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July 24, 2018

Lingua e ideologia sardignola

Uno dei pilastri dell’ideologia sardignola è la convinzione che i Sardi parlino benissimo l’italiano.
Sarebbe proprio l’uso dell’italiano a dimostrare che i sardi sono italiani a tutti gli effetti, perfettamente integrati “nel resto della penisola”.
Questa fesseria colossale è già stata smentita, già negli anni ottanta, da due studiosi che possiamo tranquillamente definire come acerrimi nemici della lingua sarda: Cristina Lavinio e Giulio Angioni.
I due, evidentemente più impegnati a gettare palate di merda sul sardo, hanno avuto poca influenza sul modo sardignolo di guardare alla questione linguistica in Sardegna.
Infatti, per i sardignoli e le autorità italiane in Sardegna, non esisterebbe alcuna questione linguistica: “ormai tutti i Sardi parlano italiano”, no?
Infatti, tutti i vari e scarsi provvedimenti per contrastare la drammatica dispersione scolastica e gli sconfortanti risultati ai test INVALSI, evitano di fare riferimento a qualsiasi questione linguistica.
L’assunto implicito parrebbe essere che, visto che i ragazzi sardi non imparano più il sardo a casa, essi imparino l’italiano standard.
Quindi, i problemi che risultano dalla scarsa conoscenza dell’italiano standard da parte dei ragazzi, non sarebbe un problema sociale–malgrado le dimensioni–ma un problema individuale dovuto “alla scarsa istruzione dei genitori”.
Nessuna autorità sardignola o italiana vuole/può ammettere che in Sardegna esista una drammatica questione linguistica: tutto il loro apparato ideologico a sostegno dell’italianità dei Sardi crollerebbe.
Se la scuola italiana di Sardegna ammettesse che l’italiano regionale non è italiano e che l’italiano standard andrebbe insegnato come L2 nell’isola, per i sardignoli si spalancherebbero gli abissi dell’inferno.

Eppure l’evidenza è lì, sotto gli occhi di tutti, meno che della scuola e dell’università italiane di Sardegna.

Il piccolo test che ho proposto ai miei contatti non sardi ha dato i seguenti risultati: Pietro Cociancich e Federico Focosi–che ringrazio–hanno provato a tradurre le frasi in questo cosiddwtto “italiano”, ma, come prevedibile sono rimasti lontani dalle risposte corrette:

1) Già ne voleva di Orietta Berti! = Era molto meglio di O.B.!
2) Camminando, l’hanno visto = L’hanno visto camminare
3) Ancora a andarci sono = ancora non ci sono andato
4) Non voglio a scendernela voi l’immondezza = non voglio che l’immondezza la portiate voi di sotto
5) Già non ne mangia di dolci quello! = Quanti dolci mangia, quello!
6) Piccolino quel monte! = quanto è grande quel monte
7) Senza baffi rimane! = che baffi enormi ha!
8) insalata senza condire a ne vuoi? = vuoi dell’insalata non condita?
9) sono a brutta voglia = ho la nausea
10) fagli caracara = accarezzalo
11) non fa! = non si può fare

Phil Ippo ha tradotto correttamente quasi tutte le frasi, ma ha vissuto in Sardegna.
Dalla mancanza di reazioni non si dovrebbe dedurre nulla, ma se traduco questi calchi dal sardo in olandese, questi risultano incomprensibili, come pure in italiano.
Le strutture grammaticali del sardo permeano quelle dell’italiano cosiddetto di Sardegna.
Le autorità sardignole e italiane devono negare questa realtà per giustificare gli attuali rapporti di forza.
Pensate a cosa succederebbe a Pigliaru–il figlio di …-se ammettesse che in Sardegna pochissimi parlano davvero italiano.
Potrebbe perfino resuscitare!

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July 1, 2018

Trenta piccoli esperti

Ci sto ancora pensando a quello che non mi va bene della legge regionale che ufficializza il sardo.
Quello che mi va peggio è questa consulta composta da trenta “esperti” di lingua sarda.
Lampu!
Trenta esperti…
“La Consulta svolge anche una funzione consultiva nei confronti della Regione per l’applicazione delle norme. Ne fanno parte trenta componenti. Tra questi: l’assessore alla Cultura, un dirigente dell’amministrazione, quattro rappresentanti di Anci e Cal, quattro dal mondo dell’università, dodici esperti eletti dal Consiglio regionale e otto dalla Giunta.” (http://www.lanuovasardegna.it/…/sardegna-approvata-la-legge…)

Cosa sarebbe mai un “esperto” di lingua sarda e chi decide che si tratti di un esperto?
Fareste progettare un ponte a un “esperto di ingegneria civile” proclamato tale dalla giunta regionale o dal consiglio e non da un’università?
Gli esperti di lingua sarda sono quei linguisti che lavorano sul sardo.
Linguisti laureati: esperti a un certo livello.
Linguisti con il PhD: esperti a un livello superiore.
Linguisti che comunque con i loro titoli e lavori hanno dimostrato di avere esperienza nel campo della linguistica sarda.
E chi decide chi sia un esperto di lingua sarda?
Ovviamente non i politici, fieramente ignoranti in materia, ma gli esperti stessi: i famigerati “addetti ai lavori”.
Come sempre, le questioni scientifiche non possono essere “democraticamente” affidate ai politici, perché per poter discutere di certe questioni, beh!, bisogna pure capirci qualcosa.
Invece la legge permette alle università (italiane di Sardegna: per dire quanto le stimo) la nomina di soli quattro “esperti”, da mettere sullo stesso piano degli altri, nominati dai politici.
Un branco di autoproclamati esperti, mosso da motivazioni partitiche e totalmente ignorante di linguistica–come abbiamo abbondantemente visto–, dovrebbe guidare la politica linguistica della Sardegna.
Chi ha introdotto questo articolo nella legge sapeva benissimo di condannare la Consulta alla paralisi.
E per non correre proprio nessun rischio: trenta incompetenti trenta!
Questa legge–meglio di niente–non produrrà comunque nulla di buono.
A gestire la legge sulla lingua sarà un branco di incompetenti proclamati esperti da altri incompetenti.
Nel mentre il sardo si estingue e voi discutete di politica italiana.
Ma coddai.si sa saludi!

LANUOVASARDEGNA.IT
La limba sarà materia di insegnamento, presto in tv e alla radio. Riconosciute anche le altre lingue parlate nell’isola: catalano, gallurese, sardo e tabarchino
April 27, 2018

Perché “filius” non può derivare da “fizu”, ma “fizu” deriva in modo semplicissimo da “filius”

Non avrei voluto dare altra attenzione a quel mucchio di fesserie pubblicato dalla Nuova Sardegna e addirittura dall’ANSA, visto che il loro intento è chiaramente quello di ridicolizzare chi si occupa di sardo.
Purtroppo però diversi dei miei contatti sono cascati nel tranello e adesso mi rimproverano di comportarmi da barone e di non prendere sul serio la possibilità che questo ennesimo linguista-fai-da -te possa avere ragione: Orni Corda per tutti.
Per loro–e solo per loro–voglio allora spiegare perché far derivare “FILIUS” da “FILZU” è una pillonata grande come il monte di Marganai, talmente grande che prenderla anche solo un po’ sul serio ti squalifica.
Presento allora i vari passaggi fonetici che hanno portato dal latino FILIUS al sardo sett. FIZU.
Uso l’alfabeto fonetico X-SAMPA e con questo link (http://aveneca.com/xipa.html

) potete tradurlo in IPA.

La prima cosa da osservare è che la forma FILZU proposta dal nostro intrepido linguista instancabile non è attestata né in sardo né altrove.
Semplicemente non esiste e questo dovrebbe essere già sufficiente a chiudere questa discussione surreale.
Il passaggio opposto è invece lineare e attestato in tutte le sue fasi.

centro-sett.                                > fidZu > fidzu
filius > filjus > fiLu >
mer.                                             > fil:u

Come venisse pronunciata la parola FILIUS nella fase preclassica del latino non lo so, ma si sa che la lettera I, davanti a una vocale, nel latino classico si pronunciava come la semivocale [j]: filjus quindi.
Come ho abbondantemente argomentato nella mia dissertazione (The Phonology of Campidanian Sardinian: compratevela dalla Condaghes), una sonorante (che tale è la [j]) in quella situazione non riceve una posizione sillabica e diventa “instabile”: tende a sparire, come si vede in decine di lingue in tutto il mondo.
Un modo attestato di eliminare la vocale palatale [j] è quello di farla fondere con la consonante precedente: [lj] > [L].
[L] rappresenta il suono presente nell’italiano FIGLIO.
La forma [fiL:u] è attestata, per esempio a Seui, sul Gennargentu, lontano dagli influssi magici del pisano medievale.
Il suono che ne deriva è [L:], la liquida palatale geminata e questo suono è assente nella gran parte dei dialetti meridionale, nei quali, per esempio, il prestito BOTTIGLIA si pronuncia [butil:ja].
Nei dialetti meridionali del sardo, quindi, la forma [fiL:u] è passata a [fil:u], con la liquida alveolare al posto della palatale.
Si noti che il processo inverso [coronale > palatale] diventa impossibile senza suoni palatali adiacenti.
Nei dialetti di Mesania, il suono [L] si è desonorizzato (è diventato una consonante vera e propria), conservando però il punto di articolazione palatale: [dZ], ragion per cui in LSC la parola si scrive FIGIU.
Nuovamente, si noti che il passaggio inverso ([dZ] > [L:]) è impossibile: l’ostruente [dZ] costituisce un’incipit sillabico preferito a quello costituito dalla sonorante [L].
Nei dialetti più settentrionali rispetto alla Mesania, anche [dZ] si è depalatalizzato ed è passato all’affricata alveolare [dz].
In questi dialetti, anche prestiti come GENTE e PARIGI mostrano l’affricata alveolare al posto della palatale: [dzente], [paridzi].
E ancora una volta, si tratta di un processo irreversibile: la palatalizzazione si verifica soltanto in concomitanza con la coarticolazione di una palatale. Se manca questa è semplicemente impossibile.
Fonetica articolatoria elementare.
Se poi aggiungiamo che la forma FILZU non esiste da nessuna parte, vediamo che affermare che da questo niente sia derivata la forma latina FILIUS, attraverso una serie di passaggi impossibili foneticamente, è semplicemente ridicolo.
E adesso che ve l’ho spiegato, cari i miei critici, abbiate l’umiltà di ammettere che un linguista è un linguista, mentre un cagallone rimane un cagallone.

April 11, 2018

La dislessia di Deriu e la nuova legge sul sardo

 

In questi giorni sono apparsi degli interventi polemici sulla proposta di legge 167: ” Norme volte ad incentivare l’insegnamento della lingua sarda nelle scuole di ogni ordine e grado della Regione. Modifiche e integrazioni alla legge regionale 15 ottobre 1997, n. 26 (Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna)”.

Interventi che, per motivi noti a tutti quelli che si interessano di sardo, non meritavano alcuna attenzione.

Erano Pro domo sua, e questo lo sanno tutti.

Ma ieri, sulla Nuova Sardegna è apparso l’intervento di Roberto Deriu, consigliere regionale del PD: La lingua sarda è una: lo negano solo i reazionari.

Esss, mi son detto!

Devo aver letto male il testo della legge…

Sono tornato a leggermela e ho trovato questo:

Art. 4

Compiti della Regione

[…]

3. La Regione adotta, per la lingua sarda, una norma ortografica di riferimento e una norma linguistica di riferimento. 

C’è scritto: UNA NORMA

e poi, più avanti, ho trovato questo:

Art. 9

Norma ortografica e norma linguistica di riferimento della lingua sarda

1. La Regione promuove, attraverso una procedura trasparente e partecipata, la definizione di: a) una norma ortografica di riferimento della lingua sarda; b) una norma linguistica di riferimento della lingua sarda, nella sua forma scritta.

Anche all’articolo 9 c’è scritto UNA NORMA

Ora, come i miei lettori sanno benissimo, io sono completamente d’accordo che il sardo sia una lingua e non due e, modestia a parte, mi sembra anche di averlo abbondantemente dimostrato, n’est ce pas?

Tanti po ddu nai in sardu.

Non capisco bene, nel testo della proposta di legge, cosa voglia dire “norma linguistica”, e invito i proponenti a farsi capire meglio, ma non ho dubbi sul fatto che si parli di UNA NORMA.

Che Roberto Deriu sia dislessico?

La mia paura si rafforza leggendo il seguente passaggio: “Ma non si ferma qui: ipotizza che di lingue sarde ce ne sia più di una, facendo leva sul concetto di “variante”. Tale ipotesi si esplicita in modo particolare laddove si definisce pleonasticamente la lingua sarda “nelle sue varianti storiche e locali” (articolo 1, comma 2), ma soprattutto nella lettera (b dell’art. 2, dove le varianti vengono definite come le “macro varianti letterarie logudorese e campidanese”.”

Francamente non capisco di cosa Deriu stia parlando.

Da nessuna parte nella proposta di legge ho letto che il sardo sarebbe due lingue al posto di una.

Quanto alle varianti, all’articolo 2 si legge:

b) per “varianti storiche e locali della lingua sarda” s’intendono: le macrovarianti letterarie logudorese e campidanese e le parlate diffuse nelle singole
comunità locali;

Ora, io sono uno di quelli che hanno mostrato che, linguisticamente, il sardo non può essere diviso in logudorese e campidanese.

Ma questo non cambia niente al fatto che esistano due tradizioni letterario-ortografiche, che, pur non avendo mai ricevuto una standardizzazione effettiva, hanno a polarizzato l’ortografia di molti sardi.

Poi esiste una diffusa, quando linguisticamente infondata, percezione di una polarizzazione tra dialetti centrosettentrionali e dialetti meridionali.

Percezione basata soprattutto sulla banalizzazione delle già banali idee di Wagner da parte degli scribacchini sardignoli.

Fatto sta che la suddivisione sociale del sardo nelle due fantomatiche varietà linguistiche è per molti sardi una realtà.

Logudorese e campidanese non esistono nella lingua, ma nella società.

Detto questo, il progetto di legge non propone due differenti norme di riferimento per il sardo.

Dove possa aver letto il consigliere Deriu questa proposta di divisione del sardo in due rimane per me un mistero.

Io leggo sempre e solo la proposta di UNA NORMA.

All’articolo 2. si legge:

d) per “norma ortografica di riferimento” s’intende: l’insieme di regole generali, convenzionalmente definite, di rappresentazione ortografica dei suoni della lingua sarda;

e) per “norma linguistica di riferimento” s’intende: l’insieme di regole sintattiche, morfologiche e lessicali che definiscono lo standard della lingua sarda.

All’articolo 2-e si parla di STANDARD, UNO STANDARD, cosa per me non necessaria, vista la grande unitarietà grammaticale del sardo.

Si parla di uno standard, non di un doppio standard.

Insomma, perché Deriu senta il bisogno di scrivere: “Negare l’unitarietà della lingua sarda è un’ipotesi che bisogna con franchezza definire reazionaria. La proposta compie un passo indietro anche rispetto alla legislazione statale della 482/99 che considera il sardo come una espressione linguistica unica. Per capire di cosa parliamo, pensiamo all’italiano: in alcune regioni si dice anguria, in altre cocomero: sono due lingue diverse? No, sono geosinonimi; esattamente come sceti e petzi. E ciò non fa di “logudorese” o “campidanese” due lingue diverse.” rimane per me un enigma.

E non è neanche vero–ma questo Deriu non lo dice–che la legge voglia  affossare la LSC.

Deriu non lo dice, ma diversi di quelli che scrivono PRO DOMO ISSORO lo hanno scritto.

All’art. 9.4 si legge:

4. Nella definizione della norma linguistica di riferimento della lingua sarda, la commissione tiene conto delle norme di riferimento adottate dalla Regione a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita [LSC] dell’amministrazione regionale e degli esiti della sua sperimentazione.

Insomma, davanti a simili fraintendimenti, l’ipotesi più benevola è che Deriu e i suoi ispiratori siano tutti dislessici.

March 6, 2018

Gli ignoranti alla riscossa

Poche settimane fa, Philippe Daverio indicava i “pastori galluresi” come esempio di arretratezza barbara, equivalenti agli islamisti dell’IS e oppressori di donne.

È di ieri la notizia che un pastore sardo, anzi, un pastoresardo,  Luciano Cadeddu,è stato eletto alla Camera con i Cinque Stelle.

I commenti non si sono fatti attendere.

Ovviamente sono in linea con il sarcasmo sui congiuntivi di Di Battista   e sul curriculum di Di Maio.

Un pastoresardo, quindi, il non plus ultra dell’ignoranza, poserà le sue chiappe odoranti di pecora su uno dei sacri scranni del Parlamento.

Mi chiedo cosa dirà Philippe Daverio.

Mi chiedo cosa scriveranno i giornali italiani quando arriveranno le sue inevitabili gaffe di principiante.

Quello che queste merde umane non hanno capito è che queste elezioni hanno dimostrato che la gente normale non crede più alle fandonie che le “élite qualificate” raccontano per giustificare la loro permanenza al potere.

È vero, le élite sono qualificate, ma è anche vero che le élite fanno esclusivamente i propri interessi: non occorre la laurea per capirlo, basta guardarsi attorno.

Le élite si arricchiscono alle spalle degli altri (vedere qui, per esempio) e giustificano i propri privilegi, in genere ereditari, con il fatto di essere qualificate.

Il populismo è una reazione alla sfacciataggine oscena delle élite.

Il qualificatissimo Daverio, per esempio, non sa che il cosiddetto “delitto d’onore” in Sardegna era sconosciuto, quando in Italia imperversava ed era riconosciuto come attenuante nei casi di uxoricidio.

Daverio è qualificatissimo a riprodurre le conoscenze e i pregiudizi delle élite.

Il fenomeno, ovviamente, non è limitato all’Italia.

In Olanda, a partire dagli anni Novanta, il termine “lavoratore” è stato sostituito dall’aggettivo complesso “laagopgeleid” (con un basso livello di istruzione).

Voila! La posizione sociale di una persona spiegata e giustificata da un eufemismo che significa semplicemente “ignorante”.

Inutile aggiungere che anche il PvdA (Partito del Lavoro) ha adottato il termine politicamente corretto e sprezzante nei confronti di coloro che avrebbe dovuto rappresentare.

Quell’operazione linguistica era, ovviamente, parte del processo generale di adesione al liberismo, in corso in quegli anni.

Altrettanto ovviamente, il PvdA è stato spazzato via alle elezioni dell’anno scorso, che vedono il partito populista di estrema destra di Geert Wilders diventare il secondo partito.

Insomma il re è nudo anche lì e abili demagoghi ne approfittano almeno temporaneamente.

Il prossimo parlamento italiano sarà composto per metà da populisti “ignoranti”.

La vaselina delle élite qualificate non funziona più.

Finito bobbó!

Adesso saranno cazzi amari per tutti, ma non è che finora siano stati dolcissimi.

È primavera…

February 18, 2018

Su carrabbusu e sa lingua

Afbeeldingsresultaat voor carrabusu

Punto 8. Parità linguistica La Sardegna è una terra con un patrimonio linguistico enorme, che è una ricchezza per tutti. è un bene comune. Per quanto riguarda il sardo, si deve difendere e migliorare il processo di standardizzazione di una lingua sarda scritta comune, nel rispetto pieno della lingua parlata. Bisogna applicare in Sardegna, così come in altre parti civili d’Europa, la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, che l’Italia – ultima insieme a Francia e Grecia – non ratifica, chiedere competenza statutaria e revisione della legge 482/99.” 

Tando pro me non ddoe at prus duda peruna: Si ses sardu e si boles amparare sa lingua sarda, tocat a imbistire in su Carrabbusu.

Autodeterminatzione est una coalitzione e–ddu naro craro–in mesu ddoe at puru gente qui deo ia a fuliare a is porcos e propriu pro sa quistione de sa lingua.

Ma su puntu 8 de su programma issoro faeddat craru: sa LSC est unu puntu pro andare a innantis, non unu puntu de arribbu.

Duncas deo lasso ruer is obbietziones mias: su Carrabbusu est s’unica lista qui tenet sa lingua in su programma e is positziones issoro sunt is mias puru.

Is positziones mias ddas connoschides dae ora: serbit una norma scrita de su sardu qui permitat pronuntzias diferentes, lassende su lessicu libberu. Sende qui sa LSC esistit e qui medas in cabu de susu dd’ant atzetada, si podet partire dae sa LSC e arribbare a s’obbietivu nostru cun pagos emendamentos.

Deo, su Carrabbusu, dd’apo a siguire a trabballare de strumbu a subra de custa quistione e imbito a is amigos qui stimant sa lingua nostra a faer sa propriu cosa.

Is qui bolent sa cosa perfeta dae s’incumentzu ant a accuder a si nche morrer innantis de arribbare a logu.

February 11, 2018

Cagallone lui e merde i suoi spettatori

Afbeeldingsresultaat voor daverio

È vero che è crudele infierire su un poveraccio che gira ancora con la cravatta della Prima Comunione, ma mi sono rivisto il filmato del critico d’arte–e mettilo da parte!–e devo dire qualcosa sugli spettatori del programma in cui Philippe Daverio ha definito i pastori di Gallura come i “meno evoluti tra i cristiani”.

Nel video si può vedere una crapa pelata che, alle parole di Philippe, fa una smorfia che potrebbe essere una risata trattenuta o un sorriso di commiserazione.

God knows!

Daverio combatte il razzismo anti-arabo con il razzismo anti-sardo e questa è l’unica reazione: ambigua, oltretutto.

Che merde, questi spettatori: merde italiane.

Non sanno un cazzo dei pastori “galluresi”.

Non sanno che per tradizione i Galluresi non allevano pecore, ma mucche, e che i pastori (di pecore) presenti in Gallura sono Sardi provenienti da altre regioni della Sardegna.

Non sanno nulla della storia della Sardegna.

Il cagallone affarffallato forse qualcosa la sa, ma riesce soltanto a parlare delle belve piemontesi:

Non dice nulla–lo storico affarfallato–non dice nulla dei moti angioini e della sfortunata rivoluzione antifeudale sarda: guidata dal grande rivoluzionario Giovanni Maria Angioy e la seconda in Europa, dopo quella francese.

Questa merda di uomo usa la Sardegna per parlare (bene) delle belve piemontesi prima e italiane poi.

Se i Sardi non avessero trovato sulla loro strada quelle merde sanguinarie dei Savoia, che hanno soffocato con la tortura e la forca la loro rivoluzione, la Sardegna si sarebbe liberata dalla barbarie feudale (dei Piemontesi) ben prima della penisola italiana.

E questa merda di uomo ci addita oggi come paradigma dell’arretratezza e della barbarie.

Uno storico della Sardegna che ne ignora la storia?

Una merda, insomma.

E i suoi spettatori italiani?

Merde.

Compresi quegli intellettuali “de sinistra” che si sbragano contro il razzismo, quando questo non è indirizzato contro i Sardi.

Merde italiane.

 

 

 

 

 

 

February 9, 2018

Philippe Daverio? Una merda

Se dovessi definire cosa sia un intellettuale, direi che lo è una persona che sappia abbastanza da rendersi conto di tutto quello che non sa.

Philippe Daverio è un intellettuale.

Per cui non è possibile che non si renda conto di non sapere niente dei pastori sardi e, probabilmente, dei Sardi.

Ciononostante, definisce i pastori sardi come i “meno evoluti” fra i cristiani.

Lasciamo stare il problema di quanti pastori sardi oggi si considerino cristiani.

Rimane il problema dell’affermazione fatta da Daverio su una realtà che non conosce.

Perché un intellettuale si espone a questo rischio?

Perché gioca sul sicuro.

Perché è una merda.

Contando sul razzismo italiano, Daverio ha spiegato ai telespettatori il suo punto di vista sull’Islam.

Infatti, solo i Sardi si sono incazzati e anche poco.

Daverio, dicevamo, gioca sul sicuro.

Gli Italiani sono delle merde e Daverio li rappresenta benissimo.

February 2, 2018

Unu carrabusu gabillu?

–Is carrabusus scriint in gabillu schetu!

–Mabbai!

–La!: “IN S’ISCHEDA ELETORALE B’AT UNA SARDIGNA EBBIA, EST AUTODETERMINATZIONE, TOTU SU RESTU EST ITALIA. SU 4 DE MARTU TOCAT DE SI AMMENTARE CHIE SEMUS, ITE SEMUS E DAE UE BENIMUS E DETZIDERE A UE CHERIMUS ANDARE.”

Est pagu cosa, ma cussu MARTU ponet custu testu fintzas prus agoa de sa LSU.

Pro s’àteru tocat a narrer qui su Carrabbusu unu fraguixeddu de gabillu giai ddu tenet.

E custu est unu perigulu mannu.

Custu testu forsis iat a boller esser scritu in LSC, ma cun custa cosa puru is carrabbuseddos depent abarrare atentos.

Sa LSC non est su standard ufitziale de su sardu.

Non est un’impiegadeddu de sa RAS qui podet detzider una cosa de aici: cussa est una detzisione politica e perunu guvernu sardu ancora dd’at pigada.

Fende sa parte qui sa LSC siat su standard de su sardu, is carrabbuseddos si ponent contras a cussa majoría manna de Sardos qui sa LSC–furriada a LSU dae Corraine e Corongiu–non dda bolet.

A ponner infatu a Corongiu non mi paret una cosa abbista.

Immoe tocat a ponner in craru cales sunt is positziones de su Carrabbusu a pitzos de sa quistione de sa lingua.

Is carrabbuseddos sunt giai in una positzione difitzile meda e, si si lassant identificare que su partidu de is Gabillos, sa cosa at a acabbare male meda pro issos.

January 20, 2018

Perché voterei s’arrumbiamerda

Hanno cominciato nel modo peggiore possibile.

Un simbolo egizio che rimanda–almeno sperano–al nostro passato glorioso, vecchio di millenni.

Accompagnato poi da etimologie cervellotiche.

In effetti, poi, sono solo un cartello elettorale composto per lo più dai soliti noti e messo insieme all’ultimo momento.

Insomma, faccio mie tutte le critiche di Vito Biolchini e ci aggiungo anche le prese in giro di un certo Pitzalis.

Eppure voterei ugualmente per loro.

No, la maggior parte di loro non mi è neppure simpatica.

Sapete tutti, oltretutto, che io non sono nemmeno indipendentista, almeno nel senso che considero l’impendenza statuale al massimo un mezzo e non un fine.

Il fine è vivere bene da Sardi in Sardegna.

Ma ugualmente voterei per AutodetermiNazione.

Perché alle elezioni si va a votare per motivi politici, non per dimostrare a noi stessi quanto siamo belli: eja, Liberi e Belli!

La realtà politica è che i Sardi sono il 2,6% dell’elettorato della Repubblica Italiana e che quindi i partiti italiani non hanno alcun interesse a rappresentarla.

Pensate alle servitù militari: perché i terreni sottoposti a servitù militare non sono localizzati in Lombardia o in Sicilia?

Perché i Lombardi e i Siciliani non lo accetterebbero mai.

Ma soprattutto perché rappresentano un numero sufficiente di elettori da garantirsi contro la prepotenza dello stato.

A nessun partito conviene far incazzare tutti questi milioni di elettori, che quindi, come sappiamo bene, condizionano anche le iniziative politiche dei partiti.

I Sardi invece sono pochi e non contano una mazza: né per lo stato, né per i partiti italiani.

Se un sardo prova a fare gli interessi dei suoi elettori, viene cacciato: così è successo a Cotti e Scanu, proprio rispetto alle servitù militari.

È l’ennesimo esempio del fatto che i partiti italiani rappresentano gli interessi degli italiani, non quelli dei Sardi.

Del resto, nei partiti italiani, i Sardi vanno avanti in maniera direttamente proporzionale al loro grado di alienazione dalla realtà sarda: si veda, per tutti, l’ultima menata di Massimino Arrì Arrò : Dice no all’indipendentismo, anche se poi aggiunge che «lo Stato deve riconoscerci maggiori diritti e noi dobbiamo essere più bravi a esercitare l’Autonomia. E rivela poi un «sogno: gli Stati uniti d’Europa, quello è il futuro e speriamo non sia lontano».

Ancora qui a mendicare “maggiori diritti” dallo stato, anziché riconoscere che i nostri interessi sono spesso inconciliabili con quelli dello stato italiano.

Votare un partito italiano è come spararsi agli zebedei.

Stessa storia il non andare a votare.

Si ndi seus lingius is didus de Pigliaru!

Pigliaru è stato eletto soltanto perché la metà dei Sardi non è andata a votare.

Non c’è bisogno di essere indipendentisti per capire che alla Sardegna occorre uno schieramento politico che sia lì per fare gli interessi dei Sardi ogni volta che questi contrastano con gli interessi degli Italiani.

Pensate soltanto alla tragicommedia della Vertenza Entrate.

Io, socialista, federalista, una vita a sinistra, voto nella Circoscrizione Europa, quindi non potrò votare per s’arrumbiamerda.

Ma se fossi in Sardegna, lo farei di cuore.

Non fosse altro che per mandare agli Italiani il messaggio chiaro che “avete davvero rotto i coglioni!”