bariatziones ortograficas de pagu importu. Ma est unu sballiu a esagerare custa distintzione, o a nde bogare de custa cosa s’idea ca non ddoe est una comunidade linguistica unificada de is chi faeddant s’inglesu.”

There is a minor tendency for Americans to regard themselves as using a different language from the British, an this is again reflected in minor variations in orthography. But it is a mistake to exaggerate this distinction, or to conclude therefrom that there is no unified English-speaking language community. Halliday, McIntosh & Strevens (1972): “The Users and Uses of Language”, in Readings in the Sociology of Language.

E non semus faeddende de sa pronuntzia!

August 5, 2010

Isaac Onnis e il ritorno al futuro del sardo

Ho letto non più di un’anno fa la battuta strepitosa di uno scienziato (psicologo o sociologo?) indiano che recita: “Uno psicologo che conduce una vita proba si reincarna come fisico. Uno che conduce una vita indegna si reincarna come sociologo.”

Quando l’ho letta ho pensato subito al sociologo olandese Bram de Swaan che già negli anni Settanta aveva previsto che nel giro di pochi anni l’olandese sarebbe scomparso a favore dell’inglese. Non soddisfatto ancora per la cantonata madornale presa in gioventù, ci ha provato di nuovo poco prima dell’emeritato con “Words of the World. The Global Language System”. La descrizione del libro disponibile su Internet è la seguente:

“The human species is divided into more than five thousand language groups that do not understand each other. And yet these groups constitute one coherent world language system, connected by multilingual speakers in a surprisingly powerful way. The chances of a language thriving depend on its position in the system. There are thousands of small, peripheral languages, each connected to one of a hundred central languages. The entire system is held together by one global language: English. A language is a ‘hypercollective’ good: the more speakers it has, the higher its communication value for each one of them. Thus, when people think that a language is gaining new speakers, that in itself is a reason for them to want to learn it too. That is why, in an age of globalization, only a few languages remain for transnational communication and these often prevail even in national societies.” (http://www.polity.co.uk/book.asp?ref=0745627471 )

Se credessi nella reincarnazione, non avrei dubbi: Bram de Swaan si reincarnerà come sociologo!

In “Expert Political Judgment: How Good Is It? How Can We Know? (2005)”, Philip E. Tetlock ha analizzato le previsioni che 284 esperti hanno effettuato tra il 1988 e il 2003 su problemi politici di portata  molto ampia, per un totale di 27.451 previsioni. I risultati sono stati analizzati quantitativamente da Tetlock e le previsioni fatte dagli esperti sono state confrontate con ciò che poi è effettivamente accaduto. Il risultato: “Rinomati esperti di economia e politica hanno predetto il futuro in modo trascurabilmente più preciso della proverbiale scimmia che lancia le freccette o di un computer che parta dal presupposto che tutto continuerà a procedere come prima. Tetlock divide gli esperti un due categorie: le volpi e i porcospini.

I porcospini hanno forti convinzioni. Sono ideologi che si trincerano dietro la giustezza delle proprie idee e non cambiano mai opinione.

Le volpi non hanno convinzioni: prendono a loro piacimento qualcosa da tutte le ideologie, cambiano facilmente opinione e ammettono senza imbarazzo di non sapere qualcosa. Dalla ricerca di Tetlock è risultato che le dubbiose volpi erano più abili dei risoluti porcospini nel predire gli sviluppi politici ed economici.

[…] Purtroppo, sui giornali e in televisione appaiono soprattutto i previsori del tipo sbagliato. In effetti, siete voi stessi a preferire un porcospino cocciuto che vi dice: “Garantito che entro 5 anni vi sarà una carestia in Uganda!”, piuttosto che il tipo volpesco che dice: “Prima pensavo che le cose dovessero peggio, ma desso non so più cosa pensare, probabilmente la situazione non cambierà molto.

I mass media preferiscono gli esperti con un’opinione precisa, possibilmente la stessa dello spettatore, ma questo tipo di esperti di solito non ci azzecca.”

(Martijn Katan: http://weblogs.nrc.nl/wetenschap-columns/2009/12/12/vossen-voorspellen-beter/)

Quello di cui gli esperti di scienze sociali porcospinosi non tengono conto è l’enorme numero di variabili che dovrebbero prendere in considerazione. La vita dei fisici è molto più facile: ecco la spiegazione della battuta dello scienziato indiano (e chi l’aveva già capita mi perdoni).

Del resto anche nelle scienze esatte la visione deterministica del loro mondo, relativamente semplice, è entrata in crisi (chi vuole può farsi un idea con un libro accessibile ai profani: “Jack Cohen and Ian Stewart: The Collapse of Chaos: discovering simplicity in a complex world, Penguin Books, 1994, ISBN 978-0-14-029125-4 “). Figuriamoci se il mondo orribilmente complicato della società si svela agli occhi arroganti dei porcospini.

Passiamo adesso al sardo e prendiamo in considerazione questa citazione di Omar Onnis, tratta dal suo commento a un post di ZF Pintore:

“Secondo me tra cento anni – sempre che l’umanità non si estingua prima – in Sardegna si parlerà un neo sardo, che sarà una sorta di sardo-italiano. Mentre non sono certo che esisterà l’italiano standard comunemente detto, né che esisterà ancora un’entità politica chiamata stato italiano.”(Omar Onnis: 03 agosto 2010 23.20.  https://www.blogger.com/comment.g?blogID=1182610305629149569&postID=6654763631297058337 )

Ora, mi guardo bene dall’accusare Onnis di essere un esperto, o anche solo di pretenderlo. Penso semplicemente che Omar Onnis si sia fatto quest’opinione sul futuro del sardo, sulla base di quello che ha sentito, visto e letto nei media italiani. Lo studio di Tetlock ha in effetti mostrato che le previsioni sul futuro, fatte da un lettore attento dei giornali, hanno probabilità di risultare corrette solo leggermente inferiori rispetto a quelle degli esperti porcospinosi. Ma sui media italiani, per quanto riguarda la lingua, non solo imperversano gli esperti porcospinosi, ma quasi esclusivamente esperti porcospinosi linguisticamente fascisti.

L’opinione di Onnis, dunque, si è formata sostanzialmente sulla base di informazioni fortemente distorte. Dato che Onnis è un’indipendentista, è chiaro che per lui l’accesso ad altre informazioni che bilancerebbero la propaganda fascista non è problematico. Non mi sembra peregrino immaginare che la previsione di Onnis sia piuttosto il risultato di una scelta: wishful thinking, un pio desiderio.

Del resto, la sua scelta di non scrivere in sardo non fa altro che aumentare le possibilità che la sua previsione si avveri. La sua previsione è nientepopodimenoché un programma politico.

Lo ringrazio per il suo chiarimento.

Dal canto mio, le previsioni le lascio ai Newton delle scienze sociali.

Io mi limito a lavorare per il sardo.

 

Ho letto non più di un’anno fa la battuta strepitosa di uno scienziato (psicologo o sociologo?) indiano che recita: “Uno psicologo che conduce una vita proba si reincarna come fisico. Uno che conduce una vita indegna si reincarna come sociologo.”

Quando l’ho letta ho pensato subito al sociologo olandese Bram de Swaan che già negli anni Settanta aveva previsto che nel giro di pochi anni l’olandese sarebbe scomparso a favore dell’inglese. Non soddisfatto ancora per la cantonata madornale presa in gioventù, ci ha provato di nuovo poco prima dell’emeritato con “Words of the World. The Global Language System”. La descrizione del libro disponibile su Internet è la seguente:

“The human species is divided into more than five thousand language groups that do not understand each other. And yet these groups constitute one coherent world language system, connected by multilingual speakers in a surprisingly powerful way. The chances of a language thriving depend on its position in the system. There are thousands of small, peripheral languages, each connected to one of a hundred central languages. The entire system is held together by one global language: English. A language is a ‘hypercollective’ good: the more speakers it has, the higher its communication value for each one of them. Thus, when people think that a language is gaining new speakers, that in itself is a reason for them to want to learn it too. That is why, in an age of globalization, only a few languages remain for transnational communication and these often prevail even in national societies.” (http://www.polity.co.uk/book.asp?ref=0745627471 )

 

Se credessi nella reincarnazione, non avrei dubbi: Bram de Swaan si reincarnerà come sociologo!

In “Expert Political Judgment: How Good Is It? How Can We Know? (2005)”, Philip E. Tetlock ha analizzato le previsioni che 284 esperti hanno effettuato tra il 1988 e il 2003 su problemi politici di portata molto ampia, per un totale di 27.451 previsioni. I risultati sono stati analizzati quantitativamente da Tetlock e le previsioni fatte dagli esperti sono state confrontate con ciò che poi è effettivamente accaduto. Il risultato: “Rinomati esperti di economia e politica hanno predetto il futuro in modo trascurabilmente più preciso della proverbiale scimmia che lancia le freccette o di un computer che parta dal presupposto che tutto continuerà a procedere come prima. Tetlock divide gli esperti un due categorie: le volpi e i porcospini.

I porcospini hanno forti convinzioni. Sono ideologi che si trincerano dietro la giustezza delle proprie idee e non cambiano mai opinione.

Le volpi non hanno convinzioni: prendono a loro piacimento qualcosa da tutte le ideologie, cambiano facilmente opinione e ammettono senza imbarazzo di non sapere qualcosa. Dalla ricerca di Tetlock è risultato che le dubbiose volpi erano più abili dei risoluti porcospini nel predire gli sviluppi politici ed economici.

[…] Purtroppo, sui giornali e in televisione appaiono soprattutto i previsori del tipo sbagliato. In effetti, siete voi stessi a preferire un porcospino cocciuto che vi dice: “Garantito che entro 5 anni vi sarà una carestia in Uganda!”, piuttosto che il tipo volpesco che dice: “Prima pensavo che le cose dovessero peggio, ma desso non so più cosa pensare, probabilmente la situazione non cambierà molto.

I mass media preferiscono gli esperti con un’opinione precisa, possibilmente la stessa dello spettatore, ma questo tipo di esperti di solito non ci azzecca.”

(Martijn Katan: http://weblogs.nrc.nl/wetenschap-columns/2009/12/12/vossen-voorspellen-beter/)

Quello di cui gli esperti di scienze sociali porcospinosi non tengono conto è l’enorme numero di variabili che dovrebbero prendere in considerazione. La vita dei fisici è molto più facile: ecco la spiegazione della battuta dello scienziato indiano (e chi l’aveva già capita mi perdoni).

Del resto anche nelle scienze esatte la visione deterministica del loro mondo, relativamente semplice, è entrata in crisi (chi vuole può farsi un idea con un libro accessibile ai profani: “Jack Cohen and Ian Stewart: The Collapse of Chaos: discovering simplicity in a complex world, Penguin Books, 1994, ISBN 978-0-14-029125-4 “). Figuriamoci se il mondo orribilmente complicato della società si svela agli occhi arroganti dei porcospini.

Passiamo adesso al sardo e prendiamo in considerazione questa citazione di Omar Onnis, tratta dal suo commento a un post di ZF Pintore:

“Secondo me tra cento anni – sempre che l’umanità non si estingua prima – in Sardegna si parlerà un neo sardo, che sarà una sorta di sardo-italiano. Mentre non sono certo che esisterà l’italiano standard comunemente detto, né che esisterà ancora un’entità politica chiamata stato italiano.”(Omar Onnis: 03 agosto 2010 23.20.  https://www.blogger.com/comment.g?blogID=1182610305629149569&postID=6654763631297058337 )

Ora, mi guardo bene dall’accusare Onnis di essere un esperto, o anche solo di pretenderlo. Penso semplicemente che Omar Onnis si sia fatto quest’opinione sul futuro del sardo, sulla base di quello che ha sentito, visto e letto nei media italiani. Lo studio di Tetlock ha in effetti mostrato che le previsioni sul futuro, fatte da un lettore attento dei giornali, hanno probabilità di risultare corrette solo leggermente inferiori rispetto a quelle degli esperti porcospinosi. Ma sui media italiani, per quanto riguarda la lingua, non solo imperversano gli esperti porcospinosi, ma quasi esclusivamente esperti porcospinosi linguisticamente fascisti.

L’opinione di Onnis, dunque, si è formata sostanzialmente sulla base di informazioni fortemente distorte. Dato che Onnis è un’indipendentista, è chiaro che per lui l’accesso ad altre informazioni che bilancerebbero la propaganda fascista non è problematico. Non mi sembra peregrino immaginare che la previsione di Onnis sia piuttosto il risultato di una scelta: wishful thinking, un pio desiderio.

Del resto, la sua scelta di non scrivere in sardo non fa altro che aumentare le possibilità che la sua previsione si avveri. La sua previsione è nientepopodimenoché un programma politico.

Lo ringrazio per il suo chiarimento.

Dal canto mio, le previsioni le lascio ai Newton delle scienze sociali.

Io mi limito a lavorare per il sardo.