Archive for June, 2015

June 29, 2015

Interra-mortus e interra-bius

deximu

Gli occhiali scuri, fascia trico e poi

la tua borsetta rossa 

(http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2015/06/29/decimomannu_anche_otto_sindaci_alla_manifestazione_in_favore_dell-68-424387.html)

oppure

Eran quattrocento,

eran giovani e forti … 

Ma c’è poco da ridere e da scherzare.

Erano pochi, ma c’è lo stesso da piangere e da compiangersi.

“Sì alla servitù”

Come si dice?

“Pronti a vendere la loro madre.”

Quattrocento sardi sono andati a manifestare a favore delle servitù militari: a cosa porta la miseria.

La miseria è una cattiva consigliera,

Pessima.

“[C’erano] anche esponenti del Pd sardo come Piero Comandini e Franco Sabatini.”

La miseria sardignola è bipartisan.

Del resto i peggiori nazionalisti italiani si annidano ormai proprio nel PD e quindi ormai possono andare tranquillamente a braccetto con i Fratelli d’Italia.

Niente di nuovo sotto il sole di giugno.

Ma anche questa è la Sardegna: pronti a vendere la salute dei vicini e il futuro dei propri figli.

Pronti a vendere la propria madre.

Bisogna essere davvero disperati.

Non parlo dei politici che hanno organizzato questo funerale.

Parlo di quelli che sono andati a difendere il loro posto di lavoro.

Me li vedo i becchini andare a protestare contro la sconfitta del cancro: la loro principale fonte di lavoro.

Mio nonno paterno era becchino a Migliarino (FE), ma se n’è venuto in Sardegna, nel 1936, a fare il contadino, a Fertilia.

Mio nonno era molto meno disperato di questi quattrocento di Deximu ‘e Putzu.

Issu interrát is mortu, ma custus bolint interrai is bius.

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June 28, 2015

Non siamo tutti archeologi, ma non siamo nemmeno tutti tonti

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Rubens D’Oriano è il beniamino di quei calunniatori riuniti nel blog Untoreblog: “Inizio col chiarire che essere uno dei vostri beniamini mi fa piacere eccome, lo ritengo un onore che rivendico con orgoglio,”

Ma al contrario dei suoi anonimi ammiratori–che coraggio!–Rubens ci mette la faccia.

Contento lui …

Ognuno è libero di mettere la faccia dove vuole, no?

Intervistato da Sardinia Post, Rubens comincia con una metafora che dimostra pochissima memoria o un’intelligenza, diciamo così, settoriale.

Cosa che rende ancora più piccante tutto il suo discorso.

Aeroporto di Elmas: dlin dlon si avvisano i signori passeggeri in partenza per Roma che il loro aeromobile sarà eccezionalmente pilotato dall’architetto Bianconi, che non ha il brevetto e non ha mai pilotato un aereo ma è un grande appassionato di aereii”?

Cosa succederebbe se prima di salire su un volo sentissimo questo annuncio?”

A tre mesi dalla tragedia aerea del 24 marzo, provocata da un pilota con tutti i brevetti, ma che voleva suicidarsi, penso che chiunque altro, al suo posto di archeologo “ufficiale e brevettato”, si sarebbe astenuto da usare questa metafora.

La sua è esattamente la metafora dell’archeologia sarda.

In questa situazione, chiunque–e voglio proprio dire chiunque!–è comunque meglio di un pilota suicida.

Rubens è un uomo d’onore e ci mette la faccia.

Dove la mette sono affari suoi, per fortuna.

E dice anche varie cose non solo sono condivisibili, ma che anche io ho detto, soprattutto rispetto al fatto che “tutti sono linguisti/archeologi”.

Ma c’è una cosa: così come la lingua non è dei linguisti–solo la linguistica lo è!–il passato non è degli archeologi: solo l’archeologia lo è.

Detto questo, non occorre essere archeologi per capire che c’è qualcosa di molto strano nel tenere nascosti nei magazzini del musei di Caglliari dei reperti importanti come i Giganti di Monti de Prama.

E questo per 30 anni!

Allora le parole di Rubens–che ci mette la faccia e la mette, evidentemente, dove a lui piace–suonano, diciamo così, insufficienti a spiegare la portata del suicidio commesso dall’archeologia sarda 40 anni fa, all’epoca dei ritrovamenti di Monti de Prama:

“Vi accusano di nascondere scoperte importanti che potrebbero cambiare la visione dei Sardi nel Mediterraneo.
Certo, il grande complotto degli archeologi contro la Sardegna: secondo questi complottisti le Università e le Soprintendenze avrebbero tramato per nascondere ai Sardi il loro vero glorioso passato. Peccato che le Soprintendenze oggi siano al collasso, da anni non si assume personale perché ormai la pubblica amministrazione è sinonimo di sprechi e fannulloni con il risultato che oggi siamo in sei ad occuparci di mezza Sardegna tra questioni amministrative e burocratiche (di cui rispondiamo anche alla Magistratura) e ricerca scientifica.”

Vero che la domanda di Francesca Mulas è tendenziosa e mirata a ottenere esattamente questa risposta.

Chissà cosa ci nascondono oggi, ma, appunto per questo, non possiamo accusarli di nascondere nulla, altrimenti vorrebbe dire che non sono riusciti a nascondercelo.

Ma rispetto ai giganti, c’è poco da sospettare complotti: i giganti sono stati occultati per 30 anni nei magazzini del Museo di Cagliari.

“Una verità come una mucca”, come si dice in olandese.

“Oggi le soprintendenze sono al collasso”.

Oggi.

Ma qui stiamo parlando di 40 anni fa.

La scoperta è stata occultata per 30 anni e, quando finalmente è stata svelata, ha cambiato la visione dei sardi nel mediterraneo: punto.

Perché l’hanno occultata per 30 anni?

Forse perché oggi–Oggi–le sovrintendenze sono al collasso?

O le sovrintendenze sono oggi al collasso–ma Rubens è ancora lì–perché 40 anni fa l’archeologia sarda ha deciso di suicidarsi, come il pilota della Germanwings?

Ecco, questo andava detto: se Rubens è il beniamino di quei gran signori di Untoreblog, non è una caso.

In bellu logu dd’at posta sa faci!

Ciliegina finale sulla torta:

Insomma, sta dando ragione a Umberto Eco: “I social network danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”.
Proprio così: condivido ogni parola e ogni virgola di Umberto Eco.”

Appunto: vi piacerebbe!

E adesso scommettiamo che gli amichetti di Rubens tornano a occuparsi di me?

 

June 26, 2015

Madame Bovary e la borghesia sardignola

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È stata dura, ma alla fine il “Madame Bovary” l’ho letto tutto.

Perché l’ho letto?

Boh?

Un po’ per caso–l’ho comprato, per un euro, al mercato libero, il giorno de Re: sono in Olanda, eh!–un po’ perché è uno di quei classici che io mi sono sempre rifutato di leggere: molto letterari, molto ottocento borghese.

Io che ho grandissime difficoltà a prendere sul serio grandi romanzieri moderni.

Una sfida, insomma.

Effettivamente …

Du’ palle!

Disgustosamente letterario.

Proprio da fare schifo: “Da quel momento in poi il ricordo di Léon divenne il centro della sua tristezza; questo brillava più forte del fuoco dei viaggiatori che, nella steppa russa, devono passare la notte nella neve.”

Flaubert nella steppa russa, ovviamente, non c’era mai stato.

Letteratura.

Letteraturame di un sentimentalismo disgustoso.

E poi Emma Bovary!

Ajò: un manichino senza alcuna credibilità psicologia, che Flaubert usa soltanto per appenderci le sue idee.

Eppure Emma Bovary è immortale: sì, insomma, finché duriamo noi europei, eh!

Allora, se vuoi capire devi arrivare fino alla fine.

Leggere “Madame Bovary” è una tortura, ma ci sarà pure una ragione per cui è considerato una pietra miliare della letteratura moderna.

Poi arrivi a un punto talmente comico/ridicolo, in cui sentimentalismo e prosaicità vengono alternati, che non puoi fare a meno di chiederti: “O Flaubert, ma ci sei o ci fai?”

Emma Bovary e il suo spasimante sono alla Conferenza sull’Agricoltura, in questa bidda da nulla della Normandia. Lui le sta facendo una corte discreta, ma spietata.

Flaubert a questo punto alterna gli annunci dei relatori della conferenza con il’interazione tra i due–futuri–amanti:

Razze suine: Il premio è diviso tra due vincitori: i signori Léberisse e Coulembourg. A ciascuno vanno sessanta franchi!

Rodolphe strinse la mano di lei nella sua e sentì quanto questa fosse calda e che lei tremava come una tortora imprigionata, che vuole di nuovo volar via.”

Qui i casi sono due: Flaubert è davvero sentimentale fino all’idiozia, oppure fino a questo punto ha spudoratamente preso in giro il lettore: e siamo a metà del libro.

Da questo punto in poi cominci a dubitare–non dimentichiamoci che il libro è apparso come feuiletton in un quotidiano del 1856 ed era rivolto quindi a un pubblico che il sentimentalismo lo esigeva–e ti irriti ancora di più alle smancerie dei personaggi.

Purtroppo, le smancerie dei personaggi sono indistinguibili da quello che il narratore onniscente ci racconta, visto che è lui a descriverci non solo le loro azioni, ma anche i loro pensieri.

Insomma: Flaubert non ha a disposizione i mezzi tecnici per distinguere se stesso dai suoi personaggi.

Una bella rottura per il lettore e una bella confusione.

E così per un po’ segui gli sdilinquimenti di Emma Bovary e pensi di averla inquadrata, mentre improvvisamente lei cambia personalità e identità.

E questo succede nel romanzo una decina di volte.

Emma Bovary non ha una personalità, non ha un’identità, è soltanto un manichino–una mannequin–bello da vedere e che serve a Flaubert per appenderci le sue idee.

Emma finisce male–poco male: non vale un cazzo!–ma trascina con se tutti i suoi cari.

Questo è il messaggio di Flaubert.

Il pregio del libro è che per arrivarci. al messaggio, devi leggertelo tutto.

In effetti una beffa per i suoi lettori che fino alla fine si sono bevuti dosi da cavallo di sentimentalismo e ne hanno goduto.

Il libro è feroce fino al cinismo: altro che sentimentale!

Ma questo lo scopri solo alla fine.

Che figlio di bagassa, ‘sto Flaubert!

Nel mentre lo hanno pagato e lui ha mangiato: mica male!

“Madame Bovary” è scritto agli albori della rivoluzione industriale in Francia.

Il potere culturale, politico, generale, della borghesia comincia ad assestarsi.

Chi è “Madame Bovary”?

La borghesia provinciale, travolta dalla rivoluzione industriale e urbana?

Boh?

Emma Bovary è il personaggio, mal disegnato, di un romanzo dell’Ottocento.

Eppure ti fa pensare.

Ti trumbullat.

È una borghese di provincia, senza indentità, che si innamora di chiunque si innamori di lei, e che cammina inesorabilmente verso la propria rovina e quella dei suoi cari, perché non ha nessuna bussola interna a guidarla.

Come Don Quijote, a guidarla ha solo le sue letture, i suoi romanzi.

Lo so che questo è un messaggio universale, ma a me fa tanto pensare alla borghesia sardignola.

June 25, 2015

Forza Pigliaru!

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No, è ancora mattina: non ho bevuto.

Leggetevi quello che riporta l’Unione: “Non è arrivato il via libera alle prossime esercitazioni militari in Sardegna. È finita male la riunione del Comipa, il comitato paritetico sulle servitù: si è aperto uno scontro aspro tra la rappresentanza regionale e la Difesa.”

Dite quello che volete, ma questo è un gesto da uomini e adesso bisogna sostenere la giunta nel suo braccio di ferro con gli italiani.

Certo, non è quello che vorrei io–via tutte le servitù militari e subito–ma se la giunta Pigliaru dimostra di non essere completamente succube dei generali e dei partiti italiani, e di pretendere il rispetto degli accordi già presi,  questo è un fatto estremamente positivo che va sostenuto.

Fermo restando che quello che la giunta sta facendo per la lingua lo considero vergognoso, non posso fare a meno di apprezzare il fatto che la giunta Pigliaru esiga rispetto per la nostra terra e per le sue istituzioni.

Per quello che vale il mio parere.

Parere che sono pronto a cambiare alla luce dei fatti, sia su questa questione in particolare, sia su Pigliaru in generale.

Ammesso e non concesso che gliene importi qualcosa a qualcuno.

June 25, 2015

E neanche Laner è il demonio: che delusione!

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Franco Laner ha precisato il suo punto di vista su Sardiniapost.

E a parte la questione della testa scolpita da Pinuccio Sciola, che era, è e rimane una sciocchezza, dice delle cose che a me fanno soltanto piacere: molto piacere.

Laner condivide l’approccio moderno alla civiltà nuragica e liquida l’archeologia di regime con le seguenti parole: “La disciplina archeologica -non ancora quella sarda- ha abbandonato da tempo gli assunti fuorvianti dell’impostazione taramel-liliana, come le teorie cantonali e militariste (nuraghe-fortezza madre di ogni sciocchezza), la visione di un’Isola senza navigatori, privi di scrittura e tante teorie corollario che queste impostazioni hanno gemmato e che continuano ad essere base di pedissequo e astorico insegnamento e pratica. Eppure Lilliu, è stato l’unico fra gli archeologi sardi che aveva intuito e incitato alla ricerca archeoastronomica in Sardegna! Tale disciplina coglie ora il consenso internazionale con gli studi di Mauro Zedda, con quelli di A. Lebeuf su S. Cristina, per tacere della sensazionale scoperta dell’archeologo Augusto Mulas sulla dislocazione di sette nuraghi, S. Antine fulcro, come le Pleiadi: così in cielo, così in terra!”

Le reazioni scomposte alle affermazioni di Laner–tra l’altro filtrate dal giornalista, attraverso un’intervista telefonica–mi hanno fatto capire che il giustificato entusiasmo per il riconoscimento dell’importanza dei Giganti, si è trasformato in qualcosa che assomiglia piuttosto al tifo per la Dinamo.

E manera!

La mia presa in giro degli “archeoglioni” era rivolta appunto a queste esagerazioni.

La verità è che i sardi hanno talmente poche cose di cui essere fieri che, quando gliene tocchi una, IH!, manco gli stessi cercando la mamma!

Ripeto, non mi piace per niente questo attaccarsi ai brandelli di un passato lontanissimo, per costruirsi  un’dentità grande quanto una foglia di fico, quando poi si lascia morire quella che è la fonte principale dell’identità di un popolo: la lingua.

La storia dei sardi è TUTTA la loro storia, non solo quella che ci fa comodo, specialmente quando è così remota da non impegnarci in alcun modo nel presente.

La questione dei Giganti è importantissima per il presente quasi solo per il fatto che–nel presente–si è cercato di occultarli e di occultarne l’importanza, ma i Giganti del passato hanno poco da dire su di noi, nani sardi del presente.

June 24, 2015

Specialità della casa: aria fritta a scabeciu

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“Le norme di attuazione si sono rivelate un utile strumento per dare sostanza alla specialità. Esse sono dotate di una particolare forza formale nel sistema delle fonti del diritto in quanto si riferiscono direttamente alla legge costituzionale, quindi allo Statuto, e si impongono sulle leggi ordinarie. La Sardegna non ha forse sfruttato al meglio in passato la possibilità di approvare in sede di Commissione paritetica Stato-Regione efficaci norme di attuazione dello Statuto. Tramite tale strumento è possibile circoscrivere la congiunturale azione accentratrice dello Stato e della Corte costituzionale pre-contrattando l’ampiezza del momento di confronto sulle modalità e le procedure per la revisione degli Statuti speciali, delle funzioni di competenza regionale.”

Ma naturalmente: “Il nostro Statuto deve prevedere maggiori potestà legislative in materia finanziaria e fiscale, un trattamento finanziario più favorevole, deve concentrarsi sull’affermazione di diritti speciali che concorrano a rafforzare l’idea della nostra diversità, il diritto alla continuità territoriale, il diritto alla cultura, alla nostra identità, appunto, il diritto a competere con lo Stato per individuare standard ambientali più severi.” (http://www.castedduonline.it/sardegna/campidano/24629/specialita-della-sardegna-pigliaru-in-audizione-alla-camera.html)

“Diritto alla cultura e all’identità”: lo dice lui che ha stanziato 360 milioni per l’università italiana di Sardegna, 35 milioni per combattere la dispersione scolastica più alta d’Europa e 450.000 euri per il sardo nella scuola, anzi, squola.

Se uno mi è antipatico, qualche motivo non viscerale ci sarà pure.

June 24, 2015

La nazione e la lingua

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Qualcuno–mi adeguo anch’io al condannare all’anonimità quelli che non sono d’accordo con me–ieri ha scritto: “Pigliaru è presidente perché lo ha eletto il popolo, non perché si è imposto a qualcuno.”

La prima parte dell’affermazione contiene il nucleo dei problemi che il sottoscritto ha con questo qualcuno: è di una disonestà intellettuale che fa paura.

Pigliaru ha vinto le elezioni e questo non è in discussione: così funziona la democrazia rappresentativa.

Ma Pigliaru è stato eletto dal 20% del popolo sardo, cosa ben diversa dal dire che “lo ha eletto il popolo”.

Infatti, circa la metà dei sardi non è andata a votare alle scorse elezioni regionali.

Gli elettori, la “gente”, si sentono sempre meno rappresentati dalla politica, o almeno da questa politica e ormai il “partito dell’astensione” costituisce di gran lunga la porzione più grande del popolo sardo.

Oddío, popolo …

Gente è la parola più adatta: popolo fa pensare a qualcosa di più unitario, di più legato.

Individui allo sbando–in un modo o nell’altro–che non si riconoscono nei partiti italiani, ma neanche nei partiti sardi.

E qui potremmo metterci a criticare il frazionismo endemico dell’indipendentismo, il narcisismo dei suoi leader, ma questo significherebbe attribuire alla politica qualità superiori a quelle della società che la esprime.

Me ne guardo bene: non vedo formazione politica che non si limiti ad esprimere l’esistente.

Allora: circa la metà dei sardi non si riconosce nei partiti italiani–e quindi nell’Italia che questi esprimono–ma non si riconosce neppure nell’idea di Sardegna che i partiti sardi esprimono, nella “nazione” sarda, ridotta da questi partiti a “stato sardo”.

E questo non è un caso, visto che i partiti sardi hanno fatto pochissimo per costruire la nazione dei sardi.

Si è parlato e si parla di stato sardo, di repubblica sarda, ma non si parla di come mettere insieme una maggioranza di sardi che vogliano che il potere, in Sardegna, non provenga dall’esterno, ma sia espressione della volontà dei sardi stessi.

Non si lavora alla costruzione di una coscienza comune dei sardi, cosa che permetterebbe loro di riconoscersi come comunità di affetti e di interessi differenti da quelli italiani e spesso contrastanti con questi.

Non si lavora alla costruzione della nazione dei sardi.

Non si lavora per restituire alle lingue dei sardi–ciò che li rende immediatamente riconoscibili come sardi nei confronti di se stessi e degli altri–la condizione di normalità ormai persa.

Ma può essere una coincidenza il fatto che in Sardegna–al di fuori di cerchie sempre più ristrette–si parli una lingua che non è né sardo, né italiano, e poi la metà degli elettori non si identifichi né nell’Italia, né nella Sardegna?

Chiaro che i rapporti tra queste variabili non sono né meccanici, né tanto meno deterministici, ma lingua e identità sono legati, come lo sono identità e adesione a una certa idea di Sardegna.

Eppure la questione linguistica–e quindi la questione dell’identità e quindi del divenire nazione–è sparita dal dibattito.

Chi parla di “stato sardo” evita sistematicamente di parlare di lingua.

Come vogliono arrivarci allo stato, alla repubblica sarda?

Come vogliono conquistare le coscienze della metà più uno dei sardi?

Boh?

E ancora non ho detto niente sul fatto che “stato sardo” in una Sardegna priva di identità, priva di una cultura propria, una Sardegna che non sia nazione, vorrebbe dire soltanto sostituire una burocrazia con un’altra alla gestione del potere.

Francamente, a me la cosa non interessa.

June 23, 2015

Maninchedda? Intelligente, mi’! Ma anche lui quando ci si mette …

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Metto la testa del gigante, così recupero anche un po’ di lettori archeoglioni.

Tanto per non fraintenderci, eh?

Mi sono stufato di scrivere di Paolo, ma lui insiste a scrivere di cose su cui scrivo anche io.

E visto che condividiamo lo stesso scarso pubblico interessato a queste faccende, “Come fare, eh”?

No, non è Lenin, è Salvatore Zedda di Ortacesus.

E allora scrivo di Paolo!

Paolo ci ha il cervello a mezzo servizio, come ho già detto con altre parole.

Capisce moltissimo, ma solo fin dove vuole lui.

Oggi ha scritto questo: “L’idea è fare lo Stato sardo, cioè ciò che mai in Sardegna è stato fatto, ossia un ordinamento dei poteri e dei diritti/doveri equo, semplice e efficiente. Per farlo serve il Partito della Nazione Sarda.”

Eja!

Ellus ca no?

Tra l’altro l’ho già scritto io prima di lui, ma anche altri.

Il problema è solo uno: arrivato a questo punto il cervello–il bel cervello–di Paolo smette di funzionare.

Paolo non si chiede come mai questo partito non esista ancora.

Ce l’hanno tutti il partito nazionale!

Quasi tutti.

Solo i sardi no!

Gli altri sì e noi no!

E cosa siamo burdi?

Eja, burdi siamo.

Non abbiamo un partito nazionale perché, semplicemente, non siamo una nazione.

La nazione è una tecnologia sociale e, in quanto tale, non esiste da sé, ma va costruita.

Nessuno ancora l’ha fatto ed è per questo che non siamo nazione e non abbiamo ancora un partito nazionale dei sardi.

I sardi fino a poco tempo fa erano divisi in tribù e agglomerati di tribù, ma questa seconda opzione solo quando si trattava di scontrarsi con altri agglomerati: normalmente, ogni bidda una tribù.

E questa visione tribale della sardità si riflette nella discussione sul sardo standard.

Oggi questa visione tribale della sardità si sta decomponendo a favore di una visione della Sardegna, semplicemente, come regione periferica e miserabile dell’Italia.

L’idea di costruire la nazione sarda, partendo dalla realtà tribale e superandola non è mai attechita tra gli intellettuali professionisti: insomma–ma che strano!–pagati dallo stato italiano.

La nazione la costruisce la borghesia, quando essa si identifica con il resto del popolo.

Questo–dopo la sconfitta della sarda rivoluzione–in Sardegna non è mai successo.

Ecco perché non abbiamo una nazione sarda, né un partito nazionale sardo, né potremmo avere uno stato sardo.

Maninchedda a volte capisce che il fatto che lui sia assessore non basta a creare consensi, e dice che occorre una cultura dell’indipendenza.

A volte capisce quello che vuole e si limita a fare proclami vuoti su quello che sarebbe bello succedesse.

Quello che non vuole capire è che una nazione si costruisce sulla base di un’identità condivisa.

Identità che cambia da situazione a situazione: in Irlanda la religione, in Catalogna la lingua e i soldi, in Scozia l’esistenza di una classe dirigente che da sempre si identifica con la nazione che ha costruito.

E la Sardegna?

Su cosa vogliamo costruire la nazione sarda?

La mia risposta la conoscete.

La risposta di Paolo Maninchedda non l’avrete mai.

Infatti, passerà alla storia come “assessore ai lavori pubblici sovranista”.

Sovranista?

E ita lampu cheríat narrer custu faeddu?

June 21, 2015

Archeoglioni

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Chi ha scolpito la testa del gigante di Monti de Prama?

L’architetto Laner ha pochi dubbi: uno scultore sardo e Pinuccio Sciola è il sospettato: http://www.sardiniapost.it/cronaca/i-giganti-monte-prama/

Io mi sono limitato a leggere: dubbi!

DUBBI!

Viva i dubbi!

Poi è arrivata la smentita, divertita, di Pinuccio: http://www.sardiniapost.it/cronaca/io-lo-scultore-di-monte-prama-ma-se-non-era-nemmeno-sardo/

Nel mentre tutto un trumbullare che non viene bene di commenti colti, incolti e disinvolti su FB: nemmeno se gli avessero cercato il pillitu della sorella!

Si funt furriaus che canis in cadena!

ARRABIU!

Ma minca mia a mei!

Se scrivo di archeologia te ne arrivano come niente 5000 visualizzazioni, ma se scrivi di lingua–cosa di oggi che ci riguarda tutti personalmente–se arrivi a un decimo (Putzu?)  è già molto.

Ma coddatevene la salute!

A parte il fatto che per rispondere a Laner bastava fargli vedere una testa di gigante tutta rovinata dal tempo, ma per il resto uguale a quella di Pinuccio ( 🙂 ), perché nella scienza alle cazzate non si risponde con altre cazzate, ma andando a cercare i dati che falsificano le teorie sballate: voilà! : http://www.theguardian.com/world/2014/mar/17/giants-of-monte-prama-sardinian-sculptures-display?CMP=share_btn_fb

Abbiamo pure il Pinuccio archeologo che si nci ammollat con gli scultori venuti dall’Est: “Alla fiera dell’Est, per due soldi, Pinuccio Sciola un gigante comprò!”

Tutti archeologi!

Prima erano tutti linguisti–e qualcuno lo è ancora–adesso sono tutti archeologi e della lingua non gliene frega più niente a nessuno.

Figurati Pigliaru e Firino!

Per la questione della lingua è proprio vero che la politica non è né meglio, né peggio della società che la esprime.

Adesso si arrettano tutti per i giganti e Pigliaru taglia i fondi per il sardo: dagli torto!

I Sardi?

Tutti discendenti dei giganti e i giganti che parlavano già in italiano porcellino, come i sardi coglioni di oggi.

Eja, aspetta e spera che siano i giganti a darti un’identità.

Che l’identità te la dia il DNA.

Questi sardi che si aspettano di avere un’identità solo perché 3000 anni fa in Sardegna c’era gente con le palle che scolpiva giganti.

Pigliaru e Firino non vengono dal nulla: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso.”

A proposito di inglese: a volte serve. Serve per esempio a leggere quello che ha scritto Judith Butler sull’identità come risultato della pratica e non dell’essere.

Callonis tontus!

June 21, 2015

Muroni e il diritto naturale a sparare cazzate

Tornato attuale grazie al miliardo di sentinelle radunatesi a Roma.
Così, per non dimenticare

Bolognesu: in sardu

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Cazzata n.1): “Sembriamo vivere in un’epoca in cui in nome di sempre nuovi “diritti” ne vengono cancellati di antichi come il mondo stesso. Tra questi, oltre al diritto alla vita, vi è quello di ogni essere umano ad avere un padre ed una madre. Diritto naturale, cioè iscritto nella natura stessa dell’uomo e della donna.”

Cioè: tutti abbiamo il diritto di non essere figli di madre vedova o comunque orfani e neppure figli di divorziati. È perciò severamente probito morire o divorziare prima della morte dei propri figli.

Per quanto riguarda il diritto alla vita, non mi è chiaro se Muroni voglia semplicemente reintrodurre l’aborto clandestino.

Cazzata n. 2): “Accade perché il relativismo culturale e materiale ha preso il sopravvento rispetto non solo alla tradizione religiosa ma alla stessa legge naturale.”

Di quale legge naturale sta parlando Muroni? La legge di gravità?  O tutte le migliaia di leggi e limiti naturali…

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