Archive for March, 2016

March 31, 2016

Emigrare è un trauma

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Aveva ragione Giulieddu: non era al mio livello, l’articolo che ho eliminato.

La rabbia è una cattiva musa.

Pessima.

A farmi sclerare è stato questo passaggio della nota dell’assessore Claudia Firino, su sa die de sa Sardinnia 2016: “Sardi nel mondo, che portano con sé la propria identità e la intrecciano a culture e tradizioni altre, in terre dove posano la loro valigia e spesso mettono radici. E nuovi cittadini dell’isola, popolazioni che in Sardegna hanno trovato rifugio facendone la propria casa d’adozione.
Vorrei che la ricorrenza sia quest’anno un’opportunità perché vecchie e nuove generazioni possano identificarsi e riconoscersi nel proprio passato per superare le nuove sfide che l’Isola deve affrontare in Europa, nella sua dimensione di terra ospitale e solidale con i popoli che si affacciano nel Mediterraneo”.

E poi il commento genuflesso di Francisco Sedda: “Mi piace. È un tema umanamente alto coniugato con una riflessione – potenzialmente dirompente – su ciò che la Sardegna e i sardi sono stati, sono e vogliono essere.” (http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=11594)

Le parole di Claudia Firinu sembrano ispirate dall’idea perversa che Madre Teresa di Calcutta aveva della sofferenza: la sofferenza che nobilita, che innalza.

“Arbeit macht frei”, insomma.

Eppure l’assessore dovrebbe sapere meglio.

Emigrare è come divorziare.

E divorziare è una delle cause di sofferenza più grandi.

È come tagliarsi un braccio.

Abbandoni ciò che ami, oppure ti devi convincere di odiare ciò che hai amato.

In entrambi casi, una lacerazione che richiede anni per essere sanata, sempre che poi uno ci riesca.

Chi non ne sa nulla, dovrebbe tacere o lasciar parlare chi ci è passato.

“Posano le valige e spesso mettono radici”.

Le parole melense e fasulle di Firino richiedono una critica severa, non gli sdilinquimenti di Sedda.

Eppure Claudia Firino dovrebbe essere vaccinata contro questi sentimentalismi.

“Spesso mettono radici”.

Ovviamente non ne sa nulla, ma cerca ugualmente di manipolare.

Cosa vuol dire “mettere radici”?

E cosa vuol dire “spesso”?

Di cosa sta parlando?

Claudia Firino si è laureata come politica cinica.

Ai complimenti genuflessi di Sedda, unisco i miei.

La manipolazione di Firino continua con il parallelo tra l’emigrazione dei sardi e l’immigrazione in Sardegna.

Peccato che non ci sia proporzione tra i due fenomeni.

Gli immigrati in Sardegna sono il 2,6%, contro un emigrazione che, a partire dagli anni Cinquanta, ha tolto alla Sardegna quasi la metà dei suoi abitanti.

E il dissanguamento ancora continua, mentre il tasso di natalità è il più basso d’Europa.

Tema umanamente alto?

Firino non dice nulla dell’emigrazione ininterrotta dei giovani sardi e delle sue cause.

Non dice nulla neppure sulle conseguenze–per la Sardegna e per chi emigra–di questa partenze.

Come Madre Teresa, gli propone il paradiso che lei si è immaginato per loro: “Posano le valige e spesso mettono radici”.

Gli fanno eco le parole altrettanto vuote di Franciscu Sedda: “Prendiamo il vento della storia. Facciamoci forti della nostra capacità di accogliere, pur in mezzo a mille difficoltà, chi soffre più di noi offrendogli la possibilità di diventare sardo. Facciamoci forti della capacità di dar valore ai nostri disterrados, sparsi per il mondo, magari perfettamente integrati ma che non smettono di sognare la loro patria lontana, di contribuire alla sua storia, di lavorare per ritornare.

O lillu, invece di spararle grosse, vedi di proporre soluzioni per fermare quest’emorragia di giovani.

Is strangius da accogliere sono molti di meno dei sardi che se ne vanno.

E non preoccuparti per noi disterrados, noi almeno siamo al di là della portata delle vostre grinfie di politici cinici e parolai.

E abbiamo imparato a cavarcela.

Almeno quelli che l’hanno imparato.

Di quelli che sono annegati, meglio non parlare, vero?

 

 

 

 

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March 21, 2016

Trivella tua cugina!

boschi

–Ah?

–Amincu’!

–Minca mia a culu tu’!

–Il mio culo si ribella, minca mia a tua sorella!

Io sono cresciuto a Cordilanna, quartiere proletario di Iglesias, allora città mineraria, e noi ragazzini minerari ci sfanculavamo così.

Per questo lo slogan “Trivella tua sorella” mi è piaciuto.

È volutamente pecoreccio e autoironico.

Sfrontatamente scorretto, come la fotografia qui sopra.

L’autoironia, ovviamente, non è stata percepita da chi è pagato per non percepirla, ma neanche da chi si piglia troppo sul serio.

Dietro quello slogan c’è una visione del mondo che ancora condivido, quella che esprimeva il compagno Franco Mocci, il mio capo-operaio, quando ero manovale al comune di Iglesias: “Viva l’Italia, ma a mei non mi coddas!”

Non ci sono grandi discorsi da fare: basta la consapevolezza che continuare sulla strada di un’economia non sostenibile ci sta portando tutti a finire in malora.

I nostri interessi contro i loro.

O meglio: i loro interessi contro quelli di tutti noi, in questa lotta di classe dei ricchi contro i poveri.

Io, ormai, so che non arriverò a vedere il disastro che ci stanno preparando, ma ho figli e spero di avere dei nipoti.

E quell’accozzaglia di brutti, sporchi e cattivi, che chiamiamo umanità e che siamo, continua a piacermi.

Continuo a voler bene agli esseri umani, anche se non a tutti, eh!

Continuando a consumare combustibili fossili, entro poco tempo sulla Terra ci sarà posto soltanto per quell’1% di figli di bagassa che già oggi si spartiscono la maggior parte della ricchezza, soltanto per poter dire che sono quelli che ce l’hanno più lungo, il conto in banca.

Che si trivellino la sorella, allora.

Non vedo perché dovrei dimostrare rispetto per lo 0,5% di quei bastardi, solo perché di sesso femminile.

E la mia vuole solo essere una riflessione sulla nostra cultura e il nostro linguaggio.

I miei lettori–pochissimi lettori–non hanno bisogno dei miei consigli su come votare al referendum.

March 17, 2016

Mr. Nobody, l’inglese e la disoccupazione

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Due settimane fa, un certo FRANCESCO FUGGETTA  ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità con il suo commento a una proposta di Enrico Lobina: “Con i problemi che ha Cagliari, primi fra tutti la disoccupazione e la fuga dei giovani dalla città, noi di Cambiavento reputiamo semplicemente assurdo che i temi all’ordine del giorno siano questi. Ma le proposte, incredibilmente, vanno oltre. Tra le iniziative di Enrico Lobina, infatti, si legge: “Favorire l’utilizzo della lingua sarda nelle scuole, a partire dagli asili nido”.(… Le precendenti amministrazioni non si sono interessate alla nostra lingua, perché), evidentemente perché quello della limba non è un problema: queste battaglie retrograde non interessano a nessuno. (…) Per noi la lingua che si deve imparare a scuola, fin dall’asilo nido, è l’inglese. Se poi i giovani vorranno studiare anche il sardo, per arricchire il loro bagaglio culturale e sentirsi più legati alle proprie radici, saranno liberi di farlo.”

Prendiamo atto con gioia del fatto che il signor Fuggetta non ha intenzione di proibire l’apprendimento del sardo.

Ci stavamo già preoccupando.

Mi sorge solo una domanda: di dove è questo signor Fuggetta?

Viene da Papua-Nuova Guinea?

Evidentemente non sa nulla della Sardegna e di Cagliari, ma neppure dell’Europa.

I bambini bilingui in Europa si trovano soltanto nelle regioni abitate da minoranze linguistiche, oltre che nei paesi scandinavi e in  Olanda, perché in questi paesi i film stranieri vengono trasmessi nella lingua originale e sottotitolati e in questo modo i bambini apprendono l’inglese.

Io queste cose le dico da anni, ma il signor Fuggetta non legge il mio blog: che onore!

Tra l’altro, io lavoro in una scuola olandese in cui l’insegnamento è bilingue e vi posso garantire che l’inglese dei miei alunni non è meglio di quello di mia figlia, che studia in un liceo monolingue.

I miracoli della televisione non assoggettata alla mafia dei doppiatori.

Il signor Fuggetta probabilmente viene da Papua-Nuova Guinea.

Infatti ci dice che per combattere la disoccupazione in Sardegna bisogna studiare l’inglese, non il sardo.

Io ho cominciato le scuole medie inferiori nel 1962 e ho cominciato nel 1962 a studiare inglese.

Non so esattamente quando abbiano incominciato a insegnare inglese in Sardegna, ma so di certo che nel 1962 si insegnava inglese ai ragazzini delle medie inferiori.

Intuitivamente, possiamo anche dire che mai i sardi abbiano parlato così tanto inglese come nell’ultimo decennio e, contemporaneamente, così poco sardo, visto che i sardoparlanti si estinguono “naturalmente” e non vengono sostituiti da nuovi sardoparlanti.

Quale è allora la situazione della disoccupazione dei giovani sardi sempre più angloparlanti?

“In Sardegna il tasso di disoccupazione giovanile è passato dal 31,1% del 2006 al 50% del 2014, il dato sardo risulta superiore di trenta punti percentuali rispetto al dato europeo.” (https://seosardinia.wordpress.com/2016/03/14/giovani-disoccupazione-in-sardegna-grecia-e-unione-europea-a-confronto/)

E questo malgrado le migliaia di giovani sardi che sono emigrati in questi anni.

Il merito del signor Fuggetta è quello di aver ancora il coraggio–o l’incoscienza–di dire quello che i benaltristi ci hanno ripetuto da quando io posso ricordarmi: “la battaglia per il sardo è una battaglia retrograda.”

Prima ci hanno raccontato che era l’italiano che ci avrebbe portato al progresso, allo sviluppo e al benessere, oggi è l’inglese.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Il signor Fuggetta, chiaramente, non ha gli strumenti per trarre le conclusioni del caso e non possiamo fargliene una colpa.

Del resto, per ritrovare il suo intervento ho dovuto chiedere aiuto agli amici di Facebook: chi si ricordava il suo nome?

Gli altri, i veri responsabili, quelli che hanno avvelenato generazioni di sardi con queste menzogne, oggi tacciono.

Alcuni, come il Fuggetta, parlano del sardo come strumento di identità … per gli altri.

Probabilmente sono sempre stati in malafede, ma oggi sanno che queste barzellette non si possono più vendere impunemente.

Tacciono, nascosti nei loro antri sovranisti o addirittura “indipendentisti”, complici attivi del massacro della gioventù sarda.

Rinnegati, pezzi di merda, dovrebbero essere dati in pasto ai cani, ma sono ancora lì a godersi i propri privilegi alla faccia della gioventù sarda.

Ma già, quel 50% di giovani condannati alla fame o alla deportazione sono i figli degli altri, di quelli che non li votano.

Sono quei giovani che non faranno figli sardi.

Fra 50 anni i sardi saranno forse un quarto di quelli attuali: con il 50% di disoccupazione giovanile, bambini ne nasceranno pochissimi in Sardegna.

I figli li faranno altrove o, semplicemente, non ne faranno.

A farsi governare da Ganau e affini ci saranno gli immigrati, che hanno ancora meno pretese dei sardi: https://bolognesu.wordpress.com/2015/10/29/il-realismo-di-ganau/

Davanti a questa evidenza non si può fare altro che pensare che quello che i pezzi di merda si propononevano era semplicemente la distruzione dell’identità dei sardi e lo spopolamento della Sardegna.

I sardi si sono fidati di loro–anche per opportunismo–e hanno rinunciato alla loro lingua in cambio di unu matzamurru che chiamano “italiano” e adesso che è diventato chiaro a tutti che quel matzamurru non gli serve a niente, non  li ha portati a niente, i pezzi di merda cercano di convincerli che il problema non sia il fatto di avere una borghesia rinnegata a guidarli, ma il fatto che non conoscono l’inglese.

Ogni tanto servono dei comici involontari, come il signor Fuggetta, per rendersi conto di quale sia il baratro di alienazione in cui si sono tuffati i sardi.

La Sardegna continuerà ad esistere come realtà geografica, per la gioia di chi–povero coglione sardignolo–trae la propria identità dall’insularità, ma non sarà più popolata da sardi.

Non faccio nomi perché non ho soldi da dare agli avvocati.

PEZZI DI MERDA

 

March 15, 2016

Il sardo sparirà, ma i sardi pure

Cagliari_-_Statua_Carlo_Felice

I sardi si stanno liberando dalle ultime briciole di identità: la loro lingua è avviata all’estinzione entro una generazione.

E si stanno anche liberando dai sardi stessi: “La Sardegna, escludendo il Molise, presenta il più basso tasso di natalità d’Italia, pari solo a quello della Basilicata e poco inferiore a quello di Friuli-Venezia GiuliaPiemonte. Questo rileva in gran parte del tasso di fecondità, che con 1,07 figli per donna è il più basso d’Italia.”(https://it.wikipedia.org/wiki/Demografia_della_Sardegna)

Fra una generazione i sardi saranno ridotti alla metà, ma probabilmente ad ancora meno, visto che i giovani–e soprattutto quelli con più opportunità–emigrano.

E i figli li fanno i giovani.

C’è un rapporto tra i due fenomeni?

Il rapporto non può essere diretto e meno che mai meccanico, ma basta fermarsi un’attimo a riflettere sul perché i sardi hanno smesso di trasmettere la loro lingua ai propri figli.

Chi rinuncia alla propria lingua con i figli non si ama, non si rispetta.

Considera la componente forse fondamentale della sua identità una cosa indegna da trasmettere ai propri figli.

Come succede ai poveri di spirito–di essi è il Regno dei Cieli–i sardi ricavano la loro identità dal mare: forse l’unica cosa sarda di cui non si vergognano.

Ma è meglio dire “vergognavano”.

Per i giovani molte cose sono cambiate, è vero, ma intanto la frittata è fatta.

Non hanno appreso il sardo a casa e non lo insegneranno ai propri figli.

La loro identità linguistica è determinata dal loro italiano scarciofato: italiano di scarto.

Infatti la scuola scarta un quarto di questi giovani sardi scarciofati.

Quelli che non potranno neppure emigrare.

Come siamo arrivati a questa situazione l’ho scritto tante volte: grazie alla nosttra classe dirigente incapace di vedere la realtà sarda e si limita a importare soluzioni politiche, economiche e sociali provenienti–oltretutto–da uno dei paesi peggio governati al mondo.

Questa classe dirigente incapace di pensare in sardo–e di pensare sardo–e che se ne vanta pure.

Gli altri–la maggioranza vera dei sardi–sono piombati nell’apatia politica, oppure appartengono all’una o all’altra setta indipendentista, sterilmente e rissosamente indipendentista.

La classe dirigente–si e no il 20% degli elettori–manda i propri figli a studiare a Cambridge o in California e c’è solo da sperare che non tornino più.

I figli degli altri emigrano o sono troppo poveri per potersi permettere dei figli.

E questo malgrado nelle scuole sarde si studino italiano e inglese.

“Altro che sardo, bisogna studiare l’inglese!”

O calloni!

Questo succede già e guarda i risultati.

La Sardegna è governata da una minoranza di rinnegati–non solo politici–che riesce ancora a sistemare i propri figli, mentre se ne fotte dei figli degli altri.

Rinnegati che hanno rinunciato alla loro lingua, per dimostrare la propria fedeltà al loro padrone metropolitano, quelli da cui discendono i loro privilegi.

Il rapporto tra estinzione dei sardi e del sardo è indiretto.

Indiretto, ma reale.

March 11, 2016

Scontro tra titani? Eja, credici!

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I nani del circo Zanfretta (quelli della mia generazione se lo ricordano) si scazzottano e il pubblico–lo scarso pubblico–ride o si indigna.

Il pubblico è costituito dai pochi sardi interessati alla lingua.

Pochissimi.

Chi si indigna lo fa perché i nani “dividono il movimento linguistico”.

Quale “movimento linguistico”?

Poche decine di persone: quasi tutti sportellisti che di sardo ci campano.

E ci campano male.

Sopravvivono con le briciole che la giunta dei sardignoli lascia cadere dalla tavola imbandita per le università italiane di Sardegna.

Il “movimento linguistico”.

–Me lo sono inventato io!–ha raccontato una volta, ridendo, sa merdonedda.

Non c’era nulla.

Non c’è mai stato nulla e ancora non c’è nulla.

E lo zero, anche se lo dividi, rimane sempre zero.

C’è poco da indignarsi.

Sono passati sette anni tra il momento che mi è venuta l’idea di studiare il rapporto tra lingua e identità e la pubblicazione del mio studio Le identità linguistiche dei sardi. Dopo sette anni di lavoro e di riflessioni ho tratto le seguenti e prudenti conclusioni: “Definire in modo obiettivo cosa sia l’identità è quasi certamente impossibile. L’identità è infatti un concetto altamente soggettivo, che non si presta a un’analisi scientifica, proprio perché ciascuno di noi, per fortuna, definisce la propria identità come meglio crede.
Ciononostante, l’identità viene spesso definita in base all’appartenenza a una certa comunità linguistica o, più impropriamente, in base al fatto di parlare una certa lingua.
Ora, se da un lato è perfettamente lecito per chiunque definire la propria identità in base a qualunque cosa gli vada bene (lingua, religione, squadra di calcio, preferenze sessuali, ecc.), rimane il fatto che parlare una certa lingua non è la stessa cosa che credere in una certa divinità o preferire una certa musica. L’identità linguistica, cioè, presenta dei margini di definizione meno arbitrari rispetto all’identità generale di una persona.
Le lingue, infatti, differiscono l’una dall’altra in base a criteri che non soltanto sono qualitativamente oggettivi ma, da alcuni anni, addirittura quantificabili”.

Circa tre settimane fa trovo su Facebook un articolo (non più reperibile: a sa fine calincunu bi dd’at fatu cumprender?) di Omar Onnis sulla situazione linguistica in Sardegna e leggo questo: ““È una questione fondamentale, non per questioni identitarie o addirittura di rivendicazione politica, come – a mio avviso ingenuamente – sostiene qualcuno (per esempio Roberto Bolognesi, il cui contributo è comunque prezioso). Che siamo sardi non ce lo deve spiegare nessuno e nessuno può negare la nostra identificazione e la nostra appartenenza, se è davvero nostra. E l’identificazione non può essere risolta in un unico fattore, in termini riduttivamente essenzialisti, come mera adesione volontaria e astratta a una comunità linguistica. Non funzionano in modo così meccanico, rigido e unidirezionale i processi di identificazione.”

Io commento nel modo seguente: “Custu o non at leghidu su libbru cosa mia o non b’at cumpresu nudda!”

Reazione di Onnis (cito a memoria): “Deo non seo “custu”, seo Omar Onnis e tue ses maleducadu!”

“Quando non hai argomenti, dai del maleducato al tuo opponente!”

La discussione è continuata in questi termini, con il contaballe che arrogantemente negava di aver sparato cazzate.

Pretendeva di sapere meglio di me quello che penso e che scrivo.

Io ho chiuso la discussione con: “O cumprendes agiu pro chibudda o non ses onestu.”

Lui replica, ma io non leggo la sua replica.

Torno dopo due settimane dalla Sardegna e il contaballe non ha ancora rettificato.

Nel mentre, in Sardegna, ho sentito un’amica attribuirmi le cazzate che si è inventato Onnis.

Particolare non insignificante.

Replico allora, e solo allora, sul mio blog: https://bolognesu.wordpress.com/2016/03/08/omar-onnis-e-la-lingua-ovvero-quando-la-buona-volonta-e-offuscata-dalla-presunzione/

E io sarei quello che divide il “movimento linguistico”, ammesso che il nulla si possa dividere.

La gente sono strani.

Anche certi miei amici.

Questo ennesimo aneddoto, in sé triviale, dimostra ancora una volta di cosa soffre la Sardegna.

Gira e rigira è la mancanza di una classe intellettuale nazionale costituita da professionisti che hanno i mezzi economici per dotarsi degli strumenti culturali e metodologici necessari ad affrontare la realtà.

La Sardegna deve accontentarsi di “studiosi” che si autoproclamano esperti di tutto.

Insomma: “Saranno famosi!”

Ma forse “La Corrida” rende meglio l’idea.

March 8, 2016

Omar Onnis e la lingua, ovvero, quando la buona volontà è offuscata dalla presunzione.

Copertina copy

La lingua è di tutti, ma non la linguistica.

Tutti possiamo parlare di lingua, ma prima di parlare di linguistica, ebbé, bisogna studiarla, la linguistica.

Problema, questo, che esiste da quando esiste la linguistica: siamo tutti linguisti e commissari tecnici della nazionale.

Non sfugge a questa tendenza generale neanche Omar Onnis, il prolisso tuttologo nuorese.

Nel suo lungo articolo  pubblicato una quindicina di giorni fa, taccia di ingenuità la mia definizione di identità linguistica: “È una questione fondamentale, non per questioni identitarie o addirittura di rivendicazione politica, come – a mio avviso ingenuamente – sostiene qualcuno (per esempio Roberto Bolognesi, il cui contributo è comunque prezioso). Che siamo sardi non ce lo deve spiegare nessuno e nessuno può negare la nostra identificazione e la nostra appartenenza, se è davvero nostra. E l’identificazione non può essere risolta in un unico fattore, in termini riduttivamente essenzialisti, come mera adesione volontaria e astratta a una comunità linguistica. Non funzionano in modo così meccanico, rigido e unidirezionale i processi di identificazione.”

Onnis taccia di ingenuità il frutto della propria mente.

Nel mio libro Le identità linguistiche dei sardi io dico chiaramente che la mia ricerca è rivolta a definire l’identità linguistica e non quella cosa vaghissima che tanti chiamano identità, intendendo per essa ciascuno un po’ quello che vuole, e nel mio  libro–che evidentemente Onnis ha letto sbadatamente–dico chiaro e tondo che non intendo avventurarmi nelle sabbie mobili di quella cosa indefinita di cui parla lui.

Onnis parla di “identificazione” e di “appartenenza” e chissà cosa vuole dire.

Io parlo nel mio libro di identità linguistiche, date, queste, dalle pratiche linguistiche concrete che un determinato parlante implementa in un certo momento.

Se un determinato individuo parla sardo, assume un’identità linguistica sarda, mentre, se parla italiano, ne assume una italiana.

Scegliere di aderire, con un concretissimo comportamento pratico, alla comunità linguistica sarda è un atto volontario: si sceglie di parlare in sardo e non in italiano e si sceglie di imparare il sardo, se non lo si conosce, con un preciso atto di volontà.

Pigliaru, per esempio, ha scelto di non impararlo, visto che in Sardegna ci sono tutte le opportunità per farlo.

Evidentemente, Omar Onnis ha letto il mio libro sbadatamente e|o non ci ha capito una mazza.

Omar Onnis è, purtroppo, presuntuoso.

Lo invito a leggersi allo specchio quello che lui stesso ha scritto sulla stupidità: http://sardegnamondo.eu/2016/03/04/linsostenibile-pesantezza-della-stupidita/

Omar Onnis appartiene a quella scuola di pensiero che pensa che basti la geografia a farci assumere un’identità: “Le rivendicazioni di autodeterminazione e di indipendenza, dal canto loro, attengono alla sfera oggettiva dei rapporti di forza, delle relazioni tra popoli, dell’economia e della storia, nonché – e nel nostro caso in modo determinante – della geografia. Sono fattori concreti quelli che rendono necessaria l’autodeterminazione della Sardegna ossia di chi la abita, chiunque sia. Il problema si porrebbe comunque anche se putacaso la Sardegna fosse svuotata di tutti i suoi abitanti attuali e popolata di italiani (di qualsiasi provenienza specifica) o di inuit o che so io, quale che fosse la lingua parlata. Dunque non è questo l’aspetto a cui fare appello per sollecitare la risoluzione politica della questione linguistica.”

Per Onnis, come per il suo maestro rinnegato, Franciscu Sedda, la lingua è un elemento secondario, rispetto alla geografia.

A renderci sardi basterebbe il Tirreno.

Per Onnis, la questione linguistica è funzionale alla presa di coscienza indipendentista: “Il problema si porrebbe comunque anche se putacaso la Sardegna fosse svuotata di tutti i suoi abitanti attuali e popolata di italiani (di qualsiasi provenienza specifica) o di inuit o che so io, quale che fosse la lingua parlata.”

A proposito di stupidità: dove si distingue Onnis da Ganau?

Onnis, come il maestro che ha rinnegato, sogna la repubblichina italiana di Sardegna.

Esattamente la Sardegna che abbiamo già, popolata da italiani sardignoli–come teorizzato dal consulente di Maninchedda–ma con Onnis (o Sedda) al potere.

A queste grandi menti non passa neppure per l’anticamera del cervello di porsi il problema del come mai, in Sardegna, l’indipendentismo–e loro stessi–contino come il due di picche.

I sardi si identificano con l’Italia.

In nome della loro italianità accettano tutte le porcherie che l’Italia ci propina.

Interesse nazionale superiore a quello locale, no?

In Catalogna non accetterebbero mai che il 60% dei poligoni militari fosse sistemato nel loro paese.

I sardi votano i partiti italiani: i partiti di queste due grandi menti non contano una bella mazza.

I sardi mangiano come gli italiani, si vestono come gli italiani, hanno–o non hanno–la stessa religione degli italiani, guardano la stessa televisione e leggono gli stessi libri.

Parlano anche –ma male–la stessa lingua.

E questo grazie anche a quelle teste di cazzo di indipendentisti che teorizzavano l’italiano come lingua nazionale dei sardi.

Io non ho mai detto che solo la lingua sia determinante per l’assunzione di quella cosa vaga che Onnis chiama “identità” e che permetterebbe ai sardi di riconoscersi ed essere riconosciuti come altro dagli italiani.

Ho solo detto, ma non nel mio libro, che non ci è rimasto altro che la lingua.

E quella sta morendo.

Del resto è la Sardegna stessa che sta morendo, assieme alla sua lingua.

I sardi non si sentono una comunità di affetti e interessi  condivisi, perché non condividono quei simboli esclusivi che ti permettono di identificarti con quella comunità.

E, per loro, il sistema simbolico più naturale e condiviso–la lingua–è ormai quello dei loro padroni.

Tutto questo sarebbe “ingenuo”  secondo questo genio all’incontrario, che scopre con 40 anni di ritardo la questione linguistica e ancora non ci capisce una minca.

Ma bai e bufa-ti unu brodu!