Archive for December, 2011

December 31, 2011

Annu macu

Paríat cambiende totu e non est cambiadu nudda.

Si pensamus a totu su ki est sutzedidu ocannu est cosa de si spantare de aderus.

Unu simbulu de su male nch’est rutu a-fatu de s’áteru.

Omines malos in totu su mundu bogados a sonu de corru o mortos.

Ma is struturas de su podere sunt abarradas is proprias.

Est cambiadu totu e non est cambiadu nudda.

The times they are not a-changing.

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December 30, 2011

Perché non vado in brodo di giuggiole per la Murgia

Come succede a volte, in questi giorni sono apparsi alcuni articoli che parlano dello stesso argomento, anche se i vari autori non lo sanno.

Uno di questi articoli è quello di Giovanni Maria Bellu, che ho linkato e citato nel mio post di ieri (Di ritorno da Barcellona ) e L’altro è di Umberto Eco ( Ma glielo abbiamo chiesto noi ).

Entrambi gli articoli parlano di Michela Murgia, anzi, la Murgia! Ché così la chiama adesso Bellu.

Ora io sulla Murgia ho già scritto troppo e naturalmente perché sono invidioso del suo successo, è chiaro.

Infatti io penso che la Murgia sia una brava artigiana della scrittura, ma una scrittrice modesta.

Questo l’ho già messo in chiaro nel mio post del 31 ottobre 2010 (Lettera aperta a Maria Listru ): la Murgia scrive di cose che non conosce e il risultato della sua scrittura è in questi casi completamente ridicolo: pensate ai 400 quintali di grano che dovrebbero rendere i 200 metri quadri rubati dai confinanti del protagonista.

I suoi difensori si sono appellati alla libertà poetica dello scrittore, per giustificare una coglionata talmente colossale.

Ma qui interviene, appunto, Umberto Eco, che di linguistica non capisce una mazza, ma di semiotica e di letteratura un po’ ne mastica.

Eco dice: “La prosa parla di cose, e se un narratore introduce un sambuco nella sua vicenda deve sapere cosa sia e descriverlo come si deve, altrimenti poteva fare a meno di evocarlo. Nella prosa “rem tene, verba sequentur”, possiedi bene quello di cui vuoi parlare e poi troverai le parole adatte. Manzoni non avrebbe potuto aprire il suo romanzo con quello splendido incipit (che è poi un novenario) seguito da una cantabile descrizione paesaggistica, se non avesse prima guardato a lungo e le due catene non interrotte di monti, e il promontorio a destra e l’ampia costiera dall’altra parte, e il ponte che congiunge le due rive, per non dire del Resegone. In poesia accade invece tutto l’opposto, prima t’innamori delle parole, e il resto verrà da sé, “verba tene, res sequentur”.”

Semplice no? O anche Eco sarebbe invidioso della Murgia?

Così tutta la vicenda su cui ruota il romanzetto della Murgia è basata su un anacronismo madornale: la gamba del protagonista, per poter fare ricorso a l’acabbadora, deve essere lasciata per mesi a marcire sul letto di casa. Malgrado il protagonista porti i jeans, nel mondo sardignolo inventato dalla Murgia non esistono gli ospedali.

Ma senza cancrena, nessuna amputazione e nessun ricorso all’acabbadora.

E senza acabbadora, niente sardi-ammazza-cristiani–il pubblico italiano reclama il sanguinaccio a cui li ha abituati Niffoi!–e allora niente cliché-sardignoli-sanguinolenti-che-vendono-così-bene.

Così come l’acabbadora è un’invenzione italiana, lo è anche la Sardegna-sardignola messa in scena dalla Murgia.

La Murgia è un fenomeno di costume, ma di costume italiano.

Il fatto che in Italia–grande paese civile, appena uscito dal bunga-bunga, grazie alle pressioni internazionali–la Murgia abbia così tanto successo mi lascia indifferente.

No, io non riesco ad andare in brodo di giuggiole come fa Giovanni Maria Bellu.

L’Italia non mi piace, anzi, mi fa abbastanza schifo.

Non vedo, quindi, perché–fatu a sardu–dovrei essere fiero di qualcosa che piace agli Italiani.

Ma pare che la Murgia come opinionista sia anche bravina.

Io non lo so, non la seguo.

Ho visto, però, che ha smesso di dire stupidaggini sul sardo e me ne felicito con lei.

E con me stesso, ché non sempre ho voglia di prenderla per il culo.

December 29, 2011

Di ritorno da Barcellona

 

Tornare da Barcellona è sempre un po’ deprimente.

Un po’ dipende da quel sentimento che provi tu e che senti da parte loro: il rimpianto per quello che è finito e per quello che sarebbe potuto essere tra noi.

Come ritrovarsi, invecchiati, tra vecchi amanti.

Il gioco esplicito del “Ti ricordi” e quello, mai esplicito, del “Se soltanto ti avessi trattato meglio”.

Ma per me è soprattutto il confronto con quello che saremmo potuti diventare, se la storia fosse andata un po’ diversamente.

I Catalani sono i nostri vecchi amanti ricchi che, oggi, se solo potessero…

Ma noi non siamo i Catalani e forse non diventeremo mai come loro.

Ricchi, sicuri di se, uno stato nello stato spagnolo che riesce a confrontarsi alla pari con il governo centrale.

I Catalani hanno una classe dirigente nazionale, una borghesia nazionale.

E noi ne abbiamo una coloniale, compradora.

I miei amici catalani–borghesi catalani–hanno appreso il catalano in famiglia, quando ad usarlo in pubblico si finiva in galera, e hanno appreso il castigliano a scuola.

I nostri intellettuali sardi ragionano invece ancora completamente in termini di “Sei un Sardo che vale, se hai successo in Italia”.

Leggetevi quello che scrive Giovanni Maria Bellu su Sardegna 24:

“Oggi “nominiamo” Michela Murgia personalità sarda del 2011 per la cultura. Michela, col suo talento e la sua intelligenza, si è stabilmente affermata in campo nazionale non solo come scrittrice, ma anche come opinionista. Ma la sua attenzione per la Sardegna non si è attenuata. Al contrario. Dobbiamo essergliene grati.”

Insomma, dovremmo essere grati a un Sardo perché non si è completamente dimenticato di essere Sardo.

E qui non c’entrano i meriti o demeriti di Kelledda Murgia.

Qui c’è solo l’ennesimo intellettuale sardo genuflesso davanti a un feticcio italiano, felice di poterne leccare i sottoprodotti.

Bellu stabilisce il nuovo record di servilismo sardo.

Lecchi pure: contento lui…

No, non semus sa Catalunnia!

December 29, 2011

Barceloneta

December 27, 2011

Non idealizziamo i Catalani

Ieri Leo, l´amico catalano che mi ospita, mi ha raccontato che, poco dopo la fine del franchismo, il primo ministro spagnolo di allora dichiarò che in catalano non si poteva fare una lezione di fisica nucleare.

Il giorno dopo, all´università di Barcellona si tenne la prima lezione di fisica nucleare in catalano.

Perché è stato possibile? Per via dell´economia forte della Catalogna.

Gli intellettuali leccano sempre volentieri la mano che passa loro l´osso.

Ecco perché gli intellettuali sardignoli scrivono tutte quelle puttanate sul sardo: per compiacere i loro padroni italiani.

Ecco anche perché la maggior parte del lavoro di ammodernamento della lingua e della linguistica è stato effettuato da intellettuali sardi che non mangiano dal truogolo dell´università italiana.

A proposito di puttanate scritte da intellettuali sardignoli sul sardo: ne ho appena scoperta una colossale.

Ancora non ne parlo, perché prima ho voluto scrivere al redattore della rivista internazionale in cui dovrebbe essere  pubblicata.

Vediamo come reagisce. Vi posso però anticipare che mi si attribuiscono dichiarazioni contrarie alla LSC nel libro che ho pubblicato nel 2005, cioè prima perfino dell´istituzione della seconda commissione sulla lingua, quella che poi ha proposto la LSC.

December 26, 2011

Sardus in Barça

Plaça Catalunya

Dd´apu intendiu fueddendi in italianu cun sa mulleri.

Femus artziendi a susu po andai a fumai.

E s´intendíat ca s´acentu fiat sardu e ddus apu naus: ¨Toca, toca, fuedda in sardu ca est mellus!¨

–E tui de aundi ses?

–De Iglesias. E tui?

–De Casteddu!

Sa mulleri fiat catalana.

Candu si seus saludaus, issa m´at nau: ¨A si biri¨

Si fadíat prexeri a fueddai in sardu in Barcellona.

Candu funt in foras is sardus fueddant in sardu a pari, mancai non si connósciant.

Su sardu non est mali pagau…

December 26, 2011

Indipendentzia

Restorante tzinesu in San Andreu (Barcelona).

Is Catalanos non sunt nen male pagados nen tontos!

December 23, 2011

Acabbadora

–Morta est?

–Morta dd’apu! Ma pagu gana ndi teníat: m’at totu scarrafiau is bratzus. Alcol ndi tenit?

–Oja, Tzia Adelina!

–Pagu cosa…

–Mi dispraxit! A mei mancai non mi dd’iat fatu, ma deu mai nci femu arrenescia a dd’ociri. Dd’at a parri stranu, ma ddi bolemu beni.

–Imoi est fata custa puru.

Iat pigau s’alcol e su cotoni e si fiat desinfetada is scarrafius a su bratzu.

–Tochit, ge nde dd’allogu un’arrogu!

–Nossi! A mei mi fait grisu! Non ndi papu no! Ge mi dd’at a torrai a un’atra manera su prexeri.

–Immoi mi tocat a dd’apicai in cancu logu aundi non dda bint is pipius.

–Bastat a nde ddi segai sa conca e is peis e non dda connoscint prus. Ma a tui non ti fait grisu a dda scroxai? A mei est cussu chi mi fait fastidiu: dd’abarrant totu is pilus atacaus a sa petza!

–Est berus, calincunu pilu dd’abarrat sempri, ma est aici bona!

Mamma at apicau sa gatu a serenai e cudd’annu puru nosu eus fatu sa parti ca cussu cunillu, ca iat cottu in su forru, cun lardu, perdusemini e allu, non fessit su pisitu.

Mamma tzerriát a Tzia Adelina, poita ca a bociri sa gatu de domu portat mali.

Po s’annu nou si papamus su pisitu de is bixinus e ddu bocíat Babbu, ca cussu non portát mali.

December 22, 2011

Io e l’Istituto Calasanzio

Per la cronaca, vi informo che io non ho niente a che fare con il corso di formazione per sportellisti della lingua sarda organizzato dall’Istituto Calasanzio di Sanluri.

December 20, 2011

Babbajola

Non apu mai cumprendiu poita dda tzerriánt Babbajola.

In Cordilanna genti afanceddada–“a frocu”–ge nci ndi fiat atra, ma, a nai sa beridadi, cussus bivíant che maridu e mulleri in sa propriu domu, teníant fillus e fiant che totu is atrus, mancai ddu biíast ca non s’amesturánt meda.

O fiant prus a prestu is atrus chi ddus lassánt a una parti.

Ma, comenti-chi-siat, fiant bixinas cussus puru: sa mamma de Conca de Mallu, Tzia Lionora, Tzia Adelina, Tzia Vittoria, Tzia Barbara.

Tanti is ominis fiant totus ominis chi non contánt nudda.

Mancai non fessint cojadas ni in cresia ni in su comunu e mancai calincuna essit fatu puru “su ballu americanu” in su tempus suu, nisciunus ndi fadíat contu e mai apu intendiu nendi cosa de issas..

A su mancu, de sa parti de is mannus.

Ma cun Babbajola, sa cosa fiat totu un’atra cosa.

Babbajola fiat bagassa!

Fiant ancora scarrighendi su leoncinu cun sa mobilia e nosu femus giai totus a giru castiendi e sciemus giai ca cussa fiat una bagassa.

Nci fiat puru su fanceddu agiudendi-dda.

E nosu femus mesu crosidadosus e mesu malinnius.

Unu pagu comenti candu arribbát su circu Zanfreta e andamus a castiai a is “nanetus”.

Emus intendiu cosa in domu e si ddu contamus a pari: “Bagassa! Est una bagassa!”

Babbajola fiat grassa, ma non meda.

Portát titas mannas e culu mannu, ma a nosu pagu impressioni si fadíat, a cuss’edadi.

Po nosu fiat una femina manna, pagu prus giovuna de mammas nostras e is piciocheddas puru s’interessant pagu.

Pensendi-nci immoi mi benit a conca sa “Venere di Macomer” e sa faci puru, mancai grassa, non fiat legia.

At ai tentu unus trinta annus.

Femus sempri a giru de sa porta de issa candu issu arribbát, a pusti-prangiu.

A bortas provant a si nci bogai.

Timemus, ma sciemus ca nosu femus prus fortis e abarramus.

E a pustis su fillu nde Babbajola si contát totu.

–Eja, fiant coddendi! A Mamma ddi essit sanguini e a Babbu sburru!

E nosu arriemus de cuddu piciocheddu scimproteddu chi si contát cussas cosas e de Babbajola.

Ant biviu in cussa domixedda unus cantus annus e a pustis si ndi funt andaus.

A mannu mi paríat ca unu certu piciocu chi biemu in pratza fessit su fillu de Babbajola.

Mancu su nomini m’arregordamu.

Fiat sempri a solu e a faci seria.